27/01/09

Milk

Apparentemente lontano dallo stile del regista che opta per una regia controllata e formalmente semplice, il film di Gus Van Sant evita le secche della rappresentazione agiografica e del martirio di un personaggio fondamentale per la lotta dei diritti dei gay in America.
Opera che si concentra sulla carriera politica e sul movimento creato da Harvey Milk, catalizzatore di una comunità incapace inizialmente di ottenere riconoscimento in un quartiere, in una città ed in un paese in cui il fondamentalismo bigotto ogni tanto fa ancora capolino.
Tutti gli attori si dimostrano decisamente all'altezza dei loro ruoli, senza che nessuno dei comprimari venga schiacciato dalla notevole prova attoriale di un Sean Penn, attore maturo e a tutto tondo.
Van Sant ricostruisce alla perfezione un periodo storico di fermenti, e urgenti novità, grazie ad una commistione tra immagini d'epoca e di finzione che si amalgamano perfettamente, senza avere quella sensazione di rappresentazione posticcia, per quanto la tecnologia odierna consenta d'inserire perfettamente personaggi di finzione in contesti reali dell'epoca, dimostrando scrupolo narrativo ed una fedeltà fisiognomica con i protagonisti del tempo, seppur il finale sembri rischiare di cadere in un facile patetismo, che stecca leggermente con quanto sinora costruito con abilità dal regista, che filma il tutto con un rigore quasi documentario, che in fase di montaggio avrebbe potuto subire qualche opportuna limatura, ma che nulla toglie al valore dell'autore.

26/01/09

Italians

Si dovrebbe impedire ormai a Giovanni Veronesi di continuare a propinarci questo genere di film insulsi e decerebrati, in cui emerge una totale incapacità di scrittura e di regia, dove si evidenzia l'inettitudine completa nel saper scrivere delle commedie, pur avendo a disposizione fior fiore di stereotipi sugli italiani nel mondo.
Un film in due episodi che non ha né capo né coda, dove tutto sembra appiccicato con del nastro adesivo scadente e i raccordi narrativi sono insensati e posticci, con un dispiego ed uno spreco di attori imbarazzante, come il tentativo di comicità ormai bolsa di un Verdone definitivamente schiavo delle sue mossette e dei suoi tick ormai vezzosi e ridicoli, perso in una storia che vira ad un certo punto nel dramma gratuito della criminalità di stampo russo.
Persino la coppia Castellitto/Scamarcio si presenta come male assortita e inadeguata nel rappresentare un rapporto generazionale che avrebbe potuto, forse nelle mani del Salvatores dei primi tempi diventare un'interessante avventura picaresca, ma che in quelle del sopravvalutato Veronesi diviene una storiella scialba, confusa e deprecabile, dove non si riesce a ridere e l'indignazione ti assale inevitabilmente, per l'impiego ormai frustro della pubblicità occulta e per i ringraziamenti finali a familiari o giornalisti, che hanno contribuito ancora una volta a restituirci un film che aspirerebbe ad essere commedia vecchio stile, ma che in realtà ha in sé l'incapacità totale di saper raccontare delle storie divertenti, per diventare spesso buonista in maniera stucchevole, con chiosa finale di un triste Verdone che si profonde in un'imitazione dei dialetti e delle parlate nazionali sospese su un'Italia fuoriuscita da una puntata di Art Attack.
Film così, seppur incassino e si vantino di aver ricevuto il contributo statale per la loro realizzazione che tanto campeggia in primo piano, senza tener conto degli sponsor finali, andrebbero decisamente disertati per la loro carenza evidente di meriti artistici e di divertimento, che ci si aspetterebbe da delle commedie nostrane.

22/01/09

W. - A life misunderstimated

Strano destino quello del nuovo film di Oliver Stone, inviso all'Italia amica di Bush, è passato direttamente in tv, purtroppo perdendosi nel doppiaggio, che non ha potuto rendere al meglio il suo servizio all'interpretazione di Brolin, incarnante le fattezze di uno dei presidenti più discussi dopo Nixon.
E come per il precedente Nixon - Gli intrighi del potere, Stone segue un andamento temporale altalenante come quello di una pallina da baseball, metafora sportiva scelta dal regista per descrivere le sensazioni ed emozioni dell'uomo più potente del mondo, che rammenta l'espediente narrativo utilizzato di De Lillo nel suo romanzo Underworld.
Stone ancora una volta sceglie un momento cruciale per il suo protagonista, che se per Nixon era l'inizio della crisi attraverso lo scandalo Watergate, qui si tratta della decisione di attaccare l'Iraq e di trovare le ragioni adatte per giustificare questa scelta al mondo intero.
Stone ancora una volta appare meno cattivo di quanto ci si possa aspettare, restituendoci un ritratto sì grottesco, ma benevolo nei confronti di Bush, che risulta gradevole e divertente, ma che avrà sicuramente deluso tutti i maggiori detrattori del presidente, ma si deve dare merito a Stone di non aver voluto strafare come suo solito, con la consueta rabbia ed eccesso che spesso ha contraddistinto il suo cinema.
Ne esce una figura comunque umana nella propria inettitudine, e che il calembour linguistico del sottotitolo originale esprime alla perfezione, schiacciata da una figura paterna scespiriana, che lo opprimerà per sempre, facendolo sentire sempre inadeguato al proprio casato, ma riprendendosi una rivincita morale, riuscendo ad essere rieletto per un secondo mandato.
Un film dunque intelligente che sa dosare ironia e grottesco, vantando un cast ed una recitazione molto ben studiate, che andrebbe rivisto in lingua originale per apprezzarne a pieno tutte le sfumatura linguistiche.

Tony Manero

Film rivelazione del Torino Film Festival, molto apprezzato dalla critica, sicuramente grazie all'interpretazione del suo protagonista, un falso perdente che si rivelerà immediatamente uno spietato prevaricatore, violento e amorale, perso nella propria lucida follia di amore ossessivo per La febbre del sabato sera, che ripetutamente rivede al cinema della sua città in un tentativo di emulazione che tenta di sublimare in un presunto spettacolo per una bettola, in cui la sua pseudo famiglia lo segue, accondiscendendone le velleità artistiche, sino al concorso finale televisivo per decretare il vero sosia cileno di Tony Manero.
Un film la cui regia gioca forse con troppa insistenza sul fuori fuoco e sull'attaccamento totale al corpo nervoso del suo protagonista, con un montaggio che utilizza anche l'overlap come sorta di straniamento narrativo, ma a funzionare maggiormente è la scrittura di un racconto ambientato durante la dittatura di Pinochet, figura fantasmatica che pervade con un clima di terrore tutto il film e che s'incarna perfettamente nel corpo e nella decadenza fisica ed etica di Raul (Alfredo Castro), uomo incapace ormai di qualsiasi sentimento e impotente come la sua stessa nazione, che in un finale sospeso ed improvviso lascia presagire ed immaginare tutto il terrore ed orrore di cui sarà capace e che il suo paese ha vissuto, ritrovandosi ancora oggi con fatica a comprenderne le ragioni.