31/10/07

La follia di Barbablù

Ulmer rielabora il tema dell'assassino noto come Barbablù, trasformandolo in un artista tormentato di cui inizialmente si ignorano le motivazioni omicide, puntando sull'aspetto erotico della fascinazione subita dal burattinaio Morrell (John Carradine) nei confronti della modellista Lucille (Jean Paker).
Al regista non interessa celare l'identità dell'assassino, rendendocelo subito noto sin dalla sua entrata in scena e rinunciando all'eventuale mistero scaturibile dalla sua figura, spostando la tensione verso le indagini poliziesche, sino alla resa dei conti finale, dove tutto si riconduce alla Senna traghettatrice delle vittime di Barbablù.
Carradine con la sua fisicità evoca l'eleganza e l'ombrosità di un vampiro, ebbro di un disagio interiore che pare non trovare pace e che la pittura alimenta attraverso raffigurazioni evocatrici di fantasmi dell'inconscio che solo lo spettacolo teatrale delle marionette pare esorcizzare, come se gli fosse possibile manipolare la vita attraverso i fili con cui conduce i suoi pupazzi.
L'amore potrebbe redimerlo, ma la sua aspirazione ideale lo rende incapace di soppesare la realtà trasfigurandola, come dimostrano le sue tele e riducendolo a figura solitaria e fondamentalmente misogina, anafettiva, incapace di controllare i propri istinti omicidi, sino all'inevitabile autodistruzione.

I misteri di Shanghai

Film dove l'esotismo e il mistero d'oriente sono alla base di una storia inevitabilmente torbida, in cui una giovane bellissima donna si lascia progressivamente corrompere e trascinare tra le spire del gioco d'azzardo, del sesso e della dipendenza, a seguito di un piano di vendetta che affonda le sue radici nel passato, ma che non potrà non avere conseguenze inaspettate per la sua ideatrice.
Shanghai non si vede quasi mai, perché perfettamente racchiusa all'interno della casa da gioco con la sua struttura verticale, sorta di cavea teatrale in cui si svolgono le vicende di giocatori d'azzardo pronti a tutto e decisi a rovinarsi, svendendo ogni oggetto personale pur di ottenere una vittoria al tavolo verde e saldare il proprio debito con la spietata e ammaliante Mother Gin Sling (Ona Munson).
Intorno a lei ruotano figure di dubbia moralità e facoltosi uomini d'affari con qualche segreto da celare, sino all'ironico millantatore nonché sedicente poeta Doctor Omar (Victore Mature), figura cardine la cui uscita a latere prima del tragico finale, ha una connotazione prettamente teatrale, quale maschera che terminato il suo ruolo di fingitore, non ha altro compito che congedarsi dal suo pubblico e lasciare al loro tragico destino le protagoniste di una vicenda maliziosamente malsana, dove l'atmosfera e gli ambienti, nonché la fotografia costituiscono tutti elementi fondamentali per sostenere un film amaro e nient'affatto consolatorio.

Giorni e nuvole

Soldini ha il pregio di introdurci una Margherita Buy finalmente lontana dalla macchietta che era diventata negli ultimi tempi, dimostrando nella sua recitazione un controllo ed una dignità che non possono non apprezzarsi. Difficile, in un contesto ansiogeno e drammatico come quello del film, non cadere in un'interpretazione tutta vezzi e tic, con urla annesse, invece la felice scrittura del racconto ha saputo restituirci ruoli principali e minori ben definiti, in grado di non scadere nella banale visione da tinello di casa, tipica dal nostro cinema contemporaneo riverso sulla famiglia e le sue problematiche.
Eppure il film di Soldini va oltre l'analisi autoreferenziale della crisi familiare dettata dalla stanchezza sentimentale e la noia contemporanea un po' chic, per riflettere sulla fine del lavoro, sulla sua perdita improvvisa e quando Michele (Antonio Albanese) confessa il suo licenziamento taciuto per ben due mesi, viene subito alla mente il protagonista di A tempo pieno di Cantet, a quel senso di vergogna e sconfitta che si prova per non aver più la possibilità di lavorare, di ricoprire un ruolo sociale, di essere utile alla propria famiglia. Ed è il personaggio di Michele a risentire maggiormente di questo peso esistenziale dato da un vuoto che lo logora e che mette in crisi lentamente, silenziosamente i rapporti coi suoi cari, e che trova in Albanese un interprete sensibile e vero, anche se la storia rischia una certa ripetitività e incapacità di sbocco, che il regista riesce comunque a proporre attraverso situazioni e peregrinazioni in una Genova che vorrebbe respirare, trasmettendoci così l'angoscia e il perturbamento di una famiglia e di una società che arranca faticosamente.
Non a caso Soldini mette in mano alla Buy il libro di racconti della Munro, Nemico, amico amante, forse per trasmetterci quel desiderio di libertà o meglio di abbandono di questo grigiore in cui si è precipitati e da cui pare non potersi sfuggire, o almeno sembra non riuscirvi Michele, ma Soldini lascia intravedere uno spiraglio di salvezza, ponendo in bilico il rapporto tra Elsa e Michele, racchiusi in una plongée come due personaggi di Gondry, sospesi negli affetti e di fronte ad un futuro ancora incerto, come sempre, ma forse con una piccola fiammella di speranza da tenere viva.

23/10/07

La giusta distanza

Il nordest come insegna Massimo Carlotto, del quale fa capolino di sfuggita un suo romanzo, è terra di misteri e delitti spesso gratuiti, passionali, torbidi, come è d'uso aspettarsi dalla provincia più profonda e chiusa in se stessa, ma il film di Mazzacurati pare funzionare meglio nella prima lunga parte, dove si sofferma nella descrizione di quella realtà brumosa, sospesa nel tempo, in cui il presente si fa sentire con chiari riferimenti alla nostra società e al nostro tempo.
E' proprio la venuta della nuova maestra a suscitare le pulsioni represse ed inespresse di molti suoi abitanti, tra cui il diciottenne Giovanni (Giovanni Capovilla), aspirante giornalista che spia silenziosamente la vita affettiva della giovane ragazza, quale testimone silenzioso di una passione che la vedrà coinvolta, superando barriere culturali e pregiudizi sottopelle, nascosti dall'ipocrisia della tolleranza.
Ed è quest'aspetto in cui si inserisce l'impianto giallo, visibilmente pretestuoso e tirato via che Mazzacurati tenta di parlare di integrazione culturale e razziale e delle difficoltà del nostro tempo nei confronti della cultura "altra".
Il regista dimostra di saper gestire meglio la materia nel momento in cui tratteggia una realtà a lui ben nota, con i suoi protagonisti più o meno bislacchi e a tratti bozzettistici che la presenza di Mara (Valentina Lodovini) pare risaltare e ricondurre ad un contesto di realismo. E' nel raccontare la provincia e i turbamenti del cuore suscitati dalla giovane maestra che Mazzacurati ci restituisce un racconto sincero ed affascinante nella sua semplicità, grazie ad una fotografia curata, in grado di risaltare la luce ed i colori freddi di un nord est bisognoso di calore umano, inadeguato a conservarlo, seppellendolo sotto i rancori e i pregiudizi di un tempo presente saturo di sfiducia, che nello sguardo finale del protagonista pare trovare quella giusta distanza non solo dall'evento cronachistico, ma anche dalle aspirazioni sentimentali che lo sosterranno nella sua recisione del cordone ombelicale da un universo locale richiuso in sé stesso.

20/10/07

E Johnny prese il fucile

Parabola antimilitarista di Dalton Trumbo tratta dal suo omonimo romanzo, che non scade nel patetismo più bieco, nonostante una vicenda umana che in sé non può non colpire lo spettatore , dato che il protagonsita è ridotto ad un tronco umano privo della favella dell'udito e della vista, relegato in una stanza d'ospedale quale oggetto di studio ai fini della scienza medica e della guerra stessa.
Johnny in verità cosciente, impara a comprendere e a rendersi conto di quello che gli avviene attorno, cercando dentro la sua mente, i suoi ricordi ed i suoi sogni la risposta a tutto questo dolore per una vita che non è più tale e che pare ad un certo momento trovare il conforto in una gentile infermiera che proverà a comunicare con lui, superando la presunzione e la miopia della scienza medica unita a quella militare.
Trumbo contrappone un presente grigio ed incolore al passato ed alle visioni oniriche colorate, dove fa capolino pure Gesù, in veste ironica e ad un certo punto rassegnata ed impotente di fronte alla condizione disumanizzata del povero soldato.
Johnny scava nei propri ricordi e visioni grottesche gli stimoli per trovare un contatto con quel mondo esterno che pare vergognarsi di lui, quale frutto dell'orrore umano e come tale inadeguato ad essere esposto agli occhi dell'umanità.
Trumbo chiude la vicenda in un finale agghiacciante, dal sapore quasi horror o fantascientifico che dir si voglia, dove la solitudine e il buio avvolgono progressivamente la voce interiore del protagonista enunciata invano attraverso l'alfabeto morse, ma ormai volutamente inascoltata per il bene della guerra e della medicina.

17/10/07

Da parte degli amici: firmato mafia

Titolo fuorviante che vorrebbe richiamare il genere poliziottesco in voga negli anni '70, ma che in realtà cela un polar secco ed efficace, in cui la disillusione di Louis Orsini (Jean Yanne) lo spinge a portare a termine una vendetta sistematica, che si dispiega lungo l'arco di un racconto in cui emergono tradimenti e rancori sottopelle, che il protagonista invano aveva cercato di rifuggire allontanandosi da Marsiglia.
Città per antonomasia del polar, come insegna Izzo nei suoi romanzi, che affascina e repelle chi ci vive, sporcando ogni cosa di sangue e mistero ed in cui la politica stessa è la fonte principale di un malessere che tutto corrompe e distrugge sino all'inevitabile morte.
Film che vanta facce cinematografiche di genere, tra cui spicca su tutte quella del gangster sventurato per antonomasia, ovvero Sterlyng Hayden, ma in un ruolo contrapposto a quello rivestito in due film fondamentali del genere noir come Giungla d'asfalto e Rapina a mano armata. Sarà proprio lui a dover fare i conti con l'amico Louis, ormai braccato dalla polizia e deciso a compiere la sua opera sino in fondo, in un confronto/scontro saturo di consapevole tristezza e rammarico per un'amicizia incapace di andare oltre i ruoli assegnati dalla vita e dalle circostanze infauste, in un finale che pare omaggiare lo stesso Hayden.

15/10/07

4 mesi 3 settimane 2 giorni

E' uno sguardo secco, preciso capace di distanziarsi adeguatamente da ciò che osserva, restituendo tutto il livore e la freddezza di una storia che erroneamente si può ritenere pro aborto, e che per questo potremmo definire bressoniana nella sua messa in scena, quello proposto dal regista rumeno con riferimento agli anni del regime Ceausescu.
Non vengono espressi giudizi in merito alla scelta operata dalle protagoniste, ma si presenta un dramma sociale che diviene sistematico a causa di un regime che impone determinate regole e che comporta scelte, che per la loro illegalità fanno emergere necessità e piccole crudeltà del quotidiano, atte a mettere in crisi valori e affetti consolidati.
Significativo è il piano sequenza della cena cui partecipa con grande sofferenza e nervosismo Otilia (Anamaria Marinca), momento pregnante in cui si ritrova a dover fare i conti con se stessa, i propri sentimenti ed il disagio della violenza subita e quella che dovrà alla fine compiere.
Ed è il piano sequenza la misura stilistica e narrativa idonea a racchiudere nella cornice dello schermo le storie di due ragazze, che impareranno a comprendere a caro prezzo il senso di quella piccola morte e della loro stessa esistenza, già di suo forgiata dalle privazioni, eppure così lontana ed incomprensibile a quei genitori che dovrebbero e potrebbero aiutarle, e che aprioristicamente sentono di rifiutare per paura e vergogna.

Gattaca

Niccol ricrea un'estetica fantascientifica stile anni '50, che non si ripiega su stessa in una semplicistica operazione postmoderna, perché vi inserisce tematiche che vanno oltre l'abusata rappresentazione di una società fondata sull'eugenetica, riuscendo a parlare di sentimenti e legami di sangue con tatto gentilezza.
Vincent/Jerome (Ethan Hawk) non è raffigurato come un semplice ribelle, oppositore di un sistema che seleziona i suoi rappresentanti sociali attraverso la fecondazione in vitro e la discriminazione delle caratteristiche comportamentali mediante la manipolazione del DNA, al fine di creare una comunità pacifica e per questo superiore, ma è un sognatore fiducioso delle proprie capacità e della propria forza di volontà.
Presa di coscienza che avviene nella sua adolescenza e che lo spinge ad abbandonare la propria famiglia per perseguire una vita nomade ed inevitabilmente ai margini, sino al tentativo di riscatto grazie al raggiungimento di Titano, che diviene una sorta di meta inesplorata ed ambita, cui ricongiungersi per dimenticare un mondo così ingrato.
Vincent si ritrova così a difendere la propria falsa identità messa a rischio dai continui controlli di validità genetica sino all'incontro/scontro con il dimenticato fratello, occasione per il protagonista per mettersi ancora una volta alla prova e perseguire le proprie aspirazioni d'amore e di elevazione non solo fisica ma anche spirituale, per raggiungere quelle stelle così tanto sognate nella sua infanzia.

12/10/07

Collateral

Arduo non andare con la mente a Taxi Driver di Scorsese nel momento in cui facciamo la conoscenza di Max (Jamie Foxx), ma il contesto urbano in cui si aggira è ben diverso ed altrettanto oscuro, illuminato da luci al neon che si mescolano alle luci delle auto e di una città la cui indifferenza è il fattore di maggiore spregio per il solitario lupo grigio Vincent (Tom Cruise). Quest'ultimo è un individuo sicuro di sé, che cela nell'animo quel senso di morte che lo grava e di cui si fa portatore per mestiere, aggirandosi come un automa freddo e spietato degno del Terminator di Cameron, che pare emulare nella sequenza in discoteca, dove le sue movenze si accordano ai ritmi algidi e digitali del suono tecno-trance.
Max è invece un individuo mite, che aspira ad un futuro migliore e ad una serenità che pare ritrovare solo nell'isola da lui sognata in cartolina, in attesa del grande salto, ma l'incontro con Vincent sarà per lui un'occasione per comprendere se stesso e le sue velleità.
E' attraverso l'incrociarsi di queste due esistenze che Mann ci parla ancora una volta, attraverso l'archetipo del noir, della solitudine umana da cui l'individuo manniano cerca di sfuggire, ma ne è inevitabilmente assorbito, sino all'avverarsi di quella paura di morte ed indifferenza paventata dal glaciale killer.
Allora forse una speranza di salvezza esiste, alla fine del viaggio al termine della notte, magari nell'amore, ma questa è un'altra storia che Mann lascia alla nostra immaginazione.