31/01/10

Baciami ancora

Baciami ancora (con relativo supponente sottotitolo: La storia di tutte le storie d'amore) è il capitolo conclusivo del dittico costituito dal precedente L'ultimo bacio, che aveva rivelato e reso noto al cinema italiano che conta - ma esiste un cinema nostrano che conta oggigiorno? - il regista romano Gabriele Muccino, quale nuovo cantore dei trentenni in crisi, con le loro paure, insicurezze, velleità, seppur vi fossero in nuce tutti i difetti del suo cinema a venire.
Sì perché un aspetto che non sono mai riuscito a digerire del suo stile è questa necessità di elevare i toni delle discussioni tra i suoi protagonisti, come se urlarle anche allo spettatore le possa rendere credibili. Ebbene, questi litigi isterici a livelli di decibel al di sopra della soglia di tolleranza, questi scontri domestici che ci dice essere veri, caro Muccino sono veri solo nel contesto in cui si verificano, ovvero quello domestico, poiché nel momento in cui si tenta di trasporli su pellicola, fotocopiandoli dalla realtà, in quel preciso istante divengono artefatti, parossistici, privati di quell'effetto di straniamento o disturbo che il miglior cinema dei sentimenti e delle loro fratture sa rappresentarci. Questo perché la realtà supera la fantasia e allora il cinema deve riuscire a fare un passo indietro e rendere credibile, verosimile quella, per quanto assurda, situazione ed è possibile grazie ad una grammatica narrativa, filmica e di sceneggiatura in senso stretto che consente di rappresentare ciò che è irrapresentabile, senza enfasi inutili e ripetute che sovraccaricano una storia che gira subito a vuoto, senza continuità.
Stavolta non si ha l'impressione della coralità ma di una serie di quadri messi insieme, come tessere di un puzzle che il regista prende in mano per osservarle e poi riporle nella scatola a suo piacere, cercando di plasmarle secondo un'idea di drammaturgia che purtroppo sfocia nel ridicolo involontario e guardandole potrebbero essere perfette scenette da commedia alla Verdone, ma il problema è che Muccino si prende troppo sul serio e vorrebbe realizzare film drammatici, ma in realtà dovrebbe darsi alla commedia, seppur non aggiungendo nulla di nuovo al discorso, ma magari in maniera più riuscita di un Veronesi.
Il regista vorrebbe dimostrarci che a distanza di anni, nonostante varie problematiche e avversità della nostra vita, tutto possa essere cambiato, rimesso a posto, ma non appare credibile questa fiducia, perché troppo costruita a tavolino e lo smentisce la realtà stessa di cui Muccino vorrebbe farsi cantore, perché non è un caso se Giovanna Mezzogiorno non ha voluto partecipare alla realizzazione su schermo di una presunta riappacificazione di una coppia (Mezzogiorno, Accorsi), che nella realtà non si è più riavvicinata.
Pertanto, quale migliore dimostrazione della fallacia o meglio della presunzione delle tesi del regista, che ci restituisce i suoi protagonisti chiusi in trappole chiamate personaggio, da cui non riescono a fuoriuscire, restituendoci così ruoli ed interpretazioni che ci fanno sperare di rivederli presto in vesti più convincenti, nonostante gli sforzi da loro profusi e in storie che la smettano finalmente di essere così ombelicali ed in questo caso, come direbbero gli inglesi in senso dispregativo, da kitchen sink.

29/01/10

L'uomo che verrà

Se Spike Lee era stato ricoperto di onori e apprezzamenti per il solo fatto di aver realizzato il suo film Miracolo a Sant'Anna che toccava indirettamente la strage di Marzabotto (anche se in L'uomo che verrà viene richiamata quella di Monte Sole, ma le affinità drammatiche sono le stesse) con strascichi polemici inevitabili e conseguenti nel momento in cui si offre una lettura discutibile e discussa di vicende come questa -, perché purtroppo la nostra storia comporta ancora oggi difficoltà di accettazione e superamento di certe scelte o eventi così significativi e difficili da elaborare - il film di Diritti per fortuna non è ancora stato abbracciato dalla retorica ufficiale e neppure da letture o considerazioni revisioniste.
Si deve, anzi, dare merito al regista de Il vento fa il suo giro, piccolo caso di film ambientato in una comunità di lingua occitana, di saper cogliere attraverso il suo sguardo i tempi e le sensazioni delle piccole comunità rurali dell'appennino emiliano, grazie anche ad una scelta precisa di adottare il dialetto come segno fonetico di riconoscimento e di veridicità, che bilancia quello che è lo sguardo innocente della protagonista nei confronti della guerra e dell'occupazione tedesca.
Sono gli occhi di Martina (Greta Zuccheri Montanari), infatti, a percepire e scandire i ritmi di una società semplice, ma senza essere vista o rappresentata in maniera pittoresca o edulcorata, lasciando ai rumori della collina e del bosco il compito di accompagnare nel suo percorso silente la protagonista e il contesto che la circonda.
Quello che traspare è la veridicità, seppur con vene poetiche, perché a percepirla sono gli occhi di un infante - in fondo i bambini ci guardano come ci ricorda De Sica -, cosicché tutto viene sublimato attraverso uno sguardo che non professa parole, se non quelle scritte su un quaderno, quale testimone a volte pericoloso degli eventi che la circondano, in conseguenza di un trauma che ha coinvolto Martina e che la rende oggetto di scherno e superstizione appena accennata da parte degli altri bambini del paese.
Occhi che percepiscono e comprendono le amarezze della guerra, delle morti conseguenti ad essa, senza giudizi morali da parte della stessa e del regista, ma non per questo di volontà di appiattimento o parificazione retorica delle colpe o necessità di ciascuna parte contrapposta.
In questo modo Diritti prepara il terreno per la strage a venire non fermandosi, come semplicisticamente ci si sarebbe potuto attendere, alla rappresentazione drammatica o spettacolare di un simile evento, riuscendo così a creare una condivisione di sguardo rispetto a tale tragedia senza per questo perdere tensione drammatica e andando anche oltre ad essa, raccontandocene gli strascichi e le conseguenze successive, che condurranno la protagonista verso un destino incerto, solingo, in cui il taglio di capelli non solo rappresenta una necessità di mascheramento e di purificazione, ma anche una trasformazione della propria identità da femminile a maschile, sino al recupero di quel linguaggio trattenuto, negato, che non si appalesa quale reazione al trauma della morte, ma quale necessità di sopravvivenza e di conforto per chi è sopravvissuto e dovrà farsi carico di una nuova vita innocente da lei stessa salvata, cui regalare una speranza che le icone religiose sotterrate simbolicamente da uno dei contadini scampati alla strage non sono riuscite a garantire, restituendo così alla forza dell'individuo il compito di vivere e ricordare per il futuro ed il presente.

26/01/10

Il nastro bianco

Dei bambini non si sa niente e mai si saprà perché contrariamente a quello che si può pensare Haneke non ci rivela chi sia l'autore o gli autori delle violenze perpetrate nel villaggio ad alcuni suoi abitanti, né si dovrebbe semplicisticamente ed ideologicamente vedere in questo film i prodromi del Nazismo, per quanto la voce fuori campo porti ad una lettura di questo tipo.
Al regista austriaco ancora una volta preme raccontare e rappresentare mediante il fuori campo ciò che la violenza comporta e il suo esserci nella società, piccola o grande che sia, trasmettendo un senso di raggelante oppressione umana e sociale che si disvela in alcuni momenti di apertura, di disvelamento della rabbia, della malignità insita nelle figure degli adulti e dell'odio e della grettezza di cui si fanno portatori, sino alla rinnegazione di una possibile verità finale.
Vi è un'inquietante freddezza negli sguardi e nei gesti dei bambini del villaggio, testimoni, vittime e carnefici di una violenza sottesa, sempre negata esplicitamente allo spettatore, ma suggerita con abile senso dell'attesa e della sospensione del giudizio, che Haneke opera con lucida programmazione ed è questo forse uno degli aspetti che vengono recriminati all'autore austriaco.
Eppure non si può negare ad Haneke di aver realizzato un'opera che non è solo formalmente perfetta, raggelata nel suo bianco e nero devitalizzante ogni speranza o gioia, anche quando in esso vi si inseriscono figure positive come quella del maestro e della bambinaia, che a loro modo si pongono come contraltari di vera purezza e non bramosia di fronte a tanta animalità, insita forse nel calore della terra e della natura della campagna come avrebbe immaginato Pavese, seppur con un'idea poetica ben diversa dall'interesse antropologico e a tratti entomologico di Haneke.
Il film del regista austriaco si allontana dalle sue ultime opere involute e autoriflessive, in cui lo sguardo rivolto alla nostra capacità di apportare violenza e prevaricazione sugli altri sembrava essersi rinchiuso in se stesso e non trovare più una nuova strada d'uscita. Ora invece il rigore vince su tutto restituendoci un discorso formalmente e sostanzialmente impeccabile in cui i dubbi, le ansie e le riflessioni non smettono di insinuarsi nelle nostre menti, suscitando un desiderio di conoscenza e verità che rimarrà inappagato come il nostro sguardo, che è costretto ad intuire, a cercare di vedere ciò che Haneke volutamente ci nega, consapevole del nostro desiderio morboso di conoscenza anche del male dietro ogni porta chiusa.

25/01/10

Tra le nuvole

Reitman si pone come l'attuale regista in grado di meglio fotografare l'America nel suo presente critico e contraddittorio, attraverso una commedia che inevitabilmente verrà schiacciata dal presente fantascientifico e filtrato dall'ambientazione aliena di Avatar di Cameron.
In fondo i preliminari degli Oscar già hanno sancito i vincitori o meglio il vincitore, quindi pare difficile che questo film possa ottenere il premio per la sceneggiatura o Clooney per la propria interpretazione, perché bisogna dirlo: chi meglio di lui poteva incarnare uno scapolo impenitente, sicuro della propria completezza di individuo che ama viaggiare leggero, senza fronzoli e perdite di tempo, efficiente nel suo lavoro di "tagliatore di teste" in un'America che ha scoperto dopo l'11 settembre e poi con lo scandalo mutui facili una nuova crisi, che nel progredire del racconto si fa sempre più tangibile, evidente?
Tant'è che sorge il dubbio iniziale che lo stesso protagonista rischierà di farne le spese a causa di un'apparente giovane arrivista in carriera, sintomo di una società in cui tutto, anche il licenziamento è on line, sia lavorativo che affettivo.
Eppure Reitman scardina certe sicurezze dello spettatore, magari per incappare in altre, ma riuscendo a lasciare alla fine un sapore amarognolo in bocca, che dimostra quanto conti la scrittura in questo film, che vive della perenne transizione del nostro affabile impiegato, il quale rifugge la staticità stessa del proprio lavoro, accumulando miglia aeree e carte viaggio o fedeltà quale status symbol della propria condizione e visione del mondo.
Tutto è strisciabile, scorrevole come le sue tessere, i suoi biglietti aerei e il suo trolley agile che allestisce come nemmeno un soldato saprebbe fare con il proprio fucile.
Ryan Bingham (George Clooney) è un uomo che vive di certezze e di leggerezza apparente, ma nel momento in cui dovrà fare i conti con la propria famiglia, rifuggita per noia e per volontà di evasione dai pesi che essa comporta, si ritroverà, anche attraverso l'incontro con una sua complementare al femminile e con l'aspirante collaboratrice in carriera, a rivedere la propria visione, seppur mantenendo quell'incapacità di fondo nel mettere a fuoco le proprie idee ed i propri desideri, rimanendo perennemente sospeso in aria, sopra tutto e tutti, ma con qualche sicurezza in meno.
Una commedia forte della sua intelligenza e della sua scrittura che alla lunga può risultare schematica come le panoramiche aeree, quali texture geografiche, dei luoghi visitati da Ryan, così da non scorrere via con la stessa levità con cui lo stesso si sposta, ma che sa rappresentare una contemporaneità in bilico, dove sempre più spesso si assiste al prevalere di un manicheismo sociale sempre più netto, marcato, con un'inevitabile senso di malinconia e disillusione di fondo per il nostro protagonista.
E allora non ci rimane che augurargli Good Travel and Good Luck.

20/01/10

Good Morning Aman

Ci sono film che andrebbero inclusi nella categoria invisibili, vuoi per colpa dei soliti distributori, vuoi per un'indifferenza congenita dello spettatore medio. Allora scendono in campo trasmissioni o spazi televisivi che cercano di puntare per qualche minuto una luce d'attenzione benevola per questo cinema italiano di nicchia, che nessuno considera e che a detta di alcuni andrebbe recuperato dopo un breve passaggio a qualche festival di cinema.
Ebbene, diciamolo, la regola non è sempre valida e non si dovrebbe sempre credere nella buona fede altrui, soprattutto di quei presunti paladini del buon cinema italiano, perché se certi film rimangono invisibili un motivo c'è e non è sempre colpa dei soliti noti chiamati al banco degli imputati della crisi del cinema nostrano.
Questo film ha tutti i difetti di una certa pretenziosità narrativa e stilistica ben visibili da un impiego della grammatica filmica che lascia perplessi e alla lunga disturba, per restituirci alla fine un racconto frammentario, fatto di campi stretti, attaccati come carta moschicida ai corpi dei suoi protagonisti e nonostante ciò con momenti di difficoltà di comprensione dei dialoghi rarefatti tra i personaggi della vicenda.
La storia in avrebbe potuto essere interessante, avrebbe potuto fornire uno sguardo non banale sul rapporto tra un bianco e un nero in Italia e in parte ci riesce, perché non vi sono stereotipi, ma per il semplice fatto che il regista non ha la possibilità di svilupparli, in quanto manca un racconto che possa dirsi tale con tutti i suoi crismi. L'ellissi narrativa è eccessiva al punto da condurre ad un vuoto di senso e significato in cui si percepiscono alcuni aspetti delle psicologie dei suoi personaggi, ma senza riuscire ad andare veramente a fondo, senza scavare a sufficienza, tant'è che permane un senso di perdita, d'insoddisfazione che irrita e che dimostra come e perché certi esordienti non riescano a raggiungere una credibilità a livello professionale.
Così alla fine ci si rivolge inevitabilmente alla commedia, che in questo periodo campeggia e campeggerà nelle nostre sale con il suo sguardo ombelicale o nostalgico che sia, ma alla fine l'unico punto di vista rassicurante che ci rimane per gettare un occhio alla realtà intorno a noi, fingendo che fino a qui va tutto bene, fino a qui tutto bene. Il problema non è la caduta, ma l'atterraggio.

17/01/10

Videodrome

Ogni volta che rivedo Videodrome rimango affascinato e turbato dalla visionarietà di Cronenberg, dalla sua lungimiranza di sguardo sul potere televisivo in grado di deformare la nostra percezione della realtà e la progressiva incapacità di discernimento tra vero e falso.
Film denso di sottotesti e spunti di riflessione che lo rendono un film precursore di sviluppi mediatici ben visibili oggigiorno, ma anche film politico in cui si avverte il senso critico professato da uno dei personaggi nei confronti della debolezza di spirito della nazione, perpetrata attraverso un consumo massiccio di pornografia e di appagamento senza limiti di bisogni e pulsioni che la società e la morale ci impongono di contenere.
Non si legga in ciò una considerazione conservatrice da parte del regista, ma sicuramente un messaggio interessante sul potere deviante di certe immagini e sull'estremizzazione delle stesse al punto da virare nello snuff movie, quale ultima frontiera che unisce la porneia con thanatos.
Così Max Renn (James Woods) novello redento, grazie alla sua riprogrammazione mentale attraverso la fisicità dello strumento videocassetta, che trasforma la sua carne in un contenitore/videoregistratore, nonché ricettacolo sessuale di simboli fallici come la pistola utilizzata dallo stesso Max come organo sessuale di morte, in quanto la stessa, come nella migliore estetica cyberpunk forma un tutt'uno con la carne umana, quindi propalazione fallica di un uomo che sul porno aveva basato la propria fortuna e idea di televisione, diviene egli stesso macchina, strumento foriero di morte e portavoce di una nuova visione immaginifica.
Cronenberg ci rammenta sin dalle prime immagini l'importanza della televisione nella vita del suo protagonista, come se i suoi contatti umani dovessero essere filtrati attraverso uno schermo ed è così che progressivamente, attraverso tale medium, Max entra in contatto con i personaggi intorno ai quali ruota il mistero di Videodrome, programma ultraviolento che pare provocare potenti allucinazioni in lui, ma da cui pare dipendere sempre più subdolamente.
Cronenberg ancora una volta subodora la teoria del complotto, della propagazione infettiva di un morbo o di una mutazione quale quella delle menti degli spettatori attraverso Videodrome, cui si contrappone il reverendo O'Blivion (Jack Creley), corpo egli stesso mediatico e parcellizzato attraverso migliaia di videocassette conservate dalla figlia Bianca (Sonja Smits), anch'ella portatrice di un messaggio di cancellazione ma in senso migliorativo (forse) rispetto a quello del controllo di Videodrome.
Il regista canadese non rinuncia alle proprie riflessioni sul potere mutante e mutogeno della carne e della macchina raggiungendo vette notevolissime che ancora oggi costituiscono parte fondante dell'immaginario cinematografico e televisivo, sino ad un finale che sottolinea un percorso cristologico da parte del suo protagonista, con una voluta incertezza lasciata allo spettatore, solo di fronte allo schermo televisivo privo di segnale in cui tutto si fa oblio. Lunga vita alla nuova carne.

10/01/10

Soul Kitchen

Fatevi un regalo. Evitate di andare a vedere le solite commedie nostrane. Tanto si sa... Verdone non ha più molto da dire e credo che qualcosa d'interessante ce lo stesse dicendo proprio grazie alle sue commedie crepuscolari, al momento accantonate per qualcosa di apparentemente classico, ma chissà quanto ancora in grado di divertire, ed il panorama intorno a noi non mi rassicura granché.
Quindi, se volete divertirvi e sorridere andate a vedere questo nuovo film di Fatih Akin, divenuto famoso con un'opera drammatica e compatta come La sposa turca ed ora passato ad altro genere senza abbandonare il suo sguardo accorto verso la multietnicità.
La bravura del regista turco-tedesco è quella di non forzare gli stereotipi culturali, di non renderli come le solite macchiette su cui teorizzare il confronto razziale, forse perché altrove il confronto esiste davvero, mentre qui da noi si continua a discutere di immigrazione clandestina e di classi miste da contenere il più possibile come se si parlasse del sesso degli angeli.
Akin sa usare e dosare con astuzia gli ingredienti giusti per cucinare un film che sa divertire, dove i bisogni primari dei suoi protagonisti, legati alla corporalità riescono ad essere sfumati e trasfigurati in maniera assolutamente ironica, in cui tutto scivola via con gusto e piacere e ci si appassiona e diverte per le peripezie del suo protagonista, alle prese con il proprio locale e cambiamenti continui lungo il suo percorso ad ostacoli. Tranquilli, il lieto fine è assicurato, ma una volta tanto è davvero un piacere sperare e vedere che almeno al cinema le cose possano davvero andare come si vorrebbe.

07/01/10

Sherlock Holmes

Gli amanti del personaggio di Conan Doyle vi intravederanno un tradimento della figura da loro amata, in quanto Guy Ritchie ci offre una visione decisamente più vicina all'estetica contemporanea del cinema d'azione, ma in fondo Ritchie, redivivo dopo un appannamento temporaneo, giustifica questa sua scelta optando per un Holmes più giovane e più vicino a certe abitudini poco ortodosse della propria vita, che trovano in Robert Downey Jr. un fedele rappresentante anche nella vita reale o almeno nel suo recente passato.
Il regista inglese ci mette del suo nella regia, attraverso l'uso di slow motion e riferimenti ad altri suoi film precedenti in cui lo scontro fisico e il montaggio rivelatore costituivano elementi narrativi portanti delle sue storie.
Sembra proprio che Londra sia il suo luogo ideale in cui ambientare il proprio cinema, che sia quella contemporanea o quella del passato, ricostruita in maniera assai precisa e affascinante, i bassifondi sono per il regista inglese irrinunciabili e necessari allo sviluppo delle proprie storie.
Il personaggio di Holmes a parte apparenti licenze autoriali rimane fedele al proprio metodo d'indagine e disvela tutta la propria ironia ed astuzia, contrapposta all'apparente magia nera del suo avversario, quale scontro tra positivismo scientifico e forze sovrannaturali. Gli stessi combattimenti posti in essere da Holmes denotano una perizia scientifica nell'affrontare i propri avversari con consapevole esito dei risultati ottenibili, ma l'apparente sovrannaturalità del suo avversario pare smentire le sicurezze dell'astuto ed intelligente investigatore.
Sarà il finale esplicativo, attraverso il montaggio accellerato che ripercorrerà i momenti salienti della propria indagine, a consentire ad Holmes a riprendersi la rivincita delle proprie ragioni, dimostrando come tutto sia perfettamente comprensibile e spiegabile attraverso la scienza da lui stesso sperimentata.
Film che scorre piacevolmente via, in cui si sorride quanto basta e ci si diverte, con preludio ad un inevitabile (forse) seguito; colpevole piacere della visione o semplice sciocchezzuola, come potrebbero dire i veri critici, snobisticamente parlando, ma c'è in fondo la soddisfazione perversa che questo film ha battuto il classico cinepanettone nostrano e questa sì che è una considerazione veramente snob da parte mia.

06/01/10

Up

Ecco un buon esempio di come la tecnologia del 3D non è fine a se stessa e mero strumento di attrazione e presunta rinnovazione commerciale di un racconto, vedi il caso di A Christmas Carol, ma un elemento non invasivo e complementare, atto ad arricchire di sfumature visive una storia come quella propostaci dalla Pixar, che pare essere l'unica in grado di rinverdire i fasti narrativi della Disney senza una facile retorica dei sentimenti.
Up, come molti film di animazione con cui ci si ritrova a fare i conti ultimamente, è una storia che può essere apprezzata prevalentemente dagli adulti proprio in ragione di ciò che ci racconta.
Ispiratisi per la figura dell'anziano Carl a Spencer Tracy, gli autori della Pixar sono riusciti a creare un piccolo gioiellino di riflessione sul percorso dell'esistenza, sull'amore coniugale e sulla bellezza di una vita spesa insieme alla persona amata, come la più grande e vera avventura che si possa vivere al di là di ogni continente o terra inesplorata e la possibilità di riscoprire anche in tarda età nuovi spunti di vita e nuove emozioni aprendosi verso una gioventù che necessita di attenzioni e di ascolto, quale vera nuova avventura da affrontare.
Tranquilli, non vi è nulla di didascalico nel racconto propostovi dalla Pixar, anzi grazie ad esso si riscoprono piccoli piaceri e stupori che spesso paiono dimenticati e che film come questo ci ricordano essere ancora possibili per gli occhi e per l'anima, al di là di ogni impiego semplicistico del 3D per attrarre nuove frotte di spettatori verso un mondo, in cui nel buio della sala ci è ancora concesso di emozionarci e di sorridere senza timore di sentirsi stupidi.

05/01/10

The Reader

Il film di Daldry rivela un'intensità di tutto rispetto in cui il racconto di formazione non si rinchiude in se stesso e non si ripiega sulle pagine di un erotismo di facciata, per arrischiarsi sul terreno del tema dell'Olocausto con inevitabili e conseguenti domande che permangono per tutto l'arco del racconto e che segnano la vita del suo protagonista maschile.
Daldry pare invece sbavare proprio nella parte finale, in un retorico e banale incontro con quelle vittime dell'Olocausto su cui molto si è visto e detto e non sempre con sufficiente sensibilità o capacità, se non cadendo in trappole di senso e di significato leziose, che sembra appiattire, banalizzare, - anche se il rischio si avverte in vari punti - e vanificare l'intensità della propria opera che gioca in maniera affascinante sui corpi e sulla seduzione, nonché sulla lettura e sul suo potere di unione affettiva ed intellettuale, con tutte le ambiguità e devianze che ne scaturiranno, in seguito alla scoperta dei misteri dietro cui si avvolge l'apparentemente rigida Anna (Kate Winslet).
Alla fine come sempre, ma questa volta in conseguenza di un amore per la vita, domande sulla banlità del male, sulla morale e sulla legalità e legittimità di certe scelte e azioni sfociano ancora una volta nelle nostre menti, ponendoci quesiti cui è difficile rispondere e che per bocca o per mano di alcuni dei personaggi potrebbero risultare inadeguate o non comprensibili ed è proprio invece nei silenzi, nelle reticenze, negli imbarazzi che Daldry pare trovare la giusta misura e le giuste domande da porre ai suoi protagonisti, mettendo in scena un racconto sì di formazione, ma anche di rimozione e d'incapacità affettiva dovuta ad un trauma che va oltre le porte della tensione sociale di una nazione, per ricondursi ad un solo individuo, quale portavoce di nuove domande affascinanti cui relazionarsi e cui forse cercare di non dare risposta.

Scanners

Scanners può considerarsi un film emblematico della poetica cronenberghiana, in cui le mutazioni genetiche sono sempre state il tema portante del regista canadese ma in particolare questo film diede luogo a ben due seguiti e addirittura ad una serie tv, alla luce dell'interesse suscitato a suo tempo e ora quasi dimenticato, se non per la nota sequenza splatter in cui esplode la testa di una persona oggetto di un esperimento di scannerizzazione.
Il film di Cronenberg può considerarsi un piccolo horror esplicativo dell'idea del contagio e della conseguente mutazione nonché del complotto per mano di multinazionali senza scrupoli in grado di tenere sotto controllo coloro che vantano poteri psichici particolari, in grado di penetrare le menti delle persone, frutto di una mutazione genetica indotta, che per certi versi ricorda una tematica cara alla letteratura per immagini americana, vedasi gli X Men e tutti i supereroi frutto di mutazioni oggetto di radiazioni.
Anche in questo caso gli Scanners sono tra noi, ben nascosti e a rischio vita, soggetti relegati ai margini della società, non consapevole della loro esistenza, se non per la misteriosa Consec e il dott. Ruth (Patrick Mcgoohan) interessati ai loro poteri e decisi apparentemente a porli sotto stretta custodia.
Nonostante una trama che può apparire contorta, Cronenberg insinua continui dubbi e sospetti nello spettatore evidenziando trame di potere e di complotti tra due fazioni contrapposte di Scanners, in cui la tensione si fa sentire sensibilmente e si rimane affascinati dallo sviluppo della vicenda sino alla conclusione della stessa con colpo di scena finale che non delude le aspettative di questo film a metà tra l'horror e la fantascienza.

02/01/10

A Christmas Carol

Il cinema è morto. Evviva il cinema. Mitridatizzati da una fruizione e una visione di cinema di per se stessa ritualmente mortifera, quali zombie romeriani e non più vampiri di una visione obituariale di immagini che scorrono su maxischermi tecnologici, dimentichi della magia che è stata un tempo, verso una fruizione sempre più consueta  e sempre meno affascinante, ormai la nostra nuova attrattiva è il 3D, tecnologia non così nuova come vorrebbero farci credere, che tenta di rinverdire i fasti di una visione ormai funerea di un'arte che sembra incapace di sopravvivere al proprio pubblico, sempre più avvezzo alla fruizione in streaming o casalinga che sia, perché sempre meno sembra aversi voglia del cinema in sala, perché anche il cinema ormai è più un fatto privato che collettivo, anche se si è in un multisala dalle poltrone avvolgenti e dagli schermi che coprono metri quadrati del visibile e anche oltre.
E allora muoviamoci in massa, godiamo di qualcosa di apparentemente nuovo, ma che in fondo rappresenta lo spirito di sempre del cinema, creare una magia per gli occhi, perché in fondo il cinema è sempre stato questo e anche questa storia, fedele al racconto dickensiano e alla sua critica sociale rivive fastosamente per diventare una storia per soli adulti, quindi bambini astenetevi se potete, per quanto possa sembrarvi divertente vedere degli attori in carne ed ossa trasformati in cartoni animati di pregevolissima fattura, alle prese con spiriti che ben poco hanno di rassicurante. E mai ne ebbe l'intenzione lo stesso autore del racconto.
Inutile ricordare la storia, la si conosce già, c'è da domandarsi se la sua lezione, in fondo sempre attuale, possa ancora fare breccia nei nostri cuori e nelle nostre menti stanche e aiuti coloro che non amano più il Natale e coloro che ne amano lo spirito più superficiale a ritrovare quella lucidità e quella umanità e volontà di redenzione che sempre più spesso pare altro da noi. Più che altro c'è da domandarsi se proprio questa ennesima versione digitale e ipertecnologica sia in grado di rinverdire lo spirito del racconto dickensiano.