27/04/09

Frozen River

Opera prima vincitrice del Sundance e una volta tanto non l'ennesimo esempio di film indipendente vuoto nei contenuti e presumibilmente intriso di quello spirito antihollywoodiano, che ha trasformato il Sundance e molte delle sue opere nella caricatura di se stesso. 
Certamente un'opera con alcune ingenuità di scrittura nel voler rappresentare situazioni umane che sono già note allo spettatore avvezzo a situazioni di degrado umano e urbano e a quello spirito di buoni sentimenti che aleggia anche nelle situazioni più difficili, ma già la scelta di un orizzonte desertico glaciale e le prime inquadrature, che ci fanno percepire la sofferenza e il dolore della protagonista, inquadarta progressivamente attraverso dettagli del suo corpo segnato dal tempo, dimostrano come la regista abbia uno sguardo non banale e come sappia andare oltre le apparenze, raccontandoci una storia di solidarietà femminile che disvela una profondità in grado di restituire sensazioni vere, in un film in cui latente si insinua il timore di una tragedia sempre sul punto di esplodere, ma che viene quasi sempre disinnescata con intelligenza, senza per questo voler trascendere a tutti i costi e facilmente nel già visto, riuscendo a trasmettere un dolore vero e una complicità che travalicano lo stereotipo del "in fondo siamo tutti buoni".
Film che fotografa ancora una volta la desolazione di luoghi di un'America meno nota e periferica, in cui il deserto di ghiaccio acuisce il senso d'isolamento e di solitudine di chi ci vive e quella precarietà esistenziale ed interiore con cui ci si ritrova a dover fare i conti, volgendo lo sguardo verso un altrove che assume tonalità uniformi e prive di apparenti speranze, se non quella di una casa prefabbricata in cui presumibilmente condurre una vita migliore, lasciandosi alle spalle un matrimonio fallito e uomini la cui assenza dimostra come gli stessi non servano a due donne, che hanno imparato da sole a sopravvivere e ad essere migliori di molti di loro.

Notte sulla città

Non uno dei migliori film di Melville, in cui Delon non riesce a trasmettere insieme al regista le emozioni e la solitudine incarnate perfettamente dallo stesso attore nel precedente Le samourai, rieditato in Italia con un titolo come tanti che grida vendetta al cielo (Frank Costello faccia d'angelo), e pure quest'ultimo snatura l'originale, quale riferimento alla figura solitaria del poliziotto alle prese con criminali astuti e a lui ben noti e un triangolo affettivo, che non riesce ad incendiare o ad immalinconire a sufficienza l'animo dello spettatore.
Melville sembra riuscire a far scaturire maggiore poesia dalle lacrime del travestito malmenato e scacciato dal severo Delon, sentitosi tradito dal suo informatore, piuttosto che dal finale silente in cui il nostro commissario appare sconfitto e disilluso nonostante abbia riportato la Giustizia al suo corso di sempre.
Film che non riesce ad appassionare, nonostante le premesse appaiano più che buone, con una sequenza iniziale di una rapina in una località di mare, sferzata dal vento e dalle onde lungo una strada ampia e deserta che amplifica la tensione dell'imminente colpo in banca.
Il resto invece si perde in una regia che cerca di ricreare atmosfere malinconiche e il senso di desolazione di un uomo, che sembra dividersi tra la sua auto e il suo ufficio e il night in cui lavora la sua amante, nonché compagna di uno dei rapinatori e ideatore della suddetta rapina, un elegante Richard Crenna, consapevole della relazione clandestina tra Delon e la Deneuve, come gli sguardi complici e colpevoli tra i tre amici/amanti ci fanno percepire, ma il regista non riesce ad infondere la passione e la malinconia che solitamente contraddistinguono il genere Polar ed il suo cinema.
Sicuramente un film meno riuscito ed ispirato di questo grande autore di cui si consiglia la visione di ben altre opere, come il sopraccitato Le samourai con un Delon glaciale e fonte d'ispirazione di altri autori contemporanei, tra cui lo stesso Kitano, per citarne uno.

18/04/09

Il terzo uomo

Film stratificato nei contenuti che non si può inquadrare semplicemente nell'ambito noir o dello spionaggio e che costituisce una delle opere fondamentali del cinema di genere e della storia della decima arte. Annoverabile tra i film più significativi di Orson Welles, nonostante non gli appartenga dal punto di vista registico, ma è evidente la sua debordante ed essenziale presenza in fase di scrittura e di realizzazione delle inquadrature.
La potenza di Welles è tale da riuscire ad ammantare l'intera storia di una tensione e di un mistero notevoli, anche grazie alla sua assenza per gran parte del film, che aleggia misteriosa sui protagonisti sino al suo disvelamento progressivo attraverso la sineddoche e successivamente all'occhio di bue della luce di una finestra, che lo introduce con il suo sorriso canagliesco che ce lo rende subito affascinante nella sua malvagità e cinismo, aspetti che egli riesce a sintetizzare in una battuta memorabile, capace di sintetizzare l'utilità di secoli di storia e di guerre in confronto ad un'epoca di lunga pace, che in Svizzera non ha fatto altro che produrre alla fine solo l'orologio a cucù.
Film che si consiglia di recuperare e visionare in lingua originale, per apprezzarne le sfumature linguistiche e per calarsi completamente nell'atmosfera espressionista delle luci e degli angoli di una Vienna occupata alla fine della seconda guerra mondiale, in cui l'idealista Holly Martins (Joseph Cotten) si ritrova coinvolto in un intrigo più grande delle sue possibilità, schiacciato dalla figura dell'amico Harry Lime e sconfitto in partenza negli affetti dallo stesso, in quanto non ricambiato dalla sofferente e affascinante Alida Valli, amante consapevole, ma per questo capace di scusare e perdonare sino alla fine gli orrori commessi dal suo amato Harry.
Holly è uno scrittore mediocre, l'eterno secondo nella vita e nei sentimenti rispetto al suo compare e grande amico Harry, che pare non esitare nell'eliminare qualsiasi ostacolo in grado di rovinare i suoi piani criminali.
Martins è egli stesso una pedina in gioco che si assurge a giustiziere solitario come i suoi personaggi da feuiletton, che non lo aiutano ad elevarsi però a vero autore se non per il suo unico apparente lettore, un militare, quale emblema di un genere letterario popolare e per questo non forse degno di considerazione da parte dei salotti letterari, tant'è che pure il suo stesso nome viene sminuito e denigrato, in modo da acuire il suo scarso valore intellettuale ed umano, ma ciò non gli impedisce fino alla fine di mettersi in gioco per un sentimento che lo vedrà, come i suoi protagonisti, destinato ad una solitudine forse non così meritata.