26/10/08

The Hurt Locker

Film sottostimato e sottovalutato dal pubblico questo ultimo lavoro della Bigelow che si aggiunge a quel manipolo di registi e scrittori che tentano di parlarci della guerra in Iraq sempre da punti di vista diversi, ma con occhio critico e per nulla retorico, costringendo lo spettatore a riflettere attaverso la tensione di una storia che appare quasi un documentario, seppur vi sia un rischio di caduta di tensione nel voler deviare su aspetti collaterali del racconto che potrebbero debilitarlo e farne perdere la forza critica.
La Bigelow sceglie attori misconosciuti eliminando quasi subito dalla scena quelli più famosi, presenti in due cammei, per non distrarre lo spettatore dalle immagini e dalla potenza visiva delle stesse, dalla tensione che riescono ad infondere dal primo all'ultimo minuto, descrivendoci un aspetto della guerra meno scontato di quanto possa sembrare e che ci riporta come sempre all'incapacità di affrontare il dopo guerra, la vita al di là e oltre il conflitto, perché l'esistenza di tutti i giorni, la quotidianità della famiglia e della spesa al supermercato, straniante come non mai, non sembra più appartenere a questi uomini persi nel proprio io affranto e nascosto, per timore di cedere psicologicamente e non riuscire più a compiere il proprio duro mestiere.
Un film che và al di là delle immagini stereotipate della guerra, in cui il nemico non è definibile e poco importa che faccia abbia o se si materializzi in un ordigno esplosivo da disinnescare.

12/10/08

La classe

Cantet adotta ora più che mai uno sguardo documentario per trattare un tema sociale come la scuola, come se per questo tipo di discorso non fosse possibile altro approccio plausibile, e che ci dimostra come ogni contemporaneo tentativo nostrano di rappresentazione di un contesto così variegato e complesso sia facilmente riconducibile a semplici macchiette o ad un'analisi superficiale, in ogni caso accattivante per il grande pubblico.
Basti pensare al cinema e alla televisione nostrani e al modo con cui hanno sinora affrontato tale tema in maniera approssimativa, riducendolo ad argomento da commedia, che quasi ci porta a rimpiangere il filone erotico-scolastico del passato, rispetto alla piattezza del cinema di genere "liceale" sinora propostoci, con esiti di grande successo, ma che non portano a nessuna riflessione utile, anzi rassicurandoci come sempre e come ci conviene a differenza degli esiti nient'affatto accomodanti di quest'ultimo lavoro del regista francese.
Cantet indaga senza mezzi termini il rapporto tra un insegnante e la propria classe multietnica, aspetto significativo e imprescindibile nella nostra società contemporanea, dimostrando come si possa parlare di temi sociali senza retorica o condiscendenza, ma anzi mostrando errori, debolezze ed incertezze da entrambe le parti della barricata.
Il regista non si sofferma a descrivere quello che è il contesto estraneo alla scuola, per concentrarsi e fissare il proprio, il nostro sguardo in un ambito spaziale limitatissimo, entre les murs appunto, restituendoci con vibrante realismo il rapportarsi costante e non privo di asperità tra un insegnante, che non vive il proprio ruolo come una missione, ma come uomo, individuo con tutti i suoi pregi e difetti, e che tenta a suo modo di stimolare i propri studenti, e di comprendere con i propri colleghi le difficoltà dell'educazione contemporanea.
Un film che induce lo spettatore ad una visione non comune e non compiaciuta, in cui la parola, lo sguardo della m.d.p., attenta nel muoversi con sufficiente distacco tra i suoi protagonisti, ci porta a porci delle domande e a non offrire risposte accomodanti o semplicistiche.

11/10/08

Il matrimonio di Lorna

Il titolo italiano perde in parte l'incisività dell'originale Le silence de Lorna che richiama con maggiore pregnanza il silenzio cosciente e colpevole o forse semplicemente dettato dalla paura e dal senso di responsabilità di Lorna (Arta Dobroshi), a suo modo vittima di un sistema di sfruttamento dei corpi e delle persone, che non poteva sfuggire all'attenzione dei fratelli Dardenne, acuti osservatori della realtà e come tali indagatori distaccati e asettici, spesso paragonati per il loro sguardo cinematografico al rigore bressoniano del maestro francese.
Ancora una volta è la realtà belga ad essere rappresentata, ma potrebbe essere una qualsiasi realtà geografica per il modo in cui rappresentano le loro storie asciugando il racconto da ogni commento musicale e inseguendo i protagonisti, tallonandoli sino allo spasmo per fotografarne l'anima e il turbamento interiore, restituendoci il disagio ed il grigiore delle loro esistenze.
Questa volta però lo sguardo dei Dardenne pare volgere verso una storia dai risvolti ancor più articolati, senza per questo perdersi dietro gli sviluppi narrativi, ma riuscendo a creare una tensione, non limitata solo agli sguardi e ai silenzi, ma anche grazie ad un raccordo preciso tra i vari personaggi del racconto, restituendoci ancora una volta uno sguardo d'insieme di un sistema sociale crudele e dei risvolti negativi che i suoi protagonisti si ritrovano ad affrontare, ormai persi in essi e quasi senza via di fuga alcuna, ma come sempre una fioca speranza è visibile alla fine del tunnel e anche Lorna potrà forse riscattarsi dalle proprie colpe e da quell'amore non protetto a sufficienza. Un film di notevole rigore formale e decisamente intenso, che segna un ulteriore interessante tassello evolutivo nella cinematografia di questi autori belgi pluripremiati.

Burn After Reading

Difficile pensare che dopo la prova di Non è un paese per vecchi i Coen potessero riproporci un film altrettanto simile come atmosfere ed, infatti, anarchicamente i due fratelli ci prospettano una commedia che ricalca altri loro lavori del passato, in cui la lucida follia del nostro mondo viene trasposta per immagini in un tourbillon di situazioni al limite del paradosso.
E' un film intriso di humour nero e di pazzia, in cui pare difficile trovare il vero bandolo della matassa ed in cui rimangono alcune domande irrisolte, nonostante si assista ad un'opera per niente superficiale o improvvisata, in cui attori come Clooney e Pitt dimostrano una capacità recitativa notevole, grazie anche ad una loro caratterizzazione sopra le righe che li rende impagabili sullo schermo ed emblematici della confusione di cui è intrisa la realtà, tanto da ridicolizzare proprio quei poteri istituzionali che dovrebbero avere il controllo delle nostre percezioni ed azioni.
Lascia un effetto di deciso straniamento questo loro ultimo film e potrebbe anche deludere, oppure irritare come il precedente, per il calcolo geometrico che dagli stessi viene applicato alla propria cinematografia, anche quando sembrano giocare e divertirsi con la macchina cinema, fingendo di non prendersi troppo sul serio.

Miracolo a Sant'Anna

Il film di Spike Lee ha comportato inevitabili polemiche e contrapposizioni tra la retorica semplicistica che si emoziona alla visione di un film che parla del nostro paese e della nostra storia, con apparente distacco e capacità e dall'altra chi ritiene che la storia, la nostra storia e la verità su di essa, ancora una volta sia stata tradita dal vento revisionista di questi anni.
La verità è che come ha detto Lee stesso, il nostro paese deve ancora fare i conti col proprio passato e che la ferita è ancora inevitabilmente aperta.
Ciò che, a parere di chi scrive, non convince nel film di Lee è un certo appiattimento televisivo del racconto e una sua derivazione che inevitabilmente fa pensare a La vita è bella, causa la presenza di un bambino con accento toscano che ci richiama alla memoria, con la propria innocenza, il film di Benigni e alcuni imbarazzanti raccordi narrativi che si riflettono in un finale a dir poco imbarazzante, in cui sembra di essere finiti in una puntata di Fantasilandia.
Ebbene, il film del regista afroamericano inizia con un certo rigore e le atmosfere sembrano ricordare la capacità di creare una certa tensione e mistero visti nel precedente Inside Man, per poi ripercorrere temi a lui cari, quali la discriminazione razziale e il ruolo rivestito dai soldati di colore all'interno dell'esercito americano durante la Seconda Guerra Mondiale, peccato debba poi fare i conti con la realtà e la storia locale, tanto da doversi scontrare con vicende che nella loro rappresentazione ricadono inevitabilmente nel piatto linguaggio televisivo della fiction, con tutte le conseguenze negative che essa comporta e inevitabilmente si nota lo zampino di Rai Fiction.
Un'occasione stilisticamente mancata per il regista, non per le tematiche affrontate, ma per lo stile utilizzato, piegatosi ad un colore e ad una piattezza che non immaginavamo di dover riscontrare in un autore, che negli ultimi anni, ci aveva saputo raccontare con acuta intelligenza l'America post 11 settembre.