30/06/09

Transformers - La vendetta del caduto

Questa volta Michael Bay, come spesso gli succede, tende a voler strafare con l'azione fine a se stessa e con gli effetti speciali, ricavandone un film che delude le aspettative e fa rimpiangere il primo e non trascurabile capitolo.
Tempi del racconto che si allungano inutilmente, cercando d'inserire personaggi e situazioni di contorno che appesantiscono decisamente la storia e che la trasformano in un giocattolo inutile e noioso, in cui si avvertono lontani echi di Joe Dante, ma senza lo spessore critico del suo cinema, seppur apparentemente virato verso il puro divertimento e l'ironia.
Duelli continui e scontri che vedono i corpi meccanici dei protagonisti digitali scontrarsi e distruggersi progressivamente, ma senza un fine apparente se non quello dell'azione e del fracasso a tutti i costi.
La presenza di Turturro risolleva apparentemente per un attimo l'ironia e il ritmo del racconto, ma non basta a salvare un prodotto che si compiace della propria eccessiva durata e del suo tentativo di costituire un'epica dei robot scesi sulla terra, con commistioni tipiche di una puntata di Stargate, con tutte le conseguenze del caso e del già visto.
Megan Fox è presenza sexy che sembra non subire turbamento alcuno al proprio trucco, rimanendo corpo sensuale da esibire e mostrare per la gioia degli spettatori, ma che per la psicologia del racconto appare inutile e vuota come altri comprimari, compresi alcuni robot sulla scena.
Sembra un film molto raffazzonato e in certi momenti sconclusionato, soprattutto nella prima parte in cui il montaggio rivela difetti di raccordo narrativo evidenti, che fanno presumere una futura integrazione, forse, per il mercato home video, ma quello che più preoccupa è la possibilità di un terzo capitolo, che difficilmente potrà dare qualcosa di nuovo alla storia, soprattutto se si mantiene su simili livelli di sceneggiatura.

26/06/09

I Love Radio Rock

Innegabile il divertimento e il ritmo scanzonato di un film che riesce ad amalgamare la musica del periodo, stiamo parlando degli anni '60 e di un'epoca in cui le radio inglesi trasmettevano solo poche ore di musica al giorno, attraverso un uso d'immagini non banali, intessendo un tappeto sonoro di sicuro fascino e stimolo per gli amanti del genere.
Opera pop, colorata senza eccessi cromatici, che riesce a giocare sulle macchiette proposteci nel racconto, tra cui quella del Ministro hitleriano interpretato da Branagh, contraltare dei "pirati musicali" che trasmettono 24 ore al giorno al largo di una nave situata nel mare del nord, per consentire ai sudditi di sua maestà di godere dei piaceri musicali negatigli da un regime troppo miope e restrittivo.
Curtis si diverte a giocare sugli stereotipi umani e caratteriali riuscendo conferire un buon ritmo e la giusta spensieratezza ad una storia, che seppur partendo da un fatto storico, vira il tutto in commedia, ricalcando lo stile e lo spirito del cinema musicale inglese del periodo e ciò forse a discapito di un approfondimento psicologico nella vicenda, che riguarda il giovane Carl (Tom Sturridge) alla ricerca del proprio padre, seppur riesca a regalarci una significativa sequenza subacquea di salvataggio in cui vede il nostro protagonista cimentarsi in un tentativo di recupero del padre, integerrimo fruitore di musica, accompagnato dalle note efficaci di Cat Stevens.
Se si pensa di ritrovare una verosimiglianza o veridicità nel racconto non è il caso di questo film, che nel giocare con situazioni inverosimili e paradossali, dimostra il suo spirito sufficientemente divertito e divertente, nel tentativo di ricordarci quanto possa essere fondamentale la musica nella nostra vita.

17/06/09

La caduta della casa Usher

Questo film di Jean Epstein, che vede la collaborazione del giovane Luis Bunuel, rappresenta una summa dei racconti di Edgar Allan Poe, artifizio narrativo ripreso successivamente da Corman nel suo ciclo dedicato ai racconti dello scrittore americano, il quale partendo dall'omonimo racconto v'inserisce elementi tratti da altre sue novelle, in primis Il ritratto ovale per citarne uno su tutti, in modo tale da ricostruire atmosfere da incubo e deliri, che ci vengono palesemente proposti attraverso immagini evocative di ambienti e contrasti di luci ed ombre, tipici del cinema espressionista, ma con l'aggiunta di elementi classici della tecnica cinematografica, come la dissolvenza incrociata e la sovrapposizione d'immagini o la stessa slow motion, che consentono allo spettatore d'immergersi in questo incubo visivo che non perde a distanza di anni il suo fascino inquietante ed evocativo, pur trattandosi di un film muto.
Film che ha visto recentemente i redivivi Massimo Volume riproporlo in uno spettacolo itinerante, in cui il gruppo si è concesso la possibilità di musicarlo in diretta, come in fondo accadeva un tempo durante la proiezione di film di questo tipo.
I puristi forse storceranno il naso di fronte a questo tipo di nuovo approccio musicale al cinema del passato, attraverso l'uso di strumentazione contemporanea come chitarre elettriche e basso elettrico, ma innegabile è il fascino del tessuto sonoro riproposto dal gruppo, che in alcuni momenti tocca vertici di oscurità e di piena condivisione con le immagini proiettate sullo schermo da meritarne la fruizione dal vivo.
Quello dei Massimo Volume non è l'unico esempio di questo tipo di operazioni, infatti, si rammentano gli Yo Yo Mundi, quali apripista con Sciopero di Ejzenstejn, e i Gatto Ciliegia contro il Grande Freddo, e infine i Marlene Kuntz. Non resta che aspettare di poterli vedere e sentire all'opera e godere del recupero di questi film del passato riaggiornati con dovuta cura e rispetto, lontano da mere operazioni commerciali.

16/06/09

Lasciami entrare

Gli amanti della saga di Twilight potrebbero non essere interessati a questa storia di semplici affetti e amicizia d'infanzia in chiave pseudo horror, in cui l'età preadolescenziale è ancora vista nei suoi aspetti ingenui e gentili, soprattutto nella rappresentazione trattenuta e sussurrata delle pulsioni affettive dei suoi protagonisti, che potrebbe apparire innaturale rispetto alla realtà attuale, in cui il sesso e la sessualità riguardano ormai in maniera preponderante anche quell'età, in cui ancora non si dovrebbe o si potrebbe conoscere appieno le proprie ansie erotiche, ma Alfredson ci restituisce intelligentemente la crudeltà che invece è insita nell'animo dei bambini, rappresentandola con veridicità e lucidità avulsa da moti sensazionalistici.
Oskar (Kare Hedebrant) è un dodicenne vittima delle attenzioni sevizianti di alcuni suoi compagni di scuola, seppur con debiti distinguo che ne determineranno la sorte finale, il quale vive una solitudine tipicamente infantile per chi dimostra una certa predisposizione all'intelligenza e alla conoscenza, schernito pertanto dal mondo istituzionale incarnato dal poliziotto che rimane stupito e quasi spaventato dalla sua vivacità intellettiva, tanto da costituire fonte di rabbia e paura per i suoi stessi compagni. Sarà l'incontro con Eli (Lina Leandersson), misteriosa ragazzina dai grandi e profondi occhi verdi a costituire il punto di svolta e di crescita per il nostro protagonista, il quale imparerà ad affrontare i propri aguzzini e a scoprire quell'amicizia ed un'affettività sinora sublimate dal rapporto con i propri genitori separati, di cui il regista con una semplice sequenza giocata sugli sguardi e sulle parole non dette ci enuncerà le ragioni vere di questo distacco e il punto di svolta nel rapporto tra Oskar ed Eli.
Alfredson è abile e sensibile anche nel tratteggiare appena il rapporto morboso tra la ragazzina ed il suo precettore, restituendocelo in maniera quasi poetica e sensibile senza scadere negli eccessi e dimostrandoci come questa sia una storia di "sussurri e grida" in cui ci si immerge progressivamente ipnotizzati dal biancore abbacinante del paesaggio, sotto la cui neve e gelo si accendono pulsioni e sangue. Storia di formazione e di crescita in un mondo crudele in cui il rapporto affettivo tra di due protagonisti non farà palpitare ed ansimare i cuori degli spettatori della saga di Twilight et similia, ma che ci ricorda come sia possibile raccontare storie di questo genere restituendoci l'ingenuità e l'innocenza più vere, mediante il progressivo avvicinamento e fiducia creatisi tra i due ragazzini.
Infatti, come ci ricorda il titolo stesso, il vampiro che prova pulsioni per la propria vittima, quale predestinato alla vampirizzazione, deve vedersi concedere il permesso di poter accedere alla sua intimità oppure di essere respinto come ci ricorda Ferrara nel suo capolavoro The Addiction, in cui il vampirismo assurge a metafora della dipendenza dalla droga e conseguente tramite di trasmissione del virus dell'Aids. L'accettazione di Eli da parte di Oskar è qualcosa di più intimo e sincero, un voler accettare la diversità del soggetto desiderato con innocenza, ma non per questo non pregno di un sentimento profondamente e sinceramente romantico, per poi lasciare liberamente al futuro le risposte e le possibilità di un rapporto che travalica i confini della società e del tempo.

09/06/09

Soffocare

Il film di Clark Gregg estrapola gli elementi fondanti del romanzo di Palahniuk rendendo il tutto in maniera alquanto straniante, ma senza calcare eccessivamente la mano sul cattivo gusto tanto caro allo scrittore.
L'ironia iniziale si stempera nel corso del racconto nel tentativo di far emergere il rimosso del protagonista Victor Mancini (Sam Rockwell) teso verso un percorso di recupero di un passato frammentario, in cui l'affetto di una madre sconclusionata ne ha segnato l'esistenza fino alla scoperta del sesso come forma di autodistruzione cui allegramente pare volersi immergere costantemente il nostro antieroe.
Victor pare voler rinunciare ad una possibile felicità e affettività sublimandola attraverso tentativi di soffocamento simulati per agevolare le esistenze altrui e vedersi riconoscere ricompense in denaro, date da un ricatto morale che viene accennato ma non sufficientemente approfondito, come la regia stessa che appare frammentaria nella sua resa del racconto, di non facile adattamento, e che non restituisce all'opera una sufficiente resa scenica, nonostante gli interpreti siano in parte.
Film che diverte in diversi momenti per la stranezza insita nei suoi protagonisti e per i contesti in cui si aggira il nostro Victor, luoghi in cui vige una costante finzione che trova il suo acme nella clinica psichiatrica, in cui si ritrova ricoverata sua madre e in cui egli stesso è costretto ad assumere ruoli maschili estranei alla sua personalità al fine di vedersi, invano, riconoscere dalla stessa, ma sarà proprio il momento finale di lucidità di quest'ultima a rischiare di far crollare tutte le certezze di Victor e forse anche il suo autolesionismo portato alle estreme conseguenze, per ritrovare in un'affettività comunque apparentemente deviata quell'equilibrio e quel piacere degli affetti negatosi e vistosi negare per il resto della precedente esistenza.

07/06/09

"Buongiorno, notte"

“Buongiorno, notte”, antitesi che prelude alla duplice visione sognante del regista e della protagonista Maya Sansa, non più La Balia da lei interpretata in precedenza per Bellocchio, come ci dimostra nella sequenza in cui si manifesta impacciata nell’accudire un neonato, affidatole da una vicina di casa, ma una terrorista attraverso i cui occhi rivive l’incubo di una generazione. Rivisitazione personale e ardita di una vicenda di cronaca, recentemente riproposta nella sua ennesima versione cinematografica della “teoria del complotto”, che dimostra il coraggio di un autore non interessato alla reiterazione pedissequa degli eventi storici, tipica del film d’inchiesta, le cui insidie sono molteplici ed i risultati raramente efficaci, ma una lettura per certi versi psicanalitica, e allegorica della nostra società e dei sensi di colpa che vi sedimentano. Il cinema di Bellocchio si dimostra strumento necessario di riflessione non solo critica, ma anche sociale; il suo è un cinema poco conciliante e per questo indispensabile per la sua capacità di suscitare fremiti di coscienza.
All’autore non interessa ricostruire fedelmente la storia del rapimento Moro, i riferimenti all’attualità ci sono solo dati dalle televisioni e dai giornali, quali immagini di repertorio, che s’insinuano tra gli anfratti della storia, mentre sequenze come la seduta spiritica e la corte papale provengono direttamente da L’ora di religione, immagini sature d’ironia e lucidità descrittiva nel ricostruire l’atmosfera di un’epoca e della sua “aristocrazia”. Il regista compare in una delle due sequenze come presenza fantasmatica, assente, distratta, come lo spirito invocato, che interrogato sul luogo di prigionia dello statista, risponde beffardamente: La Luna. Un richiamo al film di Bertolucci, successivo al rapimento Moro, che lo lega a filo doppio al qui presente “Buongiorno, notte”, con il suo ultimo lavoro proiettato alla mostra di Venezia: The Dreamers. Da una parte i sognatori delle proteste di piazza sessantottine, dall’altra un incubo che parla della perdita dei sogni.
I brigatisti, infatti, paiono sospesi in un limbo spaziale, prigionieri loro stessi della segregazione imposta allo statista, quasi privi di un nome, un’identità. Solo Chiara pare avere la possibilità di condurre una vita all’esterno, condizionata anch’essa dal suo ruolo politico e per questo soggetta ad una schizofrenia esistenziale opprimente, come le stanze del Ministero presso cui lavora. Ambienti chiusi, saturi di tensione palpabile e di alienazione, dove persino le attenzioni di un giovane collega di lavoro, paiono convincerla progressivamente del proprio errore, della propria estraneità al resto del mondo e all’affetto che i suoi zii le offrono costantemente, al punto tale che presunta realtà e sogno si complicano ulteriormente. Diviene così possibile vagheggiare la scarcerazione di Aldo Moro e di osservarlo libero di passeggiare sotto una pioggerella leggera all’alba, in una Roma periferica e solitaria.
Duplice finale per un doppio sogno, che avremmo voluto si avverasse. È la Storia, infatti, a smentirci e a ricordarci che tutto questo non è possibile, attraverso le immagini della cronaca televisiva. Il regista consapevolmente umanizza le emozioni, i pensieri, gli slogan propagandistici dei brigatisti, per farne affiorare l’inconscio e quindi amplificarlo attraverso gli sguardi e le soggettive di Chiara, volta a spiare con apprensione i movimenti del prigioniero, tanto da manifestare una “Sindrome di Stoccolma” alla rovescia.
Bellocchio rischia però nella sua libera interpretazione qualche caduta di tono, proprio nei momenti in cui la musica dei Pink Floyd (The Great Gig in The Sky) diviene totale, unendo in un’ideale comunanza di spiriti, la lettera di commiato di Moro alla moglie e quella tratta dal volume “Lettere di condannati a morte della resistenza europea”. Fa forse qui capolino un accenno di retorica e di dichiarazione politica, ma inevitabile non pensare al richiamo del libro, letto dal padre alla figlia Chiara ogni sera, come ad un’ulteriore identificazione dell’anziano prigioniero, col genitore della brigatista.
Cinema dunque, dei padri e sulla paternità negata e anelata: il regista dedica il film a suo padre, il capo dei brigatisti afferma di avere un figlio, ma di non averlo più voluto incontrare e Chiara è orfana di entrambi i genitori. Lo statista diviene così il capostipite di una famiglia peculiare ed il libro di Marx ed Engels (La sacra famiglia), conservato sul comodino dalla protagonista, ne è la notazione sarcastica ed allegorica. Evidente chiave di lettura di quest’incubo ad occhi aperti, in cui uno dei carcerieri dichiara addirittura di aver smesso di sognare, ma non Chiara, che dalle visioni della Russia rivoluzionaria, passa a quelle di Aldo Moro libero di osservarla e di sfogliare i suoi libri. Egli è il padre tanto agognato dalla protagonista, che sente di voler liberare, ma solo nel sogno del regista ciò diviene possibile, per pochi minuti ancora, e poi: Buongiorno, notte.

03/06/09

Uomini che odiano le donne

Chi può dire se piacerà il primo film della fortunata trilogia letteraria Millenium ai suoi molteplici lettori? Non certamente il sottoscritto, ancora vergine nella lettura della suddetta, seppur sia scontato dover ribadire che il cinema quando deve adattare un testo letterario deve prendersi delle libertà e inevitabilmente sforbiciare il materiale letterario di partenza.
Premessa che potrà tornare utile ai suoi lettori al momento della visione, che già conoscono perfettamente gli sviluppi della storia, con precise aspettative nel suo adattamento per immagini, ma per chi non ha letto nulla di Larsson l'approccio con il film è sicuramente diverso come aspettative e analisi, tant'è che l'impressione di fondo è quella di un film più interessante per le atmosfere geografiche, che per la resa finale dei contenuti, nonostante una certa lunghezza temporale atta a sviscerare più aspetti possibili della vicenda e un ritmo comunque discreto, ma non lascia un'impressione soddisfacente, soprattutto ripensando a certe sequenze e a certi stralci di dialogo, che non imprimono sufficiente spessore ad un film che ci restituisce volutamente un personaggio forte ed ambiguo, soprattutto nel finale, tanto da apparire quasi posticcio e sopra le righe, come il manifesto stesso, che furbescamente e in maniera ammiccante ci ripropone, accentuandone apparenti sfumature dark.
Oplev alla fine sembra fermarsi  a delle mere impressioni per immagini, a delle atmosfere e psicologie grossolane prive di un vero spessore umano e critico. La critica sociale e familiare, nonché storica, non riesce ad incidere a fondo nell'animo, si assiste quasi anestetizzati alla ricerca del colpevole e alle ragioni che ne hanno mosso le azioni brutali, per ricordare infine con maggiore e scontata intensità le sevizie subite da Lisbeth (Noomi Rapace), personaggio su cui punta molto il regista, e su cui lascia scivolare momenti d'imbarazzante intimità, in cui ad emergere non è la difficoltà relazionale della ragazza ma quella del regista ad imbastire un discorso che non risulti banale e scontato nella sua resa per immagini.
Sicuramente più stimolante e accattivante risulterà la lettura dei romanzi e forse uno dei pregi del film è nell'invitare indirettamente lo spettatore al recupero degli stessi e a confidare in uno sviluppo più adeguato dei prossimi capitoli, che pare passeranno sotto le mani di altro o altri registi.