31/08/07

Giardini di Pietra

Un film che si contrappone vistosamente all'epica e alla grandiosità di un precedente come Apocalypse Now quale amara riflessione sulla guerra del Vietnam, attraverso una rappresentazione non esibita del conflitto.
Coppola questa volta sceglie l'intimità della caserma della guardia dedita alla cerimonia di sepoltura dei militari caduti in guerra, per raccontare il dolore e le contraddizioni della guerra che ha segnato gli USA, e lo fa usando un tono dimesso, intimista e rispettoso, lungi dal voler apparire retorico, mostrando addirittura l'insofferenza vissuta da coloro che a quel cerimoniale sono preposti.
In un incipit in cui subito ci viene rammostrato quello che sarà il dolore finale con cui dovranno confrontarsi e convivere i protagonisti, Coppola evoca le voci e i rumori lontani che popolano l'apparente silenzio esteriore delle lapidi di pietra dei "giardini di pietra", cui la guardia è tenuta a vigilare e a commemorare.
Un film molto sentito dal regista dopo la perdita di un figlio in quel medesimo conflitto, in cui si contrappone la ferrea logica militare del Capitano Thomas (Dean Stockwell) alla disillusione e rabbia del sergente Hazard (James Caan), diviso tra il senso di un dovere volto a salvare quanti più militari possibili, ma impedito dai suoi stessi superiori, e la disillusione per un conflitto perso in partenza ed inutile.

27/08/07

Il sorpasso

Forse il miglior film di Risi e uno degli spaccati più oculati nella rappresentazione del Boom economico e al tempo stesso profetico di uno stile di vita e modo di pensare ormai imperante che lascia un senso di profonda amarezza ad ogni sua visione.
Gassman e Trintignant sono due facce di una stessa medaglia, figure archetipiche che si respingono e si attraggono inevitabilmente attraverso un viaggio di riscoperte e perdita delle illusioni per il giovane studente, che impara ad assaporare troppo tardi il senso di leggerezza della vita.
Il sorpasso finale mancato sancisce a suo modo l'impossibilità di queste figure di poter mutare e migliorarsi, in particolare Bruno Cortona non può modificarsi perché il suo menefreghismo, la sua lievità spirituale ed intellettuale sono così radicate da renderlo un eterno immaturo, al cui passaggio rimane sempre un velo di malinconia e disagio, come nella sequenza a casa degli zii di Roberto, che si ritrova a fare i conti con un passato da lui idealizzato e che attraverso gli occhi smaliziati di Bruno disvela tutta la sua apparentemente fallace serenità.
Un film amaro, ma necessario per capire un periodo storico del nostro paese, coi suoi vezzi e aspirazioni di ricchezza, analizzati in maniera impietosa attraverso un personaggio sgradevole che ormai costituisce una figura ben radicata nel nostro costume, come faceva presagire il prefinale di un altro film significativo come In nome del popolo italiano.

Sicko

Michael Moore colpisce ancora una volta gli USA con il suo stile irriverente e sarcastico, senza perdere l'occasione per tirare un'ennesima stoccata all'amministrazione Bush e ai Repubblicani.
Egli riesce a costruire una prima parte decisamente dura e feroce, molto attenta nel raccontare il sistema sanitario americano dalle sue origini fino ai suoi sviluppi negativi per la popolazione, che invano si affida alle assicurazioni per garantirsi delle cure, che paiono non così facili da ottenersi, ed è in questa analisi spietata che Moore dà il meglio di se, seppur si intraveda già quel compiacimento ricattatorio del dolore in primo piano attraverso l'infido zoom.
È nella seconda parte del film che il regista, nel contrapporre al sistema americano altri paesi, tra cui il sempre più evoluto Canada, quali oasi di felicità esistenziale, che si ha il sospetto di una certa faziosità a tratti ingenua, dettata dal suo spirito di contraddittore per eccellenza, che ne costituiscono il pregio ed il limite del suo cinema.
Moore pone delle domande, insinua dubbi, incertezze ed aiuta a riflettere e ad arrabbiarsi, anche se spesso scivola in un certo populismo, che si traduce in immagini rischiose e azzardate nel loro compiacimento retorico, tanto odiato dai suoi detrattori.

Profumo di donna

Ogni volta che si parla di Profumo di donna lo spettatore pensa subito al remake americano con Al Pacino, dimentico, ma non per sua colpa, dell'originale con Gassman, decisamente e assolutamente migliore, nonostante la barvura di Pacino, in cui il nostrano Mattatore ci regala un'altra delle sue notevoli interpretazioni.
Risi allontanandosi dal facile pietismo che la condizione di cecità potrebbe comportare cuce addosso a Gassman il ruolo di un individuo sgradevole, amareggiato, donnaiolo impenitente, la cui condizione fisica non pare averlo reso meno abile ma sicuramente più lungimirante del suo giovane accompagnatore, che imparerà a conoscerlo e ad aiutarlo in un momento decisamente difficile della sua vita.
Un film drammatico vestito da commedia, che si pone come cronaca di ultimo viaggio dell'esistenza, che suona sarcastico al pensiero del detto "vedi Napoli e poi muori" riferito al personaggio del disilluso Capitano Fausto, incapace di amare e di accettare il sincero affetto di Sara (Agostina Belli), l'unica in grado di vedere al di là della scorza dura del militare un'umanità ferita ed orgogliosa, che di fronte alla paura della morte, forse riuscirà ad accettare un nuovo senso dell'esistenza.

The General

Film misconosciuto di Boorman, regista di Un tranquillo weekend di paura, che in un cupo bianco e nero ci racconta la storia vera di un criminale irlandese fuori dagli schemi sociali e criminali stessi, sorta di Robin Hood molto scrupoloso e attento nella progettazione di furti rocamboleschi e geniali, in costante lotta contro il sistema e l'odiata polizia, per mantenere alto l'orgoglio e l'onore delle proprie origini proletarie.
Boorman decide di partire dalla fine, quanto meno attesa dai suoi nemici, dello sfuggente Martin Cahill (Brendan Gleeson) per ricostruire brevemente il passato ed il presente di un uomo sempre teso alla lotta per se stesso ed i suoi cari, districandosi attraverso i problemi politici dell'Irlanda ed il clima di tensione reso dalla luce spettrale del racconto, alleggerito dalla simpatia scaturente da questa figura bislacca e controcorrente, avvezza ad entrare ed uscire, spesso vittorioso, dalle aule di tribunale in barba alla legge e alla polizia.
Un film che non tratteggia un'agiografia di un criminale, seppur venga spontaneo parteggiare per il protagonista, ma che ne mostra pure le debolezze e i momenti drammatici vissuti coi propri compagni di scorrerie ed il suo nemico/amico l'ispettore Ned Kenny (John Voight), che invano tenterà di redimerlo e salvarlo dalla propria inevitabile autodistruzione.

23/08/07

Due per la strada

Tema ben noto quello della crisi di coppia, ma Donen, avvezzo a commedie sofisticate e a film musicali, crea una perfetta partitura registica e narrativa su un argomento a rischio banalizzazione.
Egli costruisce il racconto attraverso un montaggio formale in cui i vari flashback di questa storia di coppia si raccordano e si inseguono continuamente, dilatando temporalmente il viaggio nel presente di un matrimonio in crisi, per trasfigurarlo in una riflessione interiore per nulla scontata sull'amore, le sue rughe ed asperità acuitesi negli anni.
La Hepburn e Finney sono molto affiatati e decisamente intensi nella loro interpretazione di due apparentemente ex innamorati, logorati dal tempo e dalla noia, che cresce impercettibilmente ed inaspettatamente tra di loro, con inevitabili strascichi e malumori, ma il tutto raccontato con amara leggerezza, senza cadute nel patetico o drammatico.
Donen dimostra di saper controllare e modellare la materia, proponendoci una riflessione attualissima sulla crisi coniugale, ma dimostrando il proprio ottimismo di fondo e la fiducia nel futuro, perché d'altronde è una commedia ed il regista ama i suoi personaggi tanto da credere ancora nell'amore, sentimento che oggigiorno molte coppie invece sembrano allontanare da sé molto in fretta.

L'uomo perfetto

Scamarcio è bello, affascinante, ombroso, di successo, proprio l'uomo perfetto, ma in quanto attore nonostante il successo riscosso, non pare questa cima di recitazione, eppure in questo film, in cui il giovane attore era ancora lontano dai fasti del presente, si dimostra bravo e appropriato, adeguato ai ritmi della commedia più che ai ruoli drammatici o apparentemente tali.
Scamarcio sa muoversi, essere spiritoso e fintamente ingenuo quanto basta, in una commedia che nulla aggiunge al nostro presente sociale ed affettivo, ma che nonostante alcuni luoghi comuni, riesce anche a non prendersi troppo sul serio, parlandoci di quotidianità e scherzi del cuore con minor presunzione e seriosità di Muccino. Si avverte la mano in sceneggiatura di Marco Ponti che aiuta Lucini a realizzare un film sufficientemente godibile, lontano dalle secche di un cinema televisivo e sempre uguale a se stesso, con le sue scialbe riflessioni sui sentimenti e sui giovani, fotografando in maniera adeguata e non così scontata una Milano volutamente grigia e caotica, vista attraverso anche alcuni suoi vezzi culturali e sociali.
Meritano anche i titoli di coda, che come Ponti insegna nei suoi film, nascondono a volte piacevoli e divertite sorprese, che si lascia allo spettatore scoprire al termine della visione.

17/08/07

L'investigatore

Il titolo italiano semplifica l'identificazione netta sottolineata da quello originale, che pone subito in primo piano un individuo il cui nomadismo esistenziale è rappresentato dalla sua stessa dimora, una barca che solca le acque di Miami sulle note della canzone omonima del film, cantata da Nancy Sinatra.
Si potrebbe subito pensare ad una furbesca operazione della famiglia Sinatra, invece, Gordon Douglas dirige un buon noir con il giusto piglio scanzonato dato dall'ambientazione solare, ma che nasconde i soliti intrighi e rompicapi, che il nostro detective saprà risolvere attraverso un percorso complicato e difficoltoso, in cui Sinatra ricalca il modello chandleriano del private eye con aria sufficientemente divertita, riuscendo ad essere credibile e perdente al punto giusto, senza apparire patetico, mettendo in luce la sua natura di giocatore d'azzardo avvezzo alla sconfitta.
Nulla di nuovo sotto il sole, ma un film che nell'impiegare gli stilemi del genere e un referente letterario ben preciso, dimostra un'ironia arguta che rende il personaggio di Sinatra credibile e riuscito, grazie anche ad un ritmo narrativo sostenuto e ad una cast di tutto rispetto, coinvolto in una vicenda sufficientemente intricata, dove tutto alla fine riesce ad essere raccordato accuratamente, come ci si aspetterebbe dalla scrittura di un buon giallo che si rispetti.

12/08/07

L'ultima corvée

Nicholson è stato forse l'attore feticcio della New Hollywood tesa a rappresentare quel lato dell'America rinnegata dalla politica e dai media, perché distante da quell'immagine di floridezza e gaudio professata dai suddetti, e molti film di questo movimento cinematografico hanno a loro modo messo in discussione questa parvenza di serenità, mostrandone il lato oscuro e meno gradevole, mediante storie di uomini comuni posti a confronto con la propria esistenza e la cruda realtà.
In questo caso il contesto è incentrato su una scorta militare costretta a condurre al carcere di Portsmouth un povero marinaio, reo di aver tentato un furto involontario, poiché malato di cleptomania. I due protagonisti, svogliati e disillusi, si rendono consapevoli della condizione umana ed esistenziale del povero carcerato, un disadattato, incapace di vivere, inesperto del mondo circostante, nei cui amari ricordi d'infanzia pare riconoscersi il duro Buddusky (Jack Nicholson), ed è da questa affezione sviluppata dai carcerieri, che il viaggio lungo un paese freddo e aspro si trasforma in un tentativo di formazione e crescita per il povero Meadows (Otis Young), grazie agli incontri occasionali e spesso violenti con un universo umano ostile, ma che il marinaio Buddusky pare conoscere bene, coinvolgendo anche il restio Mulhall, il quale si ritrova a doversi confrontare con un razzismo latente e ancora presente in una società così apparentemente evoluta e moderna.
Film amaro, in cui la marcetta finale che accompagna la scorta verso un futuro incerto e carico di rabbia, data da una frustrazione sottopelle tipica di una nazione in continuo cambiamento e costretta a doversi confrontare con i ricordi amari della guerra del Vietnam, con tutto quello che ne è conseguito emotivamente, suona lucidamente sarcastica.

07/08/07

Le vite degli altri

Il regista Von Donnesmarck ha riversato in questo film il senso di oppressione della distopia orwelliana attuata dal governo socialista della DDR, raccontandocela attraverso i suoi fautori e le sue vittime, realizzando un'opera che impone uno sguardo minuzioso non solo dal punto di vista storico ma soprattutto da quello umano, mediante una storia che scarta con abilità ed intelligenza facili ricatti sentimentali e morali, insinuando lentamente e progressivamente il dubbio e l'incertezza nei suoi protagonisti e nello spettatore, attraverso rinvii ed ellissi puntuali che denotano una scrittura minuziosa e al tempo stesso intensa.
Per non parlare della prova d'attori, in cui a spiccare è quella di Ulrich Muhe, perfettamente calato nel ruolo del dolente ed inizialmente integerrimo funzionario della Stasi, il quale col passare del tempo si affeziona alle proprie vittime, grazie alle quali impara a conoscere quelle emozioni e sensazioni che la grigia burocrazia partitica gli aveva ipocritamente impedito di provare, sino a porre in crisi i suoi stessi ideali e a renderlo complice di un'aspirazione alla libertà e alla felicità che i suoi ignari perseguitati, forse non sono in grado di provare perfettamente, come le apparenze sembrano inizialmente mostrarci.
Un film che sa parlare di valori umani senza retorica o facili patetismi, scavando a fondo nelle esistenze dei suoi protagonisti e mostrandocene con intelligente rigore le debolezze e le contraddizioni, su uno sfondo storico che ne accentua e risalta il significato profondo e vero.

03/08/07

13 - Tzameti

Titolo compreso in un progetto distributivo della Teodora dal nome programmaticamente cinefilo "Cinque pezzi facili", 13 - Tzameti è un film secco e lucido, fotografato in un bianco e nero che ammorba la vicenda di un cristallino pessimismo realista, descrivendo un'umanità amorale ed indifferente al senso della vita per il perseguimento asettico di un facile lucro, che spinge il protagonista ad imbarcarsi in una vicenda di cui ignora gli sviluppi ed i pericoli nascosti.
Gela Babluani non cade in una semplicistica rappresentazione di un sottobosco umano e criminale di raggelante crudeltà, evitando efferatezze scontate, e grazie ad una raffigurazione accurata dei suoi protagonisti e delle atmosfere che li avvolgono, tesse progressivamente una suspense perfetta al cui centro è situato il nostro eroe, in attesa del finale di una partita disumana dall'esito incerto.
13 - Tzameti è un noir moderno che sfrutta alcuni stilemi del genere, in cui è il caso a dominare il destino delle persone, come ci rammenta programmaticamente il regista sin dal titolo, riferendosi alle connotazioni numerologiche e superstiziose del numero 13, quale simbolo deterministico delle azioni del protagonista, gettandolo in un caos che lui stesso non può controllare e che rende l'esistenza stessa un accidente al servizio di una fortuna, che spesso volta le spalle proprio a chi ha accompagnato sino a quel momento.