11/09/07

The Matrix

Film capostipite di una trilogia che nel suo progredire si è rivelata decisamente deludente e carica di una supponenza che in questo primo capitolo è ancora in nuce, fortunatamente tenuta a bada seppur riconducibile al genere della fantascienza apocalittica e distopica d'ordinanza, ma con un immaginario visivo e teorico interessante.
The Matrix offre una visione interessante su una realtà fotografata con una luce fredda e virata al verde che suscita un appropriato senso di straniamento, quale sensazione imperante nel'animo dei protagonisti, coinvolti in una lotta di salvezza contro un mondo dominato dalle macchine in grado di riprodurre una realtà fittizia, in cui tenere addormentati i suoi burattini.
A suo tempo il film ha rappresentato un esempio di effettistica speciale per certi versi innovativa, mediante una tridimensionalizzazione dell'immagine ottenuto con tecniche di base già note, ma forse non impiegate in maniera altrettanto spettacolare.
Sicuramente un buon prodotto di fantascienza che avrebbe meritato di fermarsi a questo primo capitolo, ancora lontano dalle pretenziosità filosofiche dei suoi autori, che hanno suscitato l'inevitabile delusione dei fan della prima ora.

08/09/07

La strategia del ragno

Bertolucci nell'adattare un racconto di Borges, costruisce una trama che come quella del ragno, avvolge nella sua circolarità progressiva il protagonista doppelganger ideale del defunto padre, eroe della resistenza, sulla cui morte inevitabilmente si ritrova ad indagare, coinvolto da ricordi e reticenze di un paese in cui il tempo rimane sospeso e da cui il protagonista pare non riuscire ad allontanarsi, avvinghiato ad un passato che pare non interessarlo, ma da cui si lascia lusingare ed attrarre, intrappolato da un'idea, un'immagine cui Draifa (Alida Valli), l'immutata amante dell'omonimo padre Athos (Giulio Brogi), tenta di ricondurlo, sino all'inevitabile impossibilità a lasciare quel mondo ancestrale e magico per reiterare un'ideologia e un ideale politico imperituri.
Bertolucci opta per il fascino misterioso ed apparentemente immoto del paesaggio padano per imbastire un racconto dai toni progressivamente misteriosi, surreali e al tempo stesso onirici, coinvolgendo lo spettatore in una vicenda avvolgente e atemporale, dove l'inquietudine sottopelle rimane sempre misurata come lo stile borgesiano insegna e il regista dimostra di saper ricalcare intelligentemente.

03/09/07

Gli amori di Astrea e Celadon

Rohmer ancora una volta riesce a declinare le vicende dell'amore nei suoi vari accenti, scegliendo un contesto lontano dalla realtà e che in sé è oltremodo artefatto, come ci illustra la didascalia iniziale, poiché nel suo adattamento di un'opera letteraria del XVII secolo, egli veste i suoi protagonisti di un'ideale Arcadia, secondo il gusto dell'epoca dell'autore Honoré d'Urfé, inserendovi inevitabili elementi anacronistici di ambito pittorico e scultoreo, restituendoci così un esempio di commistione riuscita tra cinema e teatro.
Non semplice teatro filmato in grado di sminuire lo stile narrativo rigoroso e accurato del regista, ma cinema dell'essenziale in cui i suoni e i rumori della natura ne costituiscono la colonna sonora portante, all'interno di una vicenda che farà ridere o sorridere gli spettatori, in quanto lontana dai gusti stilistici cui oggi siamo avvezzi, ma sarebbe un torto sminuire il coraggioso tentativo di Rohmer, che ancora una volta si pone ai margini di un'estetica moderna per propria scelta, non snobistica, ma si ritiene per modestia e necessità di rivolgere altrove la propria attenzione, senza per questo denunciarlo di passatismo.
E' una decisione dettata dal tempo e dall'età, da una presa di coscienza umana e artistica di non poter più concepire e proporre un cinema dialogico in grado di ragionare sull'amore, se non rifugiandosi nella pura finzione e concedere a chi ne ha voglia una fuga verso un mondo che non esiste e di cui possiamo sorridere, magari volgendo uno sguardo meno assorto al nostro.

01/09/07

Brutti, sporchi e cattivi

Film che descrive un contesto umano che Pasolini conosceva bene e che nei suoi film pareva assumere ancora una sua dignità poetica - e non a caso tra i caratteristi c'è Ettore Garofalo di Mamma Roma -, che Scola ripropone in chiave di commedia amarissima dove il riso è strozzato di fronte ad un contesto di degrado tale, che può sembrare compiaciuto nel suo apparente cinismo visivo, ma che in realtà rivela uno sguardo compassionevole, in cui il piano sequenza costituisce la misura ideale per comprendere un unicum umano quasi bestiale, in cui il patriarca Giacinto (Nino Manfredi) si ritrova a sopravvivere covando odio e disprezzo per tutti o quasi.
Manfredi offre un'interpretazione notevole, restituendoci un individuo sgradevole, che vive e lotta per il suo denaro come un personaggio verghiano, ma difficile da ammazzare, come ben potranno constatare i suoi amati/odiati parenti, da cui si distacca la figura silente di una ragazzina che con il suo sguardo innocente, percorre ogni giorno un silenzioso tragitto verso un apparente asilo per bambini, somigliante più ad una gabbia in cui li preserva dal degrado e dal disgusto cui si troverà a fare i conti ben presto, ritrovandosi infine a rivolgere ancora una volta gli occhi vacui e disillusi verso la grazia e la serenità della così lontana e al tempo stesso così vicina San Pietro.