25/03/08

Onora il padre e la madre

Lumet realizza un film a suo modo classico nella sua struttura a flashback, quali raccordi narrativi che dilatano il tempo del racconto per approfondire i punti di vista dei vari protagonisti e analizzarne i risvolti psicologici, facendo trasparire i drammi interiori ed esteriori di due fratelli alquanto diversi tra loro, tanto da far insinuare ad uno di loro il dubbio sulle proprie origini. Ed è questa contrapposizione padre/figlio il fattore conflittuale che spinge forse Andy (Philip Seymour Hoffman) ad ideare una rapina ai danni della gioielleria dei propri genitori e ad augurarsi la morte del padre, a seguito della fallito piano criminale.
Hoffmann ruba la scena ad un Hawke, comunque bravo nel rendere un personaggio immaturo, infantile, incapace di responsabilizzarsi, a differenza del controllato e misurato, ma solo in apparenza, fratello maggiore.
Vite sull'orlo del baratro che meschinamente cercano di risollevarsi dai propri sbagli, ma senza riuscrivi in una spirale progressiva di ansia, violenza ed angoscia, dove i valori familiari vengono minati e subentra la vendetta arcaica, che tutto apparentemente riequilibra, lasciando una sensazione di vuoto inaccettabile, che gli spazi angusti in cui gli stessi protagonisti si aggirano, paiono trasmetterci, ingabbiandoli nelle proprie pulsioni e fantasmi, senza una via di scampo, concessa forse al padre nella sequenza finale, in cui per lui soltanto pare esserci un'uscita secondaria e meno limitata in cui infilarsi.

16/03/08

Non è un paese per vecchi

Il cinema dei Coen è definibile come postmoderno ed intellettualistico per la propria rielaborazione dei generi in chiave filosofica e per questo tacciabile di algidità cinefila, mirabilmente riassunta nel letteralmente glaciale Fargo, in cui l'equilibrio stilistico-narrativo dei due fratelli sembrava aver raggiunto la propria quadratura.
Quest'ultimo lavoro pare invece riportare finalmente i Coen a realizzare un film degno di nota, in grado di attirare su di sé nuove interessanti analisi formali da parte della critica.
I Coen adattano con una certa fedeltà il romanzo di McCarthy, in quanto congeniale al loro stile e ne accentuano l'ellitticità, asciugando e prosciugando oltremodo il racconto, spiazzando lo spettatore, dopo un incipit ed un prosieguo che denotano una capacità di trattazione della materia noir veramente notevole, dove ad emergere immediatamente è il personaggio di Chigurh (Javier Bardem), personificazione fantasmatica delle aberrazioni sociali ed esistenziali odierne, che si muove misteriosamente ed inesorabilmente come un ombra impercettibile, che colpisce ed uccide freddamente, senza alcuna emozione come un macellaio di fronte alla carne da macello.
Unica scelta per le sue vittime è data dal caso/caos del lancio della moneta, quale elemento di scelta probabilistica incontrollabile, che è ormai pertinenziale al suo lanciatore, come egli stesso rammenta alla sconsolata Carla ( Kelly MacDonald) incapace di scegliere e, come tutti noi, di comprenderne il senso. Apparentemente a margine la figura dello sceriffo Bell (Tommy Lee Jones) cui viene demandata l'amara presa di coscienza insita nel titolo.
I Coen inseriscono elementi che potrebbero richiamare lontanamente il cinema di Tarantino, come i dialoghi tra lo sceriffo ed il suo vice, ma non vi è nulla di ironico o sarcastico, in quanto tutto è velato da un'amarezza di fondo che cresce sempre più come lo sgomento dello spettatore di fronte all'insensatezza della violenza e del male nel mondo che paiono trasparire dagli occhi bovini di Chigurh/Bardem.