L'idea della fuga dalla società e da tutto ciò che la rappresenta e costituisce è un mito, un'aspirazione interiore di molti di noi, che affascina e spaventa al tempo stesso, perché se da una parte incuriosisce la possibilità di raggiungere luoghi remoti e perdervisi in essi, dall'altra vi è il timore di rinunciare a quelle comodità, a quegli usi che costituiscono la nostra quotidianità. Per questo si potrebbe da una parte ritenere il film di Penn niente di nuovo dal punto di vista della tematica affrontata, seppur sia tratto da una storia vera, così da riuscire a fugare eventuali critiche sulla credibilità della vicenda, ma per quanto riguarda il racconto per immagini, il regista-attore ci mette molto di suo, nel rappresentare una fuga che viene scandita attraverso le pagine ideali di una storia materializzantesi sullo schermo anche grazie alle intense parole delle canzoni di Eddie Vedder, nonché dai ricordi della sorella del protagonista, quale mentore per lo spettatore nel comprendere le motivazioni di fuga di un ragazzo che sembra avere tutto dalla vita, ma che scappa dall'amore fasullo della propria famiglia, divenendo a tratti atto politico, che Penn non esita a sottolineare, forse a rischio di una retorica personale del regista, ma che viene comunque sublimata dall'intensa interpretazione di Emile Hirsch e da un percorso che lo porta a confrontarsi con persone che costiuiranno la sua famiglia ideale, aiutandolo infine a prendere coscienza del fatto che la felicità ha bisogno di essere condivisa e che forse in fondo, per quanto si voglia e si possa fuggire, non si può scappare in eterno dai propri affetti e dalla propria vita, una volta trovata la propria dimensione interiore.29/01/08
Into The Wild
L'idea della fuga dalla società e da tutto ciò che la rappresenta e costituisce è un mito, un'aspirazione interiore di molti di noi, che affascina e spaventa al tempo stesso, perché se da una parte incuriosisce la possibilità di raggiungere luoghi remoti e perdervisi in essi, dall'altra vi è il timore di rinunciare a quelle comodità, a quegli usi che costituiscono la nostra quotidianità. Per questo si potrebbe da una parte ritenere il film di Penn niente di nuovo dal punto di vista della tematica affrontata, seppur sia tratto da una storia vera, così da riuscire a fugare eventuali critiche sulla credibilità della vicenda, ma per quanto riguarda il racconto per immagini, il regista-attore ci mette molto di suo, nel rappresentare una fuga che viene scandita attraverso le pagine ideali di una storia materializzantesi sullo schermo anche grazie alle intense parole delle canzoni di Eddie Vedder, nonché dai ricordi della sorella del protagonista, quale mentore per lo spettatore nel comprendere le motivazioni di fuga di un ragazzo che sembra avere tutto dalla vita, ma che scappa dall'amore fasullo della propria famiglia, divenendo a tratti atto politico, che Penn non esita a sottolineare, forse a rischio di una retorica personale del regista, ma che viene comunque sublimata dall'intensa interpretazione di Emile Hirsch e da un percorso che lo porta a confrontarsi con persone che costiuiranno la sua famiglia ideale, aiutandolo infine a prendere coscienza del fatto che la felicità ha bisogno di essere condivisa e che forse in fondo, per quanto si voglia e si possa fuggire, non si può scappare in eterno dai propri affetti e dalla propria vita, una volta trovata la propria dimensione interiore.26/01/08
American Gangster
Ridley Scott pare voler creare una commistione di stili all'interno del gangster movie per mescolarli ed ottenere una propria ricetta personale per un racconto, che contrappone due esistenze destinate ad incrociarsi, ma solo alla fine di una lunga presentazione delle rispettive vicissitudini.La fotografia dalle tonalità fredde riesce a ricostruire un'atmosfera anni '70 credibile e la storia di per sé pare rammentare il genere blaxploitation con protagonista un gangster di colore, contornato da gente della sua razza ed in grado di farla in barba ai bianchi dominatori del mercato della droga, con eventuali, lontane ed inevitabili reminiscenze di altri film ben noti del genere, che trasmettono la sensazione del deja vù, ma senza essere troppo marcate. Lo stesso dicasi per il personaggio interpretato da Russel Crowe nella sua lotta solitaria contro il crimine e la corruzione interna della polizia e la sua bulimia sessuale, quale caratteristica aggiunta di una personalità sopra le righe.
Come si diceva prima, tratti caratteriali e narrativi già visti, che Scott comunque dipana con un certo rispetto, senza sbavare eccessivamente, costruendo un racconto a tratti teso e approfondito, dove scade in alcuni momenti dialogici, ma che riesce a reggere sino alla fine, seppur lasciando un retrogusto d'insoddisfazione per un film che deve sopportare il peso di illustri predecessori cinematografici.
17/01/08
Riparo
Avrebbe potuto essere un film interessante per le tematiche affrontate, discostantesi dal panorama asfittico del cinema italiano odierno, ma inevitabilmente si arena su uno sguardo incapace di andare a fondo nelle vite e nelle psicologie dei propri personaggi, lasciando in sospeso troppe domande insolute, quale segno di una mancata messa a fuoco della vicenda, per finire col perdersi dentro i rivoli di un rapporto a tre che si subodora ben presto e che contrappone figure troppo evidentemente calate in ruoli rigidi e schematici.Puccioni tenta di insinuare contrasti concettuali e sociologici, evitando una rappresentazione troppo abusata del nordest opulento e lavoratore, per raccontarne altre ritrosie ideologiche, quale la facciata perbenista cattolica che rifiuta l'omosessualità, ma riconducendola ancora una volta ad uno sguardo eterosessuale, che imborghesisce ed insterilisce la vicenda, senza riuscire a trovare una degna conclusione alla storia, quale conseguenza inevitabile di tutte le questioni sospese che il regista non ha saputo approfondire adeguatamente.
08/01/08
La promessa dell'assassino
Cronenberg realizza un noir apparentemente sottotono che deluderà i fan della prima ora, ma che rappresenta un ulteriore tassello dell'evoluzione stilistica dell'autore, il quale non filma più i corpi e la loro mutazione in chiave orrorifica, ma sempre più in veste esistenziale ed intima.Questa volta sono i tatuaggi quale segno tangibile e semantico l'elemento significante delle esistenze raccontate in questa cupa vicenda di morte e malavita, in cui tutto appare dimesso e distante, come il compassato Nickolai (Viggo Mortensen), di cui si intuisce la vera natura sin dalle prime battute, che si troverà a dover fare i conti con la propria moralità, sempre in bilico all'interno del mondo della malavita russa e quello esterno di chi non vi appartiene e ne viene a contatto suo malgrado.
Cronenberg non si astiene dal rappresentare la violenza insita in una vicenda così fosca, in cui emergono aspetti psicologici ed esistenziali che definiscono a tutto tondo i vari personaggi, restituendoceli attraverso una luce nuova ed inquietante. La morte viene rappresentata senza compiacimenti spettacolari ma virata su toni realistici che ne restituiscono tutto il disagio ed orrore estetico, mediante sequenze coreograficamente perfette nella loro intensità d'azione e violenza.
Un film che cresce progressivamente a distanza di tempo dalla sua visione, con un duplice finale che come ogni degno noir contrappone alla speranza di una nuova esistenza dei salvati, la lucida presa di coscienza della condizione di chi è sommerso, in un mondo di fosca violenza e morte.
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