26/12/08

La vendetta di Carter

Si potrebbe considerare questo film come una sorta di filiazione britannica di Point Blank di Boorman, noto come Senza un attimo di tregua, ma con le debite differenze che ora si esporranno.
Get Carter è anch'esso un vengeance movie con un protagonista assoluto teso alla vendetta a tutti i costi e senza scrupoli, in quanto si tratta di un gangster, ma il suo movente non è il denaro, bensì scoprire la vera causa della morte del proprio fratello.
Caine con aplomb british, ma durezza decisamente militare, porta avanti le proprie indagini nonostante le avversità e i doppigiochi dei suoi vecchi conoscenti per depistarlo sino a scoprire l'amara verità.
Il film di Hodges procede per gradi, con una certa progressione logica sino ad un crescendo di delitti e violenza che condurranno Carter a compiere la propria vendetta sino alla sorpresa finale. Se il film di Boorman pare un viaggio allucinante e stilizzato di un uomo che vuole recuperare il proprio denaro e per questo non si ferma davanti a nessuno, confrontandosi con distacco sadico col proprio passato, Carter invece, denota una propria morale di fondo, nonostante venga considerato un traditore fedifrago, e la sua vendetta assumerà toni sempre più tragici ed umani.
Il percorso da lui intrapreso lo porterà a dipanare un'intricata matassa di inganni tanto da conoscere verità scomode, che lo renderanno determinato e spietato quanto mai, ma ad un prezzo molto caro per lui e per tutti coloro che lo hanno ostacolato.
Rifatto da Stallone al posto di Michael Cain, ma con esiti decisamente meno efficaci, si consiglia di recuperare l'originale del 1971 di Hodges.

Come Dio comanda

Il connubio Salvatores - Ammaniti prosegue e stavolta con un esito decisamente più riuscito e convincente del precedente Io non ho paura, che si perdeva lungo l'arco del racconto ripiegando su una certa ingenuità e bontà di fondo, che qui invece, grazie al romanzo di partenza riesce a mantenersi distante restituendoci un film sufficientemente forte nei contenuti, nonostante qualche ingenuità nella sceneggiatura.
Salvatores ancora una volta lavora attentamente sulla scelta del paesaggio in cui ambientare la storia, ma stavolta evita di compiacersi con immagini edulcorate e pur avendo a disposizione un ambiente arido e desertico, quale metafora della desolazione di una provincia italiana del nord, evita di calcare la mano e riesce a tratteggiarla con brevi ed efficaci inquadrature, laddove invece sembra accentuare troppo il discorso metaforico attraverso una sequenza dalla forse eccessiva valenza simbolica di cui il personaggio di Quattro Formaggi (Elio Germano) sembra farsi portatore sin dall'inizio.
Decisamente più interessante e riuscito il personaggio del padre nazista interpretato da Filippo Timi, che dimostra ancora una volta di essere uno degli attori italiani più interessanti del momento, capace di trasmettere un'antipatia e anche un senso di vera paternità, tali da renderlo un personaggio vero, in grado di raccogliere su di sé molte delle tensioni narrative che pervadono la storia e che vedono la rappresentazione di un'umanità poco gradevole e per nulla romantica nella propria bruttezza.
Si potrebbe tacciare forse il film di faciloneria o di macchiettismo, ma Salvatores sembra riuscire a tenere un registro adeguato e non così scontato, asciugando il racconto di alcuni personaggi e concentrando il proprio sguardo dinamico sulle tre figure cardine della storia, accentuandone il peso e la rilevanza umana.

Rapsodia per un Killer

Film di innegabile asciuttezza ed asprezza nel tratteggiare l'anomala vicenda di un aspirante pianista, incapace di superare le proprie ansie da palcoscenico e costretto a lavorare come riscossore del denaro dato a prestito dal padre strozzino, mediante metodi pochi ortodossi, in una New York in cui si contrappongono l'opulenza dei ristoranti frequentati dal protagonista a quelli dei bassifondi in cui si aggira con il proprio registratore portatile per inseguire i debitori paterni.
In Italia noto con il titolo di Rapsodia per un Killer, titolo che non restituisce l'incisività dell'originale Fingers, con evidente riferimento alle dita di Jimmy (Harvey Keitel), che picchietta ossessivamente seguendo il ritmo delle canzoni ascoltate con il suo registratore portatile.
Keitel ci regala un'interpretazione mirabile di un individuo complesso e complessato, masochista nelle sue scelte sentimentali e nell'accettare un padre usuraio, che lo costringe a svolgere un ruolo che non sempre pare essergli ben accetto, sino alla tragedia finale, che lo condurrà ad una scelta estrema e definitiva, che ne segnerà l'esistenza.
Toback non si astiene dal rappresentare la sordidezza dei bassifondi e la morbosità dei rapporti che coinvolgono i vari personaggi che ruotano intorno a Jimmy, a partire dai propri genitori, sino alla donna da lui amata, anch'essa invischiata in ambienti della prostituzione o pseudotali.
Il film è stato poi rifatto da Audiard, riadattando alcuni aspetti del racconto e rendendolo per certi versi visivamente meno aspro, ma sicuramente intenso ed amaro, dove il senso di sconfitta morale ed esistenziale è molto più marcato.
Toback da buon americano colpisce duro allo stomaco e lascia di stucco per la secchezza narrativa e il non compiacersi, neppure quando la violenza si fa insostenibile, ma in fondo egli rappresenta un mondo sporco e cattivo e la follia che lo pervade, attraverso una circolarità narrativa che ci riporta sempre e costantemente allo stesso punto di partenza, in una sorta di girotondo infernale da cui non si può sfuggire neppure attraverso la musica.

11/12/08

La felicità porta fortuna

Solitamente Mike Leigh alterna nel suo cinema momenti tristi come il titolo del suo omonimo film d'esordio a opere apparentemente più leggere e svagate come quest'ultima, in cui la protagonista è un'allegra e buffa ragazza che potrebbe apparire irritante per come viene presentata dalla pubblicità promozionale del film, ma Leigh è regista abile che sa dirigere alla perfezione i propri attori, spesso premiati nei festival cui i suoi film partecipano e lo dimostra sin dalle prime sequenze in cui ad essere sbagliata è la seriosità ottusa altrui, tipica dei personaggi arrabbiati e delusi dalla vita di cui il suo cinema è spesso intriso.
Poppy (Sally Hawkins) costituisce un'eccezione, una variabile inaspettata e colorata all'interno del solito grigiore londinese che questa volta la sempre valida fotografia di Dick Pope risalta attraverso un uso decisamente pop dei colori, quale elemento non solo scenografico, di un racconto che nasconde tra le sue pieghe riflessioni non banali sulla nostra vita e sulle modalità di rapportarci ad essa, con tutte le idiosincrasie che la modernità spesso comporta e che in Scott (Eddie Marsan) trovano un esemplare specifico, una sorta di nuovo arrabbiato alla Johnny di Naked, ma anche elemento portante della vitalità di cui si fa portatrice la protagonista, la quale dovrà comunque scontrarsi inevitabilmente con la durezza della realtà e dell'impossibilità di rendere tutti effettivamente felici. E' come se Leigh non volesse, giustamente rinunciare a ricondurci alla vita di tutti i giorni, alla quotidiana lotta che ognuno di noi si ritrova ad affrontare e che spesso nel suo cinema è volutamente rappresentata da una rabbia caricaturale, ma funzionale al racconto, in quanto dietro di essa alla fine si percepisce sempre e comunque un dolore vero e sincero che ci porta a riflettere sulle nostre esistenze e quelle di chi circonda.

06/12/08

Nessuna verità

Ridley Scott è un regista che sa usare la m.d.p. con perizia, riuscendo a costruire sequenze d'azione sufficientemente adrenaliniche, ma è la storia stessa a non essere interessante a non decollare mai, a rimanere sempre poco brillante, nonostante la tematica spionistica e i riferimenti al terrorismo mediorientale.
Peccato perché si avverte un tentativo di definizione dei protagonisti non del tutto scontato, anche se il personaggio di Crowe appare troppo legato alla tecnologia e infastidisce un po' il suo apparente controllo totale della situazione in ogni istante della propria vita, seppur traspaia chiaramente la sua meschinità umana, contrapposta allo stile più dimesso e paziente del capo del controspionaggio Libanese, figura di indubbio carisma e fascino, cosicché la figura di Di Caprio rimane schiacciata sullo sfondo, nonostante le inquietudini che paiono volerlo caratterizzare quale spia sui generis, sorta di cane sciolto, oltre ad un'apertura mentale verso una cultura che l'americano Crowe pare non voler comprendere e quasi sbeffeggiare.
Scontro tra scuole di pensiero e di spionaggio che vedranno un solo vincitore a rischio del nostro eroe, uomo d'azione e di testa, che si divide tra la fedeltà verso il proprio paese e il rispetto del suo referente locale per le operazioni antiterrorismo in medio oriente.
Scott confeziona ormai film che, seppur con attori di calibro e un apparato profilmico di tutto rispetto e qualità, tra cui la stessa sceneggiatura, sembrano privi di uno smalto emotivo in grado di innalzarli a meri prodotti di cassetta e ci dimostrano come il regista abbia esaurito da tempo quella capacità di narrazione che ci aveva fatto scoprire un interessante cineasta capace di manipolare i generi in chiave oscura e febbrile, mentre ora non rimane che un senso di piattezza che non soddisfa del tutto lo spettatore.

La mia droga si chiama Julie

Il film di Truffaut che più di ogni altro ha saputo rappresentare l'amore nella sua totalità come gioia e sofferenza allo stesso tempo, parafrasando Louis (Belmondo) che rivolgendosi a Julie/Marion - anch'essa donna che visse due volte - dice: guardare il tuo viso è una gioia ma anche una sofferenza. In questa frase c'è tutto il sentimento più puro e contraddittorio dell'amor fou. Louis in fondo è il fratello di Michel Poiccard/Lazlo Kovacs di A bout de souffle di Godard basato non a caso su un'idea di Francois Truffaut.
Quindi tutto torna sistematicamente e precisamente nel cinema del regista francese e in questo film a suo tempo non apprezzato perché visto come imperfetto e pomposo, in realtà frutto di una sincerità e un amore totale per la sua protagonista, una Deneuve la cui bellezza fa star male e che trova in Belmondo il compagno cinematografico ideale per descrivere e declinare una storia di William Irish in un racconto d'amore e morte, in cui i riferimenti cinematografici di Truffaut sono funzionali ad una storia in cui l'amore vince su tutto, lasciando i due protagonisti spossati e sofferenti allontanarsi in un paesaggio candido ma ostile ancora uniti, come nel finale di Tempi Moderni, da un sentimento che ha dovuto superare prove e tradimenti sempre in agguato, come si conviene per una coppia inaspettatamente e involontariamente criminale, come comprenderà Julie/Marion tra le lacrime dichiarando quanto l'amore faccia soffrire e patire per il solo fatto di averlo provato almeno una volta nella vita.
Un film che molti ancora oggi liquideranno come inverosimile e sconnesso o semplicemente minore nella cinematografia di Truffaut, ma che per chi saprà o vorrà apprezzarlo rivelerà tutta la sua passione sincera e nient'affatto stucchevole, in cui vi si potranno riconoscere le fluttuazioni e le ansie di un sentimento oggigiorno banalizzato e che a distanza di anni solo Truffaut sembra essere riuscito a declinare abilmente in tutte le su forme.