20/02/09

Stella

Il cinema francese pare riuscire ancora a costruire attraverso la lezione truffautiana storie di adolescenti sufficientemente dolorose e sincere, senza per questo dover calcare la mano su facili drammi familiari, raccontandoci il percorso di crescita di un'adolescente negli anni '70, che profuma di autobiografismo e che procede attraverso immagini semplici e canzoni che conducono Stella (Léora Barbara) verso una progressiva presa di coscienza della realtà che la circonda, decidendo così di entrare anche lei in quella vita spesso dolorosa e non facile ,che le permetterà di vedere con occhi disincantati il mondo in cui sinora è cresciuta. Un microcosmo particolare in cui tende a rifugiarsi perché incapace di trovare un appoggio iniziale in quel mondo comune in cui vorrebbe progressivamente sentirsi accettata, e questo grazie all'amicizia con una compagna di scuola, che le farà percepire la necessità e il bisogno di crescere, e di innamorarsi.
Verheyde ci descrive un percorso non semplice, ma con tono delicato, sensibile, con venature malinconiche, che permangono anche al termine della visione del film, grazie ad una colonna sonora efficace nel sottolineare i momenti di quiete e d'introspezione della protagonista, molto brava a reggere su di sé il peso di tutta la storia con freschezza e credibilità.
Un piccolo film che ci dimostra come sia possibile parlare di adolescenti in maniera intelligente, fotografandone i dubbi, le ansie e le scoperte del mondo adulto, per affacciarsi in esso con maggiore serenità e forza.

17/02/09

Un altro pianeta

Felice esordio dietro la macchina da presa di Stefano Tummolini, che rifugge facili schemi narrativi insiti nell'ambientazione balneare, costruendo un percorso narrativo curioso, a tratti divertente e straniante, in cui le apparenze iniziali vengono progressivamente erose, per convogliare il dolore e il ricordo attraverso un percorso di elaborazione, che avvicina esistenze apparentemente distanti e che sembrerebbero non volersi incontrare, evitandosi e rifuggendosi per timore e pudore e proprio per questo apparendo più vere e sincere di qualunque artifizio narrativo.
I pochi mezzi utilizzati non impediscono al regista di costruire un discorso nient'affatto scontato a dimostrazione di una scrittura attenta e per niente banale, in cui lo spettatore s'immerge piacevolmente, scoprendo aspetti umani freschi e problematiche spesso rimosse o dimenticate dal nostro cinema, senza per questo doverle urlare o sbandierare retoricamente, anzi, avvicinandolo con leggerezza e intelligenza sino alla sospensione finale e al progressivo distacco dell'inquadratura che incornicia i suoi protagonisti sullo sfondo di un futuro nuovo e più consapevole per entrambi.

10/02/09

Revolutionary Road

Mendes è come se ipotizzasse che la coppia di Titanic fosse sopravvissuta al naufragio e la inserisce nell'America perbenista anni '50 con tutte le sue ipocrisie ed idiosincrasie, per disvelarne il lento ed inesorabile disgregamento, rimanendo assai fedele alle pagine del romanzo di Yates, capolavoro misconosciuto, ma opera ispiratrice di molti romanzieri contemporanei.
Mendes come sempre molto attento nella cura formale delle immagini e della fotografia, riesce stavolta forse ad infondere una parvenza d'anima al suo film, grazie alla Winslet ben calata nella parte, mentre Di Caprio appare facilmente schiavo di smorfie e irritazioni che sono comunque parte integrante del suo personaggio, ma il tutto si dimostra molto di scuola e non traspare vero sentimento.
Leggere il film in chiave di semplice crisi di coppia sarebbe riduttivo e semplicistico, perché Mendes riaggiorna grazie a Yates il discorso intrapreso con American Beauty, film sopravvalutato nel suo ammiccante iperrealismo volto alla decostruzione della famiglia americana contemporanea, per tratteggiare un ritratto ed un'analisi sociologica più approfondita e vera, in cui emergono le paure dell'individuo a vivere realmente e a svincolarsi dal torpore rassicurante del conformismo offertogli dalla società.
Ed è da questa fobia e senso d'inadeguatezza, che scaturisce il dramma e la tragedia di una famiglia, che frantuma e corrode il perfetto sogno americano, costringendo anche chi sta loro intorno a riflettere sulla propria esistenza, rifiutandone la realtà per rifugiarsi nuovamente nella sicurezza degli oggetti e delle proprie abitazioni, sino al silenzio finale autoimposto per non sentire e non capire, quale sia la vita fallace che il sogno ci propina.

09/02/09

Rachel sta per sposarsi

Fa piacere constatare che Anne Hathaway possa essere qualcosa di meglio della solita attricetta da commedia hollywoodiana macina soldi e idiozia, dimostrando di essere un'interprete una volta tanto degna di tale titolo, grazie ad un regista come Demme che punta su uno stile a basso costo e all'impiego della camera a mano, che potrebbe mandare già in brodo di giuggiole molti cinefili, ma che in realtà dimostra di essere più del solito film indipendente, con attori famosi che si prestano ad un progetto interessante e inusuale per i loro ruoli consueti.
Film che ha in ogni caso dei contenuti da esprimere e lo fa senza facile pietismo o patetismo, anzi riuscendo a trasmettere il senso di disagio e fastidio provato dai familiari in un momento importante e fondamentale per una delle protagoniste, in cui emergono problematiche e ritrosie mai sopite, che la Hathaway riesce ad incarnare perfettamente nel suo corpo sufficientemente nervoso ed impacciato, quale frutto della riabilitazione da alcool e droga.
Demme risulta meno interessante e stanco nel suo dilungarsi sui momenti festivi, in cui non riesce più di tanto ad interessare, lasciando una sensazione di dubbio gusto da parte degli americani nel celebrare certi tipi di matrimonio, e dove traspare con dolore il distacco impenetrabile ed inconoscibile della madre delle protagoniste (Debra Winger), che lascia aperti molti sottintesi e domande che giustamente Demme ha lasciato senza risposta, ma che il regista avrebbe in ogni caso potuto focalizzare maggiormente, quale contrapposizione al momento di festa sempre a rischio frattura, che però Demme non banalizza affatto, restituendoci un film imperfetto, con una recitazione corale intensa e riuscita.

Il giardino di limoni

Il conflitto israelo-palestinese passa attraverso molte metafore, che dimostrano come si possa trattare un argomento spinoso in maniera non sempre polemica o stolta, e questo film pare avere le carte giuste per raccontare con intelligenza ed ironia l'argomento, anche se non pare riuscire a mantenere sempre il giusto equilibrio tra i vari registri narrativi e dilungandosi a volte stancamente, seppur riuscendo ad offrire un finale sufficientemente amaro e significativo.
La rappresentazione delle figure maschili, quali individui inetti ed egoisti, non riesce ad essere sempre efficace, ottenendo a volte l'esito della facile macchietta, che tende a stridere con la serietà ed integrità contrapposta dalla protagonista, pronta a difendere il proprio giardino di limoni, dall'esuberanza ed ottusità dei servizi segreti israeliani.
Una scrittura più asciutta in alcuni punti avrebbe reso il film sicuramente perfetto e congeniale nel descrivere le contraddizioni di due popoli e l'incapacità spesso ottusa di dialogo che li contrappone, tant'è che permane un retrogusto di amarezza e delusione per un'opera discontinua ed imperfetta, che si lascia comunque apprezzare per le potenzialità che in essa sono insite e che emergono grazie alle brave protagoniste, mentre alcune incursioni nel loro privato appaiono facili ed inutili riempitivi, che vorrebbero costituire un parallelo tra le due donne, in realtà molto più vicine di quanto si possa pensare, ma che non sempre risultano ben calibrati e scritti, scivolando spesso nel banale.

02/02/09

Valzer con Bashir

Quello di Ari Folman è un viaggio lento e doloroso nell'assenza del ricordo, di una memoria addormentata, apparentemente cancellata, che porta sofferenza per il semplice fatto di non riuscire ad emergere, chissà nascosta dove, come cenere apparentemente sopita, che si vuole far riemergere per riconciliarsi con le proprie responsabilità di uomo, di soldato e di intellettuale.
Un film intenso e assai dolente, vero proprio nella sua capacità di adottare l'animazione per raccontare una verità scomoda del recente passato d'Israele, senza retorica o facili prese di posizione, riuscendo a dimostrare come il senso di colpa, la sindrome della sopravvivenza agli orrori di un conflitto, sia assimilabile a quella di coloro che sono scampati ai campi di concentramento, ma senza espletarlo mai come ricatto morale e anzi rendendo universale la sensazione di coloro che hanno combattuto dei conflitti, senza capirne fino in fondo le ragioni, sublimandone con il tempo il ricordo, quali reduci di una memoria scomoda, che si vuole riacquistare per comprendere se stessi e ciò che si è stati in allora.
Il ritmo lento e l'animazione stilizzata accentuano il senso di grave pesantezza morale di una memoria perduta, che fatica ad emergere, fino a tramutarsi in immagini oniriche cariche di significati inconsci e di sensi di colpa, che dimostrano come vi sia una coscienza critica ed intelligente anche all'interno dello stato d'Israele e come sia possibile e giusto dialogare con individui come Folman, per capire, riflettere e perdonare gli errori di un conflitto inutile ed infinito.