31/12/07

L'età barbarica

Titolo ammiccante come la locandina nel voler richiamare i due precedenti lavori di Arcand, di cui costituisce la chiusura, ma con nuovi protagonisti e con un titolo, quello originale (L'age des tenebres) che trasmette in maniera più adeguata di quello nostrano il senso di smarrimento in cui si ritrova il protagonista.
Jean-Marc (Rufs Wainwright) è un funzionario governativo del Quebec che vive costantemente in un mondo di fantasia, o meglio in una realtà rimodellata di volta in volta in base alle proprie pulsioni e desideri del momento, spesso burleschi e grotteschi, a volte cinici, ma in fondo antidoti contro il grigiore plumbeo di una realtà che non pare trasmettere più alcuna speranza, come dimostra il suo stesso lavoro, volto a fornire un aiuto impossibile a coloro che si rivolgono al suo sportello per ottenere ausilii dallo stato.
Jean-Marc progressivamente si accorge della vanità di tale fuga sino ad una progressiva presa di coscienza che lo induce ad una scelta drastica ed apparentemente inevitabile.
Arcand dissemina un'ironia amara ed un senso di gravida cupezza che si accresce con il passare del tempo, tanto da rendere lo spettatore cosciente e consapevole della determinazione del protagonista, che può apparire, scontata e vigliacca, ma Arcand stesso non sembra voler proporre altra soluzione, di fronte ad una realtà che sembra ormai respingerci attraverso la sua rigida programmaticità, priva di ogni calore e tepore umano.

18/12/07

Paranoid Park

Lo sguardo di Van Sant anche questa volta si rende frammentario e sovrapposto, come e più che mai rispetto al precedente Elephant, utilizzando un linguaggio prettamente filmico in cui il segno cinematografico si fa preponderante non solo attraverso il montaggio in overlap, ma anche attraverso il fuori fuoco, il fuori campo e la slow motion.
Il regista relega spesso nell'altrove dello sguardo spettatoriale le figure enuncianti per concentrarsi sulle espressioni del suo svagato protagonista, che si ritrova a dover fare i conti con la propria coscienza di un delitto involontario, ma senza che il racconto debba assumere una piega da film giallo o noir o thriller. Pare quasi che a Van Sant non interessi la storia in se stessa per elaborare una regia astratta, fatta di ombre e silhouette attraverso le quali suggerirci azioni ed emozioni dei protagonisti, ma del tutto si ha solo un'idea sfocata, pare ricordarci il regista che adotta una colonna sonora all'inizio ipnotica nelle sequenze documentaristiche con cui insegue gli skater, restituendocene le evoluzioni, ma soprattutto i luoghi dei loro raduni, per poi optare per sonorità che contrastano nettamente con il contesto narrativo di riferimento, quasi ad ironizzare e decontestualizzare ulteriormente ciò che lo spettatore percepisce.
Paranoid Park è la dimostrazione di come il cinema come linguaggio di segni possa ancora esprimere la confusione e la perdita di senso del nostro mondo contemporaneo e Van Sant ci riesce modulando e sfruttando gli strumenti a sua disposizione in maniera sapiente e adeguata, manifestando come un linguaggio apparentemente abusato, possa ancora restituire un senso, un significato alle immagini senza per questo trasformarle in banali inquadrature televisive o pretenziose formalità artistiche.

Me and You and Everyone We Know

Si potrebbe pensare a questo film come ad un'opera leziosa e inconsistente, ma sarebbe il giudizio superficiale o forse sin troppo approfondito da parte dello spettatore che si ritrovasse di fronte a questo primo lungometraggio di Miranda July, ragazza dolce e sensibile che traspone per immagini una realtà provinciale abbastanza tipica, ma lo sguardo contemplativo della regista evidenzia subito una certa levità che rende il tutto più gradevole e curioso, grazie a sonorità elettroniche soffuse che cadenzano il ritmo di immagini sospese come i sentimenti di Christine (Miranda July), videoartista fortemente emotiva, tanto da trasporre nelle proprie opere sensazioni, impressioni ed immagini che denunciano una ricerca emozionale precisa.
Richard invece è un padre apparentemente stralunato ed incapace di rapportarsi coi propri figli, anch'essi emblematiche figure in cerca di un lenitivo alla propria solitudine, che gestisce con imbarazzo la separazione dalla moglie e non riesce ad accogliere col dovuto entusiasmo le attenzioni amorevoli di Miranda.
La regista costruisce tante piccole storie di vita anelanti sesso e sentimenti in maniera spesso buffa e stralunata, in cui i bambini appaiono figure già consapevoli della propria esistenza e della propria maturità, ma che sono costretti a celare agli occhi degli adulti, mentre questi ultimi sembrano regredire ad uno stato adolescenziale dell'amore, ma il tutto vissuto con leggerezza e poesia.
Un film buffo che può far storcere il naso ai più, ma che dimostra di saper raccontare un quotidiano stralunato con delicatezza e dolcezza come il viso gentile della sua autrice/attrice.

17/12/07

Irina Palm

Una chitarra quasi spettrale ci introduce in un contesto che subito pare rammentare un film di Loach, in cui esistenze proletarie vengono subito messe a dura prova dall'esistenza infame, ma Garbarski dimostra di saper gestire la materia con sapiente equilibrio narrativo, alternando momenti drammatici ad altri da commedia senza per questo cadere in facili scelte narrative, come dimostra la sequenza all'interno del locale sexy in cui si ritroverà a lavorare con un'esotico nome d'arte in cui il regista sceglie di non mostrarci immediatamente il controcampo in cui sono relegati i libidinosi clienti, senza mai drammatizzare o ridicolizzare un contesto di dubbio gusto.
Film che segue le vicissitudini di una figura stanca, piegata dall'esistenza, che si evolve e si nobilita nonostante lo squallore in cui si ritrova ad agire, e che si confronta con l'emblematico ed in fondo romantico personaggio di Mikky (Miki Manojlovic), il quale la introduce in una realtà fino a quel momento inimmaginabile per Maggie (Marianne Faithfull) che l'aiuterà ad evolversi anche nel suo rapporto con il proprio amato figlio riuscendo a reciderne il cordone ombelicale e a fugare i fantasmi latenti del passato.

Il giovedì

Poco apprezzato e decisamente sottovalutato questo film di Dino Risi che vede Walter Chiari incarnare un personaggio cucitogli addosso, tanto da rispecchiarne la natura a volte fanfarona di uomo volto a vivere parassitariamente la propria esistenza, in una condizione di immaturità costante che lo porrà necessariamente a confronto con la propria indole, attraverso gli occhi del figlio misconosciuto e molto più accorto e maturo di lui.
Risi ricostruisce un rapporto interrotto che consente ai due protagonisti di imparare a conoscersi e rispettarsi, facendo emergere tutta l'inconsistenza umana di un padre inadeguato ed incapace di prendersi delle responsabilità affettive, fornendoci ancora una volta un ritratto della società del tempo con evidenti richiami funerei al suo precedente film Il sorpasso, come dimostra la sequenza in cui la vistosa automobile del padre millantatore viene superata da un carro funebre il cui clacson evoca quello dell'Alfa di Gassman, rammentandoci la caducità di certi modelli sociali e dei suoi emblemi consumistici.
l'autore riesce a dipingere il rapporto in maniera nient'affatto patetica, pur toccando corde di notevole sensibilità, come dimostra l'intenso prefinale in cui il figlio saluta affettuosamente l'amato padre, ormai messo a nudo di fronte alla propria inconsistenza umana, ma forse ancora in grado di recuperare un minimo di dignità, gettandosi alle spalle tutti i problemi e velleità bambinesche di cui sinora si era fatto portatore.

09/12/07

Tutti dicono I Love You

La leggerezza e leggiadria con cui Allen si avvicina al musical dimostrano tutta la sua sensibilità, ma anche la sua capacità di trasformare una delle sue storie corali in un nuovo affresco metropolitano arioso, per raccontare intrecci d'amore e dell'esistenza senza particolari tristezze o pesantezze angosciose, dimostrando come anche un film sull'amore e le sue cangianti sfumature possa apparire gradevole e spensierato.
Allen si divide tra New York, Parigi e Venezia, affidando alla voce narrante della figlia il compito di descrivere le vicende di una famiglia allargata, in cui tutto appare equilibrato pur nella propria frivolezza radical chic, che Allen si diverte a deridere con garbo e sensibilità, come al suo solito, riuscendo a rendere partecipi della musicalità del film attori che paiono ben lontani dal genere, senza apparire mai stucchevole.
Peccato che per chi scrive la Roberts appaia quasi distante e fuori posto all'interno di un contesto d'attori azzeccato in cui spicca un Tim Roth grandioso nel suo ruolo di ex carcerato paranoico e carnale, che smuove un poco l'ambiente domestico, ma senza per questo determinare le consuete tragedie o drammi che ci si aspetterebbe dalla vita e da un film di Woody Allen, nonostante il sarcasmo di fondo, perché questa volta i toni sono sopsesi ed il regista newyorkese ha voglia di felicità, seppur velata di una certa malinconia di fondo, ma almeno con un sorriso costante lungo l'arco di tutto il racconto.

03/12/07

Tideland

Gilliam realizza un film non lontano dalla visionarietà disturbante del suo precedente Paura e delirio a Las Vegas e pare riuscire a farvi confluire quegli incubi ed immagini allucinogene che sono venute meno nel progetto I fratelli Grimm, in cui il regista si è dovuto adeguare ad un gusto più commerciale, senza però ottenere i risultati sperati dalla casa di produzione.
Questo film men che meno può aspirare a un miglior esito d'incassi, ma almeno Gilliam ha potuto dar sfogo alle sue idee e alle sue pulsioni visive realizzando un'opera che può suscitare pareri discordanti proprio per il debordante accumulo di colori e sensazioni immaginifiche, creando una storia decisamente crudele e folle, in cui spicca la sorprendente Jodelle Ferland, in grado di reggere l'intera vicenda, che procede faticosamente attraverso visioni che sono il frutto della fantasia spiccata della bambina che richiamano inevitabilmente Alice nel Paese delle Meraviglie e attraverso lo specchio, ma in chiave ancor più grottesca e quasi lisergica.
Difficile dire se sia un film da giudicarsi positivamente, in quanto lascia dei dubbi e delle perplessità, come il romanzo di base, pare quasi scritto a tavolino per essere trasposto per immagini da Gilliam, a differenza del summenzionato Paura e delirio a Las Vegas. Sicuramente un divertissement per il regista, che dimostra di avere qualcosa da dire, ma che si spera possa affinare al prossimo film, riuscendo a plasmare la materia in maniera più adeguata, senza sprecare attori, forse ormai cadaveri di se stessi come Jeff Bridges, cui si potrebbe dare ancora un'opportunità espressiva più adeguata.