18/06/08

Il resto della notte

Meno riuscito e forse più scontato nella sua linea narrativa, il secondo film di Munzi concentra il proprio sguardo su un tema che sente molto nelle proprie corde: l'immigrazione. Ed è ancora una volta quella dell'est europeo ad essere protagonista del suo cinema, ma questa volta inserendola nel tessuto urbano di una città apparentemente distante come Torino, spesso riconoscibile in alcuni suoi aspetti architettonici e paesaggistici, mentre in altri diviene un qualsiasi altrove periferico, in cui si aggirano stancamente i protagonisti più sofferenti, mentre quelli più agiati vivono il distacco della loro condizione, rappresentata dalla collocazione geografica sulla collina torinese, rinomata per le proprie ville, in cui s'insinua il solito scontato malessere borghese. E scontato appare anche il discorso e lo sguardo antropologico nei confronti dei migranti e di coloro che per la loro condizione di estranei sociali si ritrovano a vivere ai margini dell'hinterland cittadino.
Più interessante il discorso ripreso da Munzi sulla figura paterna, della propria incapacità di sostenere il proprio ruolo e di vedersi sostituire da altre figure non altrettanto intense e mature, tanto da essere accomunate da un unico tragico destino, che Munzi pare voler sovvertire, lasciando alle generazioni future il compito di rendere migliori le proprie esistenze, grazie al sostegno di figure materne più solide e stabili, come dimostra il finale aperto su un potenziale viaggio verso un altrove, chiamato banalmente futuro o vita.

10/06/08

In nome del popolo italiano

Risi in questo film propone un'ulteriore spaccato del nostro paese dal sapore amarissimo e forse per certi versi discutibile e didascalico in certi suoi aspetti più esteriori come il crollo fisico del Palazzo di Giustizia di Roma, ma al di là di questi apparenti difetti, rappresenta un'opera lungimirante anch'essa del malessere e del malcostume sociale, nonché di certi vezzi contemporanei del potere e di chi lo possiede.
Film che vede due attori di razza come Gassmann e Tognazzi affrontarsi dopo aver lavorato insieme ne I mostri e contrapporsi moralmente ed idealmente l'uno contro l'altro in un confronto prima di tutto dialettico, in cui traspare la sclerotizzazione del linguaggio contemporaneo, in cui l'impiego di termini come "desemplicizzato" e "aderenziale" rappresentano meri abbellimenti volti ad aggiornare il latinorum di manzoniana memoria e ad anticipare quell'incapacità odierna di esprimersi in maniera piana e semplice come dimostra il Giudice Bonifazi (Ugo Tognazzi), che sostiuisce al termine artefatto "desemplicizzato" quello consueto di "complicato", di fronte al quale l'imprenditore cinico e sbruffone Santenocito (Vittorio Gassmann) rimane stupito ed incapace di riconoscerne il senso semantico, perché ingarbugliato negli schemi linguistici e mentali dell'imprenditoria e del potere, inadeguato ormai nell'impiegare una forma di espressione linguistica intellegibile a tutti.
Bonifazi rappresenta un individuo integerrimo e disilluso dal significato altisonante della formula "In nome del popolo italiano" pronunciata all'inizio di ogni lettura di sentenza, ma nonostante ciò continua a svolgere il proprio lavoro seppur nel suo quotidiano si ritrovi a fare i conti con l'incancrenimento costante di una società contaminata dall'arrivismo economico, come dimostrano le opere dell'imprenditore corruttore e cialtrone Santenocito, che non si ferma di fronte a nulla ed è disposto a sacrificare i propri affetti, pur di salvarsi da un'accusa di omicidio di una giovane prostituta di alto bordo.
Sarà questo presunto delitto a porre il Giudice Bonifazi di fronte al suo nemico Santenocito, quale incarnazione dell'involgarimento della società, come dimostra l'emblematica sequenza finale in cui avendo in mano le prove per scarcerarlo dall'accusa di omicidio, dopo i vari tentativi truffaldini dello stesso di scagionarsi, vedrà nella folla urlante per la vittoria calcistica dell'Italia sull'Inghilterra, varie trasfigurazioni della natura proteiforme e becera del cinico imprenditore e deciderà di eliminare le prove a suo favore, compiendo un gesto moralmente ambiguo e discutibile secondo i principi di legge, ma che da un punto di vista umano costituisce una scelta ben precisa di condanna nei confronti di un sistema ormai radicato, che se ne Il sorpasso faceva sorridere amaramente, in questo film ha ormai raggiunto toni di cupezza tali che il gesto di Bonifazi appare come una soluzione necessaria per riequilibrare le ingiustizie e i torti di un malcostume imperante.

04/06/08

Il Divo

Apparentemente lontano dalle corde del regista, Il Divo costituisce in verità un nuovo tassello del romanzo sociale messo in scena da Sorrentino, a cui aggiunge una nuova maschera al campionario di mostri e varia umanità da lui descritti, che trova nella figura del senatore a vita Andreotti un sorta di summa della sua percezione della realtà che ci circonda, dipingendolo con toni decisamente grotteschi e quasi caricaturali, appropriandosi della maschera emblematica dell'uomo politico ed elevandola a icona pop per antonomasia.
Sorrentino mette in scena tutta l'ambiguità e doppiezza luciferina del personaggio Andreotti, restituendocene un'immagine fedele all'immaginario complottista, cioè quella dell'Andreotti oscuro manovratore delle stragi e dei misteri d'Italia, come ci viene immediatamente proposto dal montaggio sincopato iniziale in cui inanella alcuni dei principali delitti eccellenti attribuitigli. Quella di Andreotti è una figura ambigua ed enigmatica, quasi sovrannaturale nel suo porsi come creatura per certi versi monastica nelle sue movenze e al tempo stesso vampiresca, come sottolineata in certe inquadrature e quasi immortale come ci rammenta la voce fuori campo del presidente raffigurato iconograficamente come uno dei "Supplizianti" di Hellraiser, afflitto dalle sue perenni emicranie, quale martirio eterno per colui che coltiva il potere per il potere.
Andreotti, nella mirabile interpretazione di Toni Servillo che lavora sulle sfumature e sulle movenze quasi meccaniche del personaggio, è individuo incapace di far trasparire emozioni o disagio come dimostra in un intenso momento d'intimità domestica da lui vissuto con distacco inquietante, contrappuntato da un'ipotetica confessione delle proprie malefatte.
Ancora una volta l'elemento grottesco frammisto a quello ipnagogico, in cui realtà e fantasia si confondono e si sovrappongono sottilmente, sprofondando così lo spettatore in un detour visivo inquietante perché fedele alla realtà sinora percepita intorno alla figura del senatore, fa capolino in un film registicamente notevole per la connotazione dello sguardo che deforma ed accentua gli spazi in cui si muovono i personaggi, rinchiusi in ambienti angusti anche quando questi sono rappresentati dalle ampie stanze del potere, grazie anche alla fotografia espressionista di Luca Bigazzi e da movimenti di macchina circolari che ci presentano come in un film western i comprimari della corrente andreottiana, individui di assai dubbia moralità.
Quello di Sorrentino parrebbe essere un coccodrillo per immagini, come se volesse raccontare una figura del nostro passato, ma in realtà ci dimostra come la nostra memoria sia soggetta a cancellare alcuni episodi o personaggi di contorno di una stagione politicamente e storicamente vicinissima, che viene cristallizzata abilmente dal nostro autore nel momento iniziale del presunto declino politico del senatore a vita, attraverso sequenze di notevole impatto visivo come l'intervista/requisitoria di Scalfari ad Andreotti, in cui gli sciorina tutti i potenziali delitti a lui riconducibili, per non parlare della strage di Capaci, che Sorrentino introduce con una sequenza quasi onirica nel momento dell'elezione del Presidente della Repubblica e che chiude citando Zabriskie Point, ma facendo compiere all'oggetto esploso una sorta di percorso inverso rispetto ai manufatti simbolo del consumismo fatti deflagrare da Antonioni.