26/06/07

XXY

Terreno impervio quello della sessualità, soprattutto quando si parla di natura ambigua da un punto di vista addirittura anatomico, e che molto probabilmente lascerà delusi alcuni fruitori di questo film, perché non propone delle scelte definitive, rischiando di apparire pavido e furbo nella sua astensione dal giudizio.
La regista descrive, ambientandola in un luogo di confine, la storia di un'adolescente incapace di scegliere e comprendere la propria natura, costretta a confrontarsi coi propri sentimenti e pulsioni sessuali, che non trovano una definizione netta e certa, come ci si potrebbe aspettare, e quello che ne consegue costringe a riflettere anche chi le sta intorno, innescando una tensione drammatica che rimane sempre misurata e che sembrerebbe scivolare in alcuni momenti prevedibili come la violenza di gruppo o in risibili metafore sulla castrazione, che dimostrano una certa ingenuità visiva e drammaturgica, ma l'insieme è costruito con attenzione e rispetto per l'argomento trattato, costringendo lo spettatore a prendere coscienza delle asperità psicologiche insite nella sessualità di un adolescente, ben incarnate dal fisico nervoso e dall'interpretazione sentita della giovane Valeria Bertuccelli.

Nobody Knows

Il taglio documentario scelto dal regista riesce a restituire senza facili patetismi la schiettezza di un dramma familiare che vede quattro ragazzini, figli di padri diversi e mai denunciati all'anagrafe, vivere clandestinamente in una appartamento di Tokyo con la propria immatura madre, che dopo alcuni viaggi di lavoro li abbandonerà definitivamente, facendo loro pervenire ogni tanto del denaro.
Kore'eda costruisce il dramma di una famiglia con estrema semplicità, in maniera quasi bislacca, come dimostra l'arrivo dei vari ragazzini all'interno di valigie fatte pervenire tramite una ditta di traslochi, ma che evidenzia sin da subito la precarietà esistenziale cui sono costretti questi bambini dall'infanzia negata.
Akira il maggiore dei quattro è colui che viene responsabilizzato da una madre distante ed incapace di sostenere il ruolo che le spetterebbe, privando i propri figli di una normalità che vorrebbero assaporare come gli altri ragazzi da loro osservati, e che lui stesso potrà conoscere seppur per un breve istante. Egli si ritrova così a badare ai propri fratelli e sorelle, trascinandosi in una spietata quotidianità costituita da tappe fisse presso il negozio di alimentari da cui si riforniscono e di saldo di bollette presso lo sportello automatico, sino al momento della crisi che si sviluppa progressivamente e impercettibilmente attraverso dettagli minimali, che delineano un dramma realmente accaduto, ma che il regista ha saputo raffigurare evitando comodi sensazionalismi e regalandoci un film intenso come lo sguardo del suo protagonista Yagira Yuya.

25/06/07

Follia

Tratto dal miglior romanzo di Patrick McGrath - a detta della critica letteraria - ma con alcuni lievi mutamenti rispetto alla pagina cartacea, il film descrive la passione deviante tra Stella Raphael, moglie di uno psichiatra in carriera e l'uxoricida, nonché aspirante scultore Edgar Stark.
Quello dell'ospedale psichiatrico è un ambiente che si presenta formalmente dedito ad un'impossibile parvenza di normalità borghese e che la relazione amorosa di Stella scardina immediatamente, mettendo in crisi un sistema fallace, che trova invece nell'aspirante neodirettore dr. Cleave - studioso delle devianze psichiche dettate dalla passione amorosa, cui pare essere immune - un estimatore non così disinteressato.
Egli si dimostra inizialmente quale mero studioso super partes, apparentemente distaccato e dedito all'osservazione e stimolazione di una relazione disturbante per gli stessi protagonisti, sino a disvelare i suoi intenti sponsali nei confronti di Stella, ma la passione da lui stesso sempre rinnegata e controllata con rigore scientifico saprà frustrare a suo modo le sue elucubrazioni psichiatriche.

22/06/07

Un mercoledì da leoni

Film che definire generazionale è erroneo e fuorviante, perché in esso vi è molto più di quello che Milius sembra volerci prospettare, introducendo i protagonisti quali scanzonati e immaturi surfisti, pronti a cavalcare le onde e conquistare nuove ragazze ogni giorno, e lo si dovrebbe già percepire dalla scansione temporale adottata in base alle mareggiate che sanciscono lo scorrere del tempo e della vita dei tre sportivi, cui l'inevitabile guerra del Vietnam segnerà ulteriormente il destino.
E' proprio questo appuntamento con la storia a determinare una svolta narrativa netta con aspetti inevitabilmente drammatici, ma che sembrano nonostante tutto tenere uniti i tre campioni di surf, ma è solo un'illusione come le immagini sullo schermo che ricordano a Matt (Jean-Michael Vincent) il suo glorioso passato sportivo e che al tempo stesso ne sanciscono la morte sportiva.
Ma Matt, Jack e Leroy avranno la loro occasione di riscatto e forse di ultimo incontro durante la grande mareggiata del '74, in cui i tre sapranno dimostrare il loro valore sportivo, nonostante l'inevitabile avvento di nuovi fenomeni forieri di un stile moderno e veloce.
E' in queste sequenze che Milius realizza scene di surf cariche di emozione, che vanno oltre il piacere sportivo, per trasfigurarsi in metafora esistenziale della lotta dell'individuo contro l'immensità della natura sino alla sua mitizzazione, regalandoci uno dei finali più malinconici, ma al tempo stesso virili del cinema americano.

21/06/07

Grisbì

Un classico del polar - il noir francese - con Gabin protagonista assoluto di una storia di malavita rispettosa di valori e codici morali destinati a morire, come dimostra la stanchezza avvertita da Max, il quale soddisfatto di aver realizzato il colpo della vita, aspira a ritirarsi finalmente a vita privata, ma deve ancora affrontare suo malgrado la sfrontatezza e il cinismo dei nuovi criminali emergenti, pronti a tutto pur di ottenere il grisbì, ovvero il malloppo secondo l'argot parigino.
Storia di uomini legati dal reciproco rispetto e dall'amicizia, che si sacrificano per aiutare i propri compagni in difficoltà, salvo vedere frustrate le proprie aspettative di vittoria, fino al culmine di un senso di amarezza e solitudine che neppure l'amore apparente di una donna pare poter lenire.
Becker realizza dunque un racconto crepuscolare, in cui il motivo musicale del film diviene contrappunto sonoro costante e malinconico di una vicenda, che diviene metafora della vecchiaia e della sua necessaria presa di coscienza, con tutte le sue ardue conseguenze, sino alla consapevolezza di un mondo che sta svanendo lentamente, per dare spazio ad un arrivismo inarrestabile e sordo a quel rispetto umano e quasi cavalleresco, di cui Max (Jean Gabin) è l'estremo depositario morale.



Tenebre

Dopo alcuni film di impostazione prettamente horror come Suspiria, Dario Argento ritorna alle atmosfere thriller de L'uccello dalle piume di cristallo, suo pregevole esordio, realizzando un racconto che sembra presentare - come al solito - apparenti incongruenze logiche, ritenute dai suoi detrattori il principale limite del proprio cinema, ma che in realtà ne tratteggiano la precipua cifra stilistica, in cui i falsi indizi disseminati lungo il percorso costringono lo spettatore a sospettare di ogni personaggio, quale potenziale colpevole.
In questo film Argento impiega per la prima volta la louma, già utilizzata da Polanski ne L'inquilino del terzo piano, per realizzare un piano sequenza acrobatico lungo le linee geometriche della villa volto a dilatare l'attesa di uno degli omicidi ricalcati dalle pagine del romanzo maledetto che dà titolo al film e a suo modo citando il film del regista polacco, anch'egli avvezzo ad atmosfere meno grandguignolesche ma di sicuro effetto emotivo per lo spettatore.
Film che purtroppo non appare quasi mai in televisione, causa la presenza tra le vittime dell'assassino di Veronica Lario, futura moglie di Silvio Berlusconi, la cui mutilazione nella finzione cinematografica ha un notevole impatto visivo e a suo modo "pittorico", dimostrando la capacità del regista nel creare sequenze di morte iperrealiste, che rimangono a lungo impresse nella memoria retinica dello spettatore.

19/06/07

La cosa

Il cinema di Carpenter è spesso riferibile ad un'evidente rielaborazione dei suoi tre film western preferiti: Un dollaro d'onore, Un dollaro d'onore e Un dollaro d'onore. Egli inserisce così elementi che rendono i suoi film facilmente riconducibili al classico di Howard Hawks e che nel caso di quest'opera - a sua volta remake di La cosa da un'altro mondo di Christian Nyby, cui pare avesse collaborato lo stesso Hawks - viene nuovamente riadattato alla propria visione meno edificante e consolatoria rispetto al suo predecessore cinematografico.
La cosa si presenta come film di fantascienza, ma contaminato dall'horror e con le implicazioni del genere western, dove il nuovo Far West non è lo spazio ignoto e profondo o la Monument Valley, ma è rappresentato dal continente ghiacciato ed il deserto ha il colore abbacinante della neve che tutto avvolge in un candido e letale abbraccio.
Carpenter ancora una volta ripropone il tema dell'assedio all'avamposto di frontiera, ma il nemico assume le vesti rassicuranti del miglior amico dell'uomo, cavallo di Troia di un teratoma alieno, capace di insinuarsi in ogni organismo vivente sino all'assimilazione totale.
Il pericolo viene dunque dall'interno, e non da apparenti scienziati norvegesi - pronti a tutto pur di salvaguardare le proprie vite e uccidere un apparentemente innocuo husky - per assumere il volto amico di un compagno fino alla sua trasfigurazione, gettando in un clima di paranoia i cowboy del ghiaccio, sino ad un finale di inquietante attesa sospesa, di cui non ci è dato sapere quali potranno essere le sorti di un'umanità minata nello spirito e nel corpo, in attesa di un ausilio che forse non si vorrebbe giungesse mai.

12/06/07

Adua e le compagne

Storia dolente e sincera di donne di vita che al tempo della legge Merlin si ritrovano ad anelare un'esistenza nuova e migliore, quale riscatto dal meretricio esercitato per anni con il benestare di uno Stato che le ha ormai stigmatizzate per sempre e che impedisce loro di avviare un'onesta attività, scevra da pregiudizi morali e sociali.
Le quattro donne lottano per conquistare questa loro nuova posizione e sembrano riuscirvi, nonostante gravi su di loro l'ombra della vecchia attività, che un irreprensibile uomo d'affari pare voler nuovamente imporre, in cambio di benefici legali utili all'avviamento di una trattoria fuori città.
Pietrangeli costruisce attentamente il contesto sociale e umano in cui si muovono queste ragazze, che scoprono le lusinghe e le illusioni della vita onesta e normale, in cui anche l'amore e gli affetti un tempo trascurati sembrano poter far ancora una volta capolino nei loro cuori, ma tutto questo non può sussistere perché la società non dimentica e non perdona il passato, finché tutto non viene cancellato dalla pioggia serotina, che trascina con sé quelle spemi tanto pervicacemente coltivate ed ora derise da quelle compagne di strada, che forse tali sogni non avevano mai nemmeno vagheggiato.

Il diavolo sulle colline

Film realizzato per la Rai che riesce - nonostante i limiti intrinseci del mezzo televisivo e di una recitazione che risente inevitabilmente della letterarietà dei dialoghi - a riprodurre le atmosfere del romanzo di Pavese, recuperandone le tematiche legate alla giovinezza e alla formazione umana dell'individuo attraverso il contatto con la campagna d'origine, contrapposta alla mollezza dolente della città, luogo saturo di noia esistenziale che si perpetua nel contesto familiare dell'abbiente Poli e della sua compagna di vita.
La collina è ambiente pregno di umori e odori ancestrali, che inebriano e stimolano le giovani menti dei protagonisti, che a vario titolo si ritrovano a vivere un'estate di attese in parte deluse, dove il gioco della seduzione femminile è inevitabile, ma senza conseguenze tragiche, in cui il giovane Rino voce narrante e alter ego dello scrittore assiste e subisce anch'egli il fascino di uno stile di vita lontano dal suo modo di essere, in bilico tra la ripugnanza e l'attrazione, mentre immune e più impermeabile a certi giochi dell'anima appare Pieretto, che assiste divertito ai giochi di sguardi e di seduzione di un mondo decadente, che cerca risposte ad un dolore dell'anima, spesso chiamato semplicemente amore.

05/06/07

Grindhouse - Death Proof

Tarantino dimostra di divertirsi più che mai e di voler giocare col cinema di serie B da lui tanto amato, confezionando un film che, come i prodotti di genere cui si ispira, è costituito da una trama esile, il cui pretesto è quello di mettere in mostra bellezze strizzate in abiti succinti, inserite in un contesto profilmico in cui elementi d'epoca e contemporanei convivono in un accumulo di segni e significati prettamente postmoderni, o come si direbbe oggi vintage.
Sin dai titoli di testa il regista si diletta con lo spettatore, strizzando l'occhio ad un passato cinematografico a lui ben noto, che viene rimescolato con il suo stesso cinema e le sue manie feticiste, come dimostra l'inquadratura d'apertura di un paio di piedi femminili appoggiati al cruscotto di un auto, ondeggianti a ritmo di musica.
Tarantino cerca di relaborare un genere di cinema di bassa lega, maltrattando la pellicola stessa mediante salti improvvisi dell'immagine, per poi recuperarne immediatamente lo scorrere regolare e così il senso stesso dei suoi verbosi dialoghi, così maledettamente veri nel loro realismo quotidiano e innocentemente banale.
Se la prima parte è necessariamente prodromica all'introduzione del maniaco Stuntman Mike (Kurt Russell), il cui ingresso in scena vitalizza subito la vicenda sino all'accelerazione finale del racconto, la seconda pare più polita anche tecnicamente, tanto da regalarci inquadrature e sequenze di notevole impatto, che dimostrano come Tarantino conosca bene il mezzo, anche se a volte può apparire irritante questo suo continuo giocare con i generi e con se stesso, ma finché gli riesce perché impedirglielo?

01/06/07

Lorna

Parabola morale delle più classiche, come dimostra l'incipit ammonitore del predicatore che avverte lo spettatore del percorso che sta per intraprendere all'interno dell'ennesima cittadina della profonda provincia americana, fotografata dallo stesso regista in un raffinato bianco e nero.
Meyer affina le unghie della propria critica sociale, attraverso la maschera di un cinema erotico sfrontato ed esuberante come le sue procaci protagoniste, per riflettere le ipocrisie e i pregiudizi di un'America retrograda e razzista, simile ad un girone infernale.
Lo spunto critico è dato dall'insoddisfazione prevalentemente a sfondo sessuale della protagonista, causa una certa legnosità del gentile e timido marito, incapace di offrirle quel piacere fisico e quel divertimento implicito dietro le luci della città da lei tanto sognate. Sarà un prestante evaso a far scoprire a Lorna quelle gioie trascurate e a farle dimenticare l'ingenuo Jim, costretto a difendere stoltamente l'onore della propria moglie di fronte alla sfrontatezza bifolca dei suoi compagni di lavoro.
Se l'originalità del film non è data dallo spunto narrativo, questa è da ricercare nella capacità di Meyer di incardinare - attraverso un montaggio alternato e un uso appropriato delle musiche per ogni personaggio e situazione - gli incroci del destino dei suoi protagonisti, contrappuntati e chiosati dai riferimenti biblici dell'evangelizzatore folle che ammonisce e presagisce le punizioni a venire dei suoi peccatori, manifestando un'ironia amara e a volte benevola nei confronti del povero e probo Jim, unica figura positiva in un contesto di dannazione eterna.