22/09/08

Le tre scimmie

I silenzi, le attese, i campi lunghi e quelli stretti degli ambienti chiusi, le luci contrastate e l'impiego della correzione digitale del colore non sono puri elementi formali fini a se stessi, ma il linguaggio scelto da un regista che ancora una volta riesce a suscitare attenzione ed interesse critico, raccontando una storia familiare come le altre, segnata da un evento non voluto che determina l'inizio di un dramma, di cui il regista sa dosare pazientemente attese e sorprese, sino ad un finale di silenzio, in cui solo la pioggia è presente con il suo scroscio vivace, atta a schiacciare ancor più il protagonista in un paesaggio in cui si staglia minuscolo, oppresso tra il mare e la ferrovia, sul terrazzo di una casa angusta e precaria come l'esistenza.
Le tre scimmie sono i protagonisti, chiusi nelle loro reticenze, nella loro omertà trattenuta di dolore ed incapacità a reagire, anche se una di loro saprà risolvere a suo modo una situazione ormai corrotta nel profondo e che vedrà il padre di famiglia adottare proprio quella stessa scelta cui si era sottoposto su richiesta del suo datore di lavoro, uomo portatore di un potere fasullo e micragnoso, per evitare la giusta punizione legale. E' come se la tracotanza dell'inetto uomo d'affari si rivolti contro se stesso, condannandolo alla pena più grave di tutte, seppur lasciando inevitabili strascichi umani ed affettivi in chi gli sopravvive, costretto a fare i conti con un presente umanamente desolato, in cui già un dolore antico gravava su alcuni di loro.
Nuri Bilge Ceylan usa con sapienza la m.d.p. e lo dimostra con inquadrature precise e misurate come ad esempio quando si muove negli spazi chiusi dell'appartamento riuscendo a ricreare un fraseggio di emozioni sospese e di dolore ben calibrati, in cui l'aprirsi e chiudersi delle porte introduce e/0 esclude lo sguardo dello spettatore, lasciando alle ellissi temporali il compito di creare raccordi narrativi da cui traspaiono le ansie e i dubbi dei protagonisti feriti nel profondo.
Un autore che sarà interessante osservare in futuro, cercando di recuperare anche il suo precedente Uzak, paragonato per la sua disamina lenta ed accurata dei sentimenti e del suo disfacimento ad Antonioni, e che già una volta l'aveva visto tra i vincitori del festival di Cannes.

19/09/08

Il papà di Giovanna

Avati ama il passato come rifugio ideale e utopico per una rappresentazione nostalgica del tempo che fu, seppur con in mezzo quelle vicende che ci rammentano quanto difficile sia stato quel periodo che ci ha preceduto, ma chissà perché tutto appare così oleografico, pulito, come il quaderno di uno studente delle elementari che ha svolto bene i propri compiti, ma che alla lunga ti annoia come questo film, che non aveva di certo bisogno di una simile collocazione storica per raccontare una vicenda che può dirsi presente ai giorni nostri.
Ad Avati non si contesta l'idea di aver rappresentato una storia di dolore in cui Orlando e la Rohrvacher ci restituiscono una bella interpretazionee di figure marginali e perdenti, ma è il compiacimento eccessivo della mestizia e del dolore di cui è intrisa la narrazione a disturbare, insieme al contesto in costume che irrita e infastidisce come le inutili polemiche sul personaggio di Greggio.
Avati si dilunga effettivamente nei meandri della Storia d'Italia e pare perdere di vista quello che è il proposito iniziale di raccontare un intenso rapporto padre e figlia, in cui s'insinua il mancato amore di una madre (Francesca Neri, le cui labbra debordano fastidiosamante sullo schermo), insoddisfatta della propria esistenza, quindi frustrata da un contesto familiare inadeguato alle sue aspettative. Un personaggio infame, disgustoso e reietto, cui Avati non ha il coraggio di concedere sino in fondo una coerenza nella meschinità, concedendosi un finale pedante nella sua ipocrisia, nel suo buonismo melassoso, invece di sospendere il tutto in quel fermo immagine finale, carico d'incertezze come il finale originale del film di Sautet E' simpatico ma gli spaccherei il muso, in cui la Schneider rimaneva bloccata sul limitare del cancello indecisa sul suo futuro e sui suoi sentimenti, cosa che Avati non ha saputo fare per miopia e forse poco coraggio, lo stesso che aveva caratterizzato la censura italiana del tempo con Sautet.

12/09/08

Pranzo di Ferragosto

A volte ci si stupisce di come la semplicità di una storia, per quanto banale, scontata, forse ammiccante e furbetta, ci possa piacevolmente divertire, facendoci uscire dalla sala soddisfatti della visione, ma è proprio questa genuinità della scrittura che premia la vivacità di una storia che vanta delle arzille protagoniste e che tocca un argomento, quello dell'abbandono degli anziani durante l'Estate, facilmente pietista e deprimente, virandolo in commedia.
Gianni Di Gregorio dimostra come una buona scrittura possa sostenere un discreto e divertente film, che in altre mani avrebbe potuto costituire la base di un cortometraggio, mentre egli riesce a trarne un lungometraggio misurato e scorrevole, dove non manca l'ironia in un ritrato fedele delle ansie e delle preoccupazioni di quei figli maschi, che avvertono il peso della responsabilità delle proprie madri sole in vacanza in città e il senso di colpa, più o meno presente in loro, di doverle abbandonare.
Di Gregorio gioca con leggerezza sull'argomento spinoso, andando ad inquadrare con semplicità situazioni e personaggi della storia, rendendo il tutto simpaticamente divertente e sdrammatizzando situazioni che nella realtà non sono così semplici come possono apparire.
Pur rimanendo in un contesto domestico e tipicamente italico, il regista-sceneggiatore riesce ad imbastire un racconto scorrevole che non si compiace troppo e non deprime o scalpita come spesso tende a fare il cinema italiano contemporaneo, spesso chiuso nelle proprie visioni del privato familiare, che ben conosciamo e che ci vengono continuamente, stancamente riproposte con esiti ben noti a tutti.

03/09/08

Il buio si avvicina

Il buio si avvicina è uno di quei film poco visti, che col tempo è assurto ad opera di culto per gli amanti del genere horror, anche se le commistioni di genere non mancano in un racconto per immagini in cui la violenza è più suggerita che esibita e il discorso della vampirizzazione appare meno romantico e fascinoso di quanto si possa pensare, come i suoi stessi protagonisti, una banda di sbandati in fuga per le strade d'America, nomadi folli e senza speranza assetati di sangue che vivono la propria condizione come dannazione, ma senza dare troppo peso ed importanza alla stessa, quindi evitando rilfessioni filosofiche di sorta.
Film che punta molto sull'atmosfera e l'ambientazione insusuale della storia, un road movie come si può intuire dal vagabondare continuo dei nostri antieroi che vedono coinvolto un giovane di belle speranze, ammaliato dalla giovane e affascinante Mae (Jenny Wright), di cui si percepisce sin dall'inizio l'estraneità dal contesto umano, ma che non si pone come la classica figura di assassina a sangue freddo, nonostante la sua natura e l'istinto la portino a desiderare il bel Caleb (Adrian Pasdar) con le conseguenze che ne scaturiranno.
La Bigelow racconta così a suo modo una storia d'amore tormentata, in cui il protagonista viene continuamente messo alla prova nei suoi principi etici e morali, quale sorta di percorso di crescita e maturazione, fino allo scontro finale di stampo western con la famiglia di vampiri al fine di salvare la propria famiglia e la propria amata, anche perché in fondo come ci ricorda la regista, il nostro Caleb è un cowboy e spetta a lui riportare l'ordine nella rude e profonda America rurale.