24/02/10

Wolfman

Si dovrebbe porre fine alle solite interviste zerbino da parte di certa stampa apparentemente specializzata in cui si elogia il film, senza averlo visto o peggio ancora dopo averlo visionato fingendo un sussiegoso apprezzamento, anche se da quello che si legge in giro, a parte qualche rara eccezione, pare che Wolfman sia stato davvero apprezzato.
Evidentemente ho dei problemi di accettazione di ciò che vedo sullo schermo, e questo credo valga anche per la mia collega di visioni cine-pacco, che ultimamente mi fornisce sostegno morale e cinefilo (per quanto questa visione sia stata imposta per dovere di critica per conto terzi e non per diletto di questo blog), ma credo che anche lei prima o poi desisterà dal seguirmi in simili avventure e perversioni in cui si parte alla volta del cinema fiduciosi, per poi, dopo alcune battute, vedere ogni sogno morire all'alba con conseguente sogghigno con risata incorporata trattenuta a forza per non essere fustigati da qualche spettatore appassionato dalla visione del film in oggetto.
Wolfman è un progetto nato da mille difficoltà e voci contrastanti, che Del Toro ha abilmente sviato, smentito, ritrovandosi anche a dover giustificare la scelta di un genere cui sembrava, secondo i più, non appartenere, come se il cinema horror fosse un genere minore.
Bisogna subito poi chiarire che questo film non è un remake de L'uomo lupo della Universal, casa divenuta famosa per una serie di opere horror che hanno fatto la storia del genere e che costituiscono dei piccoli gioielli di cinema da recuperare e rivedere.
Il film di Johnston nonostante fosse in possesso di tutti i crismi per una buona resa sia tecnica che narrativa, si dimostra invece lento, decadente e compiaciuto del proprio stile barocco, ma nel senso più deteriore del termine, in cui tutto appare eccessivamente saturo, posticcio ed eccessivamente affettato, tant'è che non si vede l'ora che arrivi la fine.
Hopkins purtroppo non riesce più a magnetizzare l'attenzione come ai tempi de Il silenzio degli innocenti ed è decisamente stancante pure per lui credo, ogni volta sentirsi richiamare alla memoria quel ruolo memorabile, come se quella maschera non riuscisse più a togliersela di dosso e vederlo ridotto a dover ricoprire ruoli che tentano in controluce di riproporci una personalità luciferina a tutti i costi, pare alla fine ottenere un effetto stancante e macchiettistico, come se ci si aspettasse già di vedere l'attore cadere in una trappola interpretativa precostituita.
Johnston vorrebbe condurci in una tragedia dai tratti scespiriani, in cui lo scontro tra generazioni si mescola con i meandri oscuri della psiche e della ragione scientifica, contrapposta alla tradizione popolare e zingaresca, peccato che ne scaturisca un calderone confuso abborracciato, in cui anche i sentimenti divengono sospiri affannosi saturi di melassa e retorica affettata come tutto il contesto in cui si svolge il racconto, perdendo il suo fascino di mistero potenziale e di oscurità, in cui l'insistenza sulla simbologia lunare viene resa con una patinatura degna dei peggiori videoclip a tematica gotica.

10/02/10

Il concerto

Dopo il successo di Train de Vie e sue annesse polemiche con il film similare per certi versi di Benigni, Mihaileanu ritorna sulla scena con un nuovo film che ancora una volta riesce a parlarci di persecuzione, senza per questo dover attingere nuovamente al bacino della storia della Seconda Guerra Mondiale, anzi rivolgendosi ad una realtà storica ancor più vicina e dimenticata o semplicemente ignorata.
Ancora una volta un personaggio solo contro gli eventi, contro un'ostilità ed un'avversione che si ripercuote su esistenze messe ai margini, vite di ebrei russi, rinnegati e avversati dal regime di Breznev che ora si ritrovano a fare i conti con una Russia contemporanea in cui è evidente il decadimento culturale ed umano, su cui il regista ironizza senza pietà, riportandoci ad un presente poco apprezzabile.
Il concerto
si insinua lentamente attraverso le pieghe dell'animo, suscitando false certezze e soluzioni per poi condurci ad un finale intenso e non banale in cui raccordare, come in una polifonia di voci, le esistenze segnate dei suoi protagonisti, in cerca di un riscatto dalla Storia e dalla società, che non lascia indifferenti e che riesce a colpire al cuore.
Il film dimostra come una formula narrativa ben rodata possa funzionare se sviluppata adeguatamente, con la dovuta sagacia e l'equilibrio con i sentimenti, evitando trappole retoriche in cui si potrebbe incappare e ci regala ancora una volta la presenza di Mélanie Laurent che dopo il film di Tarantino dimostra di essere un nuovo affascinante ed interessante volto cui attingere per storie future e verso cui rivolgere sguardi anelanti e desideranti la sua bellezza.

08/02/10

A Single Man

Esistono pregiudizi che a volte non sono così infondati come sembra, ma si cerca sempre di fugarli, di essere smentiti e spesso ciò avviene. Nel caso di A Single Man invece, mi aspettavo un film interessante, nonostante un'estetica che si prospettava rigorosamente formale, elegante, tipica di uno stilista passato alla regia, tant'è che alla fine il mio pregiudizio era relegato all'idea di Tom Ford nei panni di regista. Tipico sospetto, tarlo snobistico, di chi pensa che chi non è del mestiere non sia in grado di dirigere un film, seppur vi sia uno staff che coadiuva nelle scelte tecniche e formali, se non addirittura un ghost director, ma per la stampa il nome che deve risultare è quello dell'autore che conta e che può richiamare l'attenzione sul proprio lavoro.
Tralasciando queste considerazioni su chi abbia diretto o meno il film, c'è da dire che molto semplicemente questo A Single Man non mi ha convinto nel suo esito prima di tutto formale ed estetico. Ho apprezzato alcune scelte stilistiche, quando non scadevano in una patinatura tipica di uno spot girato male, perché è questa l'impressione che tralascia spesso quest'opera prima, come se a parte la presenza di alcuni uomini e donne di indubbia bellezza, Ford si fosse subito adagiato su scelte formali e simboliche decisamente stucchevoli a mio modo di vedere.
Ne risulta un certo distacco, una incapacità di trasmissione di quel senso di caducità che il film vorrebbe comunicare e che denuncia alla fine tutta la sua origine letteraria, nonché una certa noia.
Non aiuta a risollevare le sorti del film il doppiaggio di Colin Firth da parte di Massimo Lopez, la cui voce mi è parsa inadeguata alla figura del protagonista, come se avvertissi una distonia che non riusciva a rendermi partecipe del dolore di un uomo che ha amato e che sente di non potersi dare oltremodo e ulteriormente ad un altro, seppur non sembrino mancargli le occasioni per riemergere dal dolore e l'apatia.
Ford pare invece azzeccare alcune sequenze in cui è il pensiero critico del professore ad emergere ed evidenziare certe ingenuità dell'America kennedyana lasciata sullo sfondo della vicenda, quale lieve contrappunto ad una storia che punta all'intimità e agli affetti e denotano spunti interessanti su cui dovrebbe lavorarci maggiormente.
Alla fine risulta un melodramma o meglio un film che sfugge a questa catalogazione semplicistica per rischiare di non approdare a qualcosa di così ben definito, se non la bellezza dei suoi protagonisti e nulla più. Un'occasione mancata e un elogio troppo facile ed immediato da parte della critica per quest'opera prima, ma aspetto di essere smentito dal prossimo lavoro di Ford.

04/02/10

Welcome

Il film di Lioret potrebbe mettersi a confronto con l'italiano Good Morning Aman per alcune similitudini e differenze nel modo di affrontare il tema dell'immigrazione, per quanto siano storie dissimili, ma con dei presupposti di base che li accomunano, seppur con esiti narrativi e stilistici evidentemente distanti.
In entrambe le storie l'Inghilterra è vista come la meta della speranza, della possibilità di salvezza e crescita come individuo in cerca di un'integrazione, che paesi come l'Italia e la Francia non paiono poter offrire ai loro ospiti mal sopportati.
Due vite a confronto anche qui, ma in questo caso abbiamo due uomini che anelano all'amore, uno della donna da cui si è separato, l'altro dalla donna da cui è stato separato per convolare a nozze concordate come da tradizione culturale.
Simon (Vincent Lindon) è un uomo segnato dalla vita, dal dolore per un affetto negato forse dalla propria inerzia, dalla propria indifferenza, come gli ricorda l'ex moglie Marion (Audrey Dana), cosicché egli stesso lentamente riprende a vivere o meglio a credere in un progetto, in un sogno d'amore e di vita che è quello di Bilal (Firat Ayverdi), giovane curdo che vuole attraversare la manica a nuoto per raggiungere l'amata Mina (Deyra Ayverdi).
Simon comincia, nonostante ritrosie e ripensamenti che non scadono nella scontatezza buonista da fiction televisiva (e per questo lo rendono personaggio umanamente completo e credibile), ad affezionarsi a questo ragazzo così determinato e vede in lui quella speranza di salvezza di un affetto che lui ha perso, cosicché l'anello regalato alla moglie e poi dalla stessa smarrito, diviene il simbolo di questa speranza, di una volontà di passaggio di consegne e di sublimazione del proprio amore negato, per vedere in un'altra vita, in un altro futuro ciò che lui stesso ha perduto.
Bilal diviene così una figura filiale cui aggrapparsi, cui insufflare il proprio desiderio di rinascita e superamento di un lutto, ma Simon imparerà, lottando contro un sistema rigido, inetto, spaventato dall'immigrazione costante, che potrà continuare ad essere un uomo, ad avere una propria identità, anche attraverso il proprio lavoro, le proprie passioni, riconoscendo la necessità di affrontare quell'assenza che finora aveva tentato di negare invano, grazie all'incontro con quel diverso, che come lui ha desideri, soffre e sanguina per rimanere a galla nella vita e avere una propria identità in questo mondo libero.

01/02/10

Prima dell'alba

Il film di Linklater costituì un felice caso di cinema indipendente costruito sui dialoghi e sulle sensazioni nate attraverso un incontro tra due sconosciuti e due culture differenti, che riuscì a far breccia nei cuori di molti adolescenti a quel tempo, grazie al fascino dei suoi protagonisti, se non prevalentemente per la presenza di Ethan Hawke, simbolo della generazione X degli anni '90.
A distanza di tempo e con un occhio, forse più scafato, nel rivedere il film si percepiscono alcune rughe ed ingenuità di fondo della storia, che ridimensionano decisamente il valore e l'entusiasmo di allora.
C'è da apprezzare in ogni caso lo sforzo profuso dal regista nel gestire un racconto in cui prevalgono i dialoghi e le emozioni rispetto ad un'azione e ad un luogo che non prende il sopravvento su di loro, tanto da cercare di non risultare troppo banali o scontati ed in parte Linklater riesce nel suo intento, nonostante qualche perplessità qua e là in alcuni incontri casuali con alcuni comprimari del racconto o come nello stesso approccio e sviluppo della conoscenza tra i due giovani, ma per fortuna è compito dello stesso Jessie (Ethan Hawke) disinnescare con occhio più cinico e disilluso certe situazioni che nel loro romanticismo, potrebbero apparire stucchevoli o inverosimili, quasi appiccicate addosso agli attori per consolidare la loro fortunata unione per un giorno.
Linklater, infatti, risulta più felice nei momenti in cui riflette sui rapporti di coppia, sulle dinamiche uomo/donna e sulle incertezze dell'adolescenza, che si ritrova a ragionare su se stessa e sul proprio rapporto sospeso in questo tempo fugace, nonché sul proprio retroterra familiare, delineando verosimili esistenze e pensieri, che denotano un realismo credibile, non eccessivamente artefatto, come dimostra anche il finale sospeso su una promessa che lascia aperte molte speranze, possibilità e possibili delusioni, perché in fondo è questo che era riuscito ad appassionare molti spettatori a suo tempo. Tant'è che il regista stesso a distanza di anni, ha ritenuto necessario proporre un seguito a quella storia, con gli eventuali cambiamenti che la vita comporta, ma questo costituirà oggetto di ulteriore analisi per il successivo film, dopo la sua visione.