29/05/07

Breakfast on Pluto

Neil Jordan dimostra ancora una volta la propria vocazione narrativa in equilibrio tra commedia e dramma trattando tematiche politiche forti legate alla sua terra d'origine, l'Irlanda. Egli aggiorna il discorso già affrontato con La moglie del soldato (The Crying Game), seppur l'ambientazione storica sia precedente, e il gioco dell'ambiguità sessuale più scoperto ed evidente per parlare di identità nazionale, con una leggerezza gradevole sempre in equilibrio, che trova in Cilian Murphy un protagonista pregevole e maledettamente affascinante pur nella sua ambiguità estetica.
Il doppiaggio rende la voce leziosa e forse macchiettistica, ma sicuramente l'interpretazione dello stesso e la capacità di trattazione della materia aiutano a superare eventuali remore e dubbi, il tutto sostenuto pure da una colonna sonora che contrappunta i vari capitoli della vicenda del giovane Patrick, che partito alla volta della tentacolare Londra per ritrovare la propria madre, imparerà ad amare il proprio impacciato padre, attraverso un'agnizione che cita apertamente il Wenders di Paris, Texas, attraverso una confessione sensibile, giocata sul piano della fabula come nel film summenzionato, ma senza i risvolti drammatici e solitari dello stesso.
Jordan vuole dunque infondere speranza a Patrick e al proprio paese, senza per questo cadere in un finale posticcio, dimostrando di saper raccordare i fili di una narrazione volutamente lunga e completa, per non lasciare alcunché in sospeso e analizzare a fondo tutti i suoi variegati protagonisti.

26/05/07

La Città Proibita

L'ultimo film di Yimou si ispira ad un dramma teatrale e come tale rinuncia ad una rappresentazione dinamica degli eventi, salvo alcune efficaci sequenze di battaglia che rientrano nello spirito graduale di questa tragedia, in cui non mancano le implicazioni psicanalitiche del caso.
E' proprio dalle relazioni incestuose che coinvolgono i membri della famiglia reale, che si dipanano le successive vicende ed intrighi racchiusi nel magniloquente palazzo reale, gabbia dorata dietro la cui bellezza e opulenza si celano il tradimento e la rassegnazione ad un destino di morte incombente. Evidente contrapposizione visiva e facile metafora di un mondo in cui tutto riluce - fatta eccezione per ciò che si trova al di fuori della reggia - ma saturo di ombre insite nel cuore degli uomini, sino alla alla resa dei conti conclusiva, non così scontata nel suo esito di quanto si possa ritenere e con chiosa allegorica finale, che denota però il compiacimento visivo in cui ormai sembra cullarsi un regista, che un tempo sapeva parlarci della Cina moderna attraverso il suo passato storico e politico con minor sfarzo, ma sicura forza espressiva capace di ferire lo sguardo.

24/05/07

Breach

A differenza di altri film di spionaggio, questo Breach si allontana da quella tensione drammatica ricca di colpi di scena e toni sopra le righe tipica del genere, per assumere invece una veste volutamente dimessa, in cui il mondo delle spie appare prettamente burocratico e privo di quell'azione adrenalinica sul campo, tanto agognata dall'ambizioso Eric O'Neill (Ryan Philippe).
Storia che predilige il confronto psicologico tra i due protagonisti, soggetti apparentemente distanti, di cui emergono presto evidenti affinità culturali che mettono in crisi l'intento investigativo di O'Neill, in grado di minare il rapporto con la propria moglie, appartenente ad una formazione intellettuale distante dal modello proposto dal bigotto e conservatore Robert Hanssen (Chris Cooper).
Ma il regista Billy Ray è avvezzo a raccontare storie vere basate sulla menzogna e sul potere della stessa a mistificare la realtà circostante, come il suo precedente L'inventore di favole, vicenda vera di un giornalista capace di falsificare le fonti dei propri articoli, riuscendo a guadagnarsi la fiducia e il rispetto di tutti, proprio come il sedicente integerrimo servitore dello stato Hanssen.
Si assiste così ad una storia misurata che non cerca i colpi ad effetto, mantenendo una tensione sottopelle sufficientemente percettibile, ma si ha la sensazione che la vicenda, pur nella sua fondatezza concreta, non riesca ad aggiungere niente di nuovo ed eclatante ad un genere ben noto anche nei suoi sviluppi di doppigiochi e colpi di scena, ma con la capacità di fornire un finale sufficientemente drammatico, attraverso un ultimo significativo incontro tra i due avversari, prima dell'ascesa al patibolo della giustizia umana.

23/05/07

Gli innocenti

Ultimo capitolo di una trilogia del regista danese Per Fly, questo film dimostra ancora una volta come il cinema del nord europa sia portatore di ansie e angosce esistenziali con cui dover fare i conti ad ogni sua visione. Storia carica di tensione e senso di smarrimento, che contrasta con le immagini ariose del volo in parapendio del protagonista su una realtà esteriormente gentile e piacevole con i suoi pendii ed il verde imperante a ridosso della scogliera.
Carsten (Jesper Christensen) viene assurto a portatore di un disagio esistenziale di una classe sociale incapace di affrontare la realtà quotidiana, costretta a rifuggire la paura dell'immobilismo in cui si ritrova invischiata. A tratti si ha l'impressione che certe immagini di repertorio di morte e distruzione possano far ricadere il discorso su conclusioni banali e didascaliche, ma è l'espressività dello stesso protagonista e lo sviluppo drammatico della vicenda a rifuggire soluzioni eccessivamente scontate e a costruire una tensione angosciosa in crescendo, dove l'abbrutimento fisico del protagonista è conseguenza di una crisi, forse morale, ed un pentimento che alla fine non possono trovare redenzione.
Carsten rendendosi conto dei propri errori vorrebbe rimediarvi, ristabilendo quell'unione affettiva perduta con la propria moglie e strappando la confessione alla propria amante di un omicidio, da lui stesso ideologicamente giustificato e condotto alle estreme conseguenze, ma che non è più possibile rivelare, pur nella consapevolezza generale delle istituzioni, giungendo ad un isolamento inevitabile, tale da mettere in discussione le proprie scelte esistenziali e venire abbandonato dallo sguardo impietoso della m.d.p., lungo i verdi declivi di un'apparentemente rigogliosa Danimarca.

18/05/07

Infamous

Film successivo e meno fortunato del più noto A sangue freddo (Capote), con protagonista il premio oscar Philip S. Hoffmann in un'interpretazione mimetica dello scrittore americano Truman Capote.
Infamous si distacca come toni e fotografia dal predecessore, tentando una propria strada narrativa che lo rende non meno riuscito e per certi aspetti più coinvolgente emotivamente per la sua volontà di partecipazione agli eventi più netta e forse partigiana. Questo perché il film, nella sua impostazione e sviluppo delle vicende, si divide in due parti ben definite, con toni inzialmente allegri e apparentemente scanzonati, come l'interpretazione canora iniziale della Paltrow subito ci introduce, ma è nella sua stessa performance, che assistiamo all'inserirsi di un momento di commozione, che pare presagire ad una seconda parte ben più drammatica, dove l'introspezione psicologica degli assassini e dell'uomo Capote divengono il fulcro principale di un dramma già noto a chi aveva visto A sangue freddo, ma con un maggiore coinvolgimento e partecipazione emotiva.
Se in A sangue freddo l'attenzione del racconto pareva incentrata prevalentemente sul disagio progressivo sviluppato dallo scrittore nella sua difficoltà a portare a termine la sua opera letteraria, al punto da sfinirlo mentalmente e fisicamente, manifestando un cinismo ed una freddezza che traspaiono sin dalla prima inquadrtaura, in Infamous quest'ansia è sì presente ma mitigata dal lato umano dei suoi protagonisti, messi a confronto tra loro per affrontare, come in una seduta psicanalitica, i propri traumi infantili ed esistenziali, senza per questo assumere toni didascalici o patetici.
Craig si dimostra efficace interprete nel rendere una figura criminale problematica che non può che affascinare Capote così da instaurare un rapporto dai risvolti ambigui, in cui la presunta omosessualità di Perry non è mai così netta e scontata, neppure attraverso il bacio con lo scrittore. Questo gesto, per quanto plateale, può considerarsi come una sorta di suggello affettivo ed emotivo tra due uomini che hanno trovato un omologo intellettivo con cui confrontarsi, e sviluppare riflessioni sulla proprie difficoltà esistenziali.
Saranno, infine, l'esecuzione della condanna a morte e l'uscita del libro di Capote a far emergere il lato più umano e sensibile di un uomo incapace di amare veramente, tanto da idealizzare di fronte ai propri amici, gli ultimi momenti di un criminale assurto ad ideale di intellettuale mancato e per questo capace di comprendere la natura proteiforme dell'uomo Capote.

12/05/07

The Honeymoon Killers

Il regista Leonard Kastel ispirandosi ad una storia vera è riuscito a creare una trasposizione fredda ed inquietante di una vicenda d'amore e morte dal taglio documentario. La scelta stessa del bianco e nero e l'impiego del piano sequenza costituiscono scelte stilistiche appropriate nel trasmettere il senso di morbosa oppressione esistente nel rapporto tra Martha e Ray, individui incapaci di relazionarsi con la propria realtà, se non attraverso rapporti mediati che ne denotano sin dal principio la meschinità umana, ma al tempo stesso ponendosi come figure ribelli rispetto ad un contesto sociale bigotto e chiuso.
Le vittime dei due amanti assassini denotano visioni della realtà molto ristrette e conservatrici, tanto da essere derise e criticate dai protagonisti, che con il loro lucido arrivismo, si pongono come elementi di rottura in un contesto sociale, dove a prevalere, sotto la cenere del perbenismo, sono l'egoismo e l'ipocrisia.
L'incontro inziale tra Ray e Martha parrebbe vedere quest'ultima come una delle tante donne defraudate dall'astuto procacciatore di doti, ma questa prospettiva viene subito smentita dall'inganno posto in essere dalla stessa per rivedere il prorio amato e legarlo a sé. Da qui inizia il rapporto di amore e complicità tra i due, vissuto con estrema difficoltà da Martha, la quale non riesce ad accettare l'esuberanza sessuale del proprio amante nei confronti di altre donne, seppur finalizzato all'inganno e al profitto, tanto da divenire lei stessa la prima autrice della catena di delitti che accompagnerà la coppia diabolica nel suo rapporto d'amore, noncurante delle conseguenze stesse di queste omicidi, così da divenire un'impellenza necessaria per una relazione fondata su basi morbose e devianti.
Kastle riesce a rappresentare tutto questo con grande equilibrio e misura, senza eccedere o ricadere in facili sensazionalismi, tanto da far apparire la morte stessa come un'evento giustamente disturbante nella sua messa in scena e non come un gioco fascinoso per i protagonisti e lo spettatore. Essa è sì una conseguenza necessaria, ma mai così facilmente accettabile ed indifferente per i suoi fautori, anche nel momento in cui questa viene relegata al fuori campo, tanto da non divenire, per questa sua apparente assenza, meno opprimente per chi guarda.