30/11/07

Assassination Bureau

Film tratto da una novella di Jack London intrisa di sano umorismo inglese tanto da rendere quest'opera un gradevole gioiellino di cinema del passato,dove l'ammiccamento è consapevole ed intelligente, arma vincente di un racconto che dalle sue premesse fa trasparire l'ironia che lo attraversa mediante un excursus storico sugli attentati omicidi, dietro i quali si celerebbe una raffinata organizzazione internazionale addetta allo scopo, presieduta da Ivan Dragomiloff, interpretato da un canagliesco, quanto signorile Oliver Reed.
L'attore si presta perfettamente al ruolo, con quel sorriso luciferino che traspare da un viso serioso, che lo rende simpatico ed accattivante tanto da far cadere tra le sue braccia la monacale e ritrosa Sonia Winter (Diana Rigg), aspirante giornalista, che rammenta a suo modo Mary Poppins e che infine sarcasticamente si ritrova ad indossare proprio abiti talari per raggiungere il proprio amato.
Storia che si dipana lungo l'Europa offrendo scorci paessaggistici e vezzi su cui il regista riesce a scherzare, senza cadere nella macchietta e restituendo un divertimento sincero e piacevole, come l'avventura che vede il nostro Ivan destreggiarsi attraverso tentativi di omicidio ingegnosi e una lotta di seduzione progressiva con la virginale Miss. Winter, il cui cognome (winter = inverno) evoca già il senso della propria natura apparentemente algida e sussiegosa.

Volti

Film travagliato nella sua lavorazione e rielaborazione, che ci restituisce l'idea di cinema di Cassavetes, in cui l'improvvisazione e l'apparente confusione verbale, fatta di giochi di parole e dialoghi continui sulla quotidianità ci restituiscono tutta la modernità del suo cinema, indipendente e allo stesso tempo vicino allo stile della New Hollywood.
Storia di una crisi coniugale borghese prospettata da due punti di vista contrapposti, destinati a ricongiungersi in un finale sospeso come il passaggio continuo sulla scala del protagonista fino alla sua uscita di campo, che si ricollega all'incipit in cui lo stesso entra in scena sempre attraverso una scala.
Cassavetes insegue i suoi personaggi, ma la sua m.d.p. non è ossessiva e concitata come lo stile Dardenne, dimostrando un distacco notevole dalle sue maschere umane, ma che al tempo stesso ci restituisce uno sguardo partecipe, in cui le inquadrature oblique e grandangolari ci permettono di avvertire il disagio e le pulsioni dei protagonisti, attarverso situazioni che mutano repentinamente come i sentimenti e le ansie delle persone.

19/11/07

Senza un attimo di tregua

Noir in cui Lee Marvin, uomo senza nome, noto solo come Walker è un non morto, un sopravvissuto in cerca di vendetta, che si ritrova a fare i conti con una misteriosa organizzazione per riavere i soldi di una tentata rapina organizzata dal suo amico-rivale Mal Reese (John Vernon).
Boorman dipinge un antieroe implacabile e spietato, apparentemente insensibile all'amore, se non a quello tradito della propria moglie, costretto a sopravvivere in una realtà allucinata, accentuata dal montaggio giocato su flashback in cui si sovrappongono i piani temporali e percettivi di Walker.
Marvin incarna perfettamente la tenacia di un uomo che non ha altro obbiettivo che il proprio denaro, tanto da ritrovarsi a sostenere lotte e doppi giochi continui, in una girandola di tentativi di sua eliminazione falliti, in cui a prevalere è la sua astuzia nonché la latente misoginia, con cui sfruttare la sorella della defunta moglie quale oggetto di meretricio per avvicinare l'amico di un tempo.
Walker agisce come un automa, fino a scoprire l'amara verità di un ingranaggio più grande di lui, ma da cui forse saprà districarsi, attraverso una scelta, che se non definibile etica, ne denota comunque l'intelligenza e la capacità di rinuncia, quale rivalsa e preminenza nei confronti del proprio occulto manovratore.

in questo mondo libero...

Se in passato Loach, nel raccontare vicende di precariato sociale e lavorativo, riusciva a stemperare la tensione attraverso toni da commedia ed una sovrapposizione di voci e rumori, sintomo della confusione mentale ed esistenziale dei suoi protagonisti, da tempo si è lasciato andare ad una lucida ed impietosa analisi della realtà.
Non c'è speranza nel suo sguardo e la sua rabbia confluisce in dialoghi e situazioni che mettono in evidenza i meccanismi di una società e di un mondo del lavoro in cui l'illegalità e la necessità vanno di pari passo, creando un sistema per nulla virtuoso in cui Angie (Kierston Wareing) si ritrova da sfruttata a profittatrice, sviluppando progressivamente un istinto di sopravvivenza che la trasfigura agli occhi dell'anziano padre, esponente della vecchia working class e consapevole testimone di un abuso progressivo che sente di dover rinnegare con forza.
Loach adotta uno stile molto ellittico, quasi a voler rifuggire momenti potenzialmente drammatici e retorici, lasciandocene presagire le conseguenze emozionali, tanto da creare stacchi narrativi spiazzanti come il finale, a dir poco agghiacciante nella sua chiusura di un cerchio di cui lo spettatore conosce ormai bene le false apparenze e speranze.

Un'altra giovinezza

Coppola torna al cinema con una storia che trasuda filosofia col rischio di poter sembrare verbosa ed involuta nella sua esplicazione per immagini, ma che proprio grazie ad esse riesce ad affascinare e coinvolgere, per lasciarci un messaggio molto più semplice del discorso stesso con cui viene proposto.
Il titolo italiano di suo è fuorviante ed incapace di giocare sull'ambiguità contraddittoria di Youth Without Youth, che rende maggiormente l'idea della condizione esistenziale del suo protagonista, teso verso una ricerca che si spinge sino alle radici del linguaggio e della nostra vita, ma che saprà riscoprire ed apprezzare l'amore - sensazione per quanto dolorosa - per cui almeno una volta vale la pena vivere.
Ed è qui che Coppola riesce ad appassionare, grazie anche alla delicata bellezza dell'esordiente Alexandra Maria Lara, che dà corpo ad un amore che trascende il tempo o che forse appartiene al sogno di un uomo che aspira a recuperare attraverso la dimensione onirica ciò che aveva perduto, mettendo alla prova sé stesso e le sue aspirazioni, forse così vaghe ed effimere rispetto al sentire che solo il cuore ci può trasmettere quando batte per un sentimento sincero.

09/11/07

Come l'ombra

"Come vuole l’ombra staccarsi dal corpo
Come vuole la carne separarsi dall’anima
Così adesso io voglio essere scordata"
(Anna Achmatova, “A Molti”, 1922)

Marina Spada riesce a condensare per immagini e grazie alla fotografia di Gabriele Basilico lo straniamento e la solitudine percepibili in un'estate metropolitana attraverso la geografia desolante di una Milano inusuale, periferica, asfittica come l'esistenza chiusa e ombrosa della protagonista, di cui conosciamo i gesti semplici, quotidiani che ne cadenzano la vita e che ci trasmettono una malinconia ed un malessere sottili, che pare smuoversi solo nel momento in cui viene a contatto con Olga (Karolina Dafne Porcari) ed in particolare con la sua misteriosa sparizione. E' come se quest'evento riuscisse a dare un senso ad una quotidianità vissuta meccanicamente, senza intensità o passione, lasciando che ogni giorno trascorra uguale all'altro senza un moto di cambiamento e dove anche un incontro d'amore appartiene ad un'opaca routine ed una potenziale vera passione, nasconde verità inconfessabili.
Emblematica la figura di Boris (Paolo Pierobon), uomo che dissimula e svicola ogni verità come l'ambiente circostante che con la sua indifferenza, omertà e cinismo tende a seppellire tutto sotto una coltre di silenzio e allora come un'ombra che vive grazie alla luce che la proietta e che dipende dal corpo cui appartiene, Claudia (Anita Kravos) desidera pure lei come i versi della Achmatova staccarsi da quel corpo, il suo corpo, forse per trovare un senso ad un'esistenza che non pare riuscire a comprendere o raggiungere, intrappolata tra gli immensi spazi vuoti della periferia in cui pare essere rimasta imprigionata.