30/04/10

Carne tremula

Almodovar realizza una delle opere più sensuali e a tratti morbose del suo cinema in cui utilizza personaggi, situazioni e attori che indirettamente, e forse non così involontariamente, richiamano il cinema di Bigas Luna, ma senza quell'aura di erotismo spesso esasperato e con esiti non sempre felici.
Almodovar costruisce un melodramma teso, in cui si inseriscono elementi a tratti polizieschi, che virano nel voyeurismo e nella gelosia degli affetti e delle passioni, con conseguenze poi drammatiche per le vite dei suoi protagonisti.
L'erotismo non manca di certo, ma è sottopelle, suggerito costantemente attraverso un triangolo di equivoci e casualità che creano tensioni e fraintendimenti, sino ad un crescendo di rivelazioni e conferme ai sospetti che il regista insinua all'inizio della vicenda, dopo il prologo iniziale in cui richiama gli anni del franchismo e la paura determinata dal regime, sino alla rappresentazione in tempi recenti di una Spagna in fermento e in trasformazione, in cui si preavvertono i futuri, e per noi attuali, parametri geografici di riferimento, anche da un punto di vista architettonico, di cui Almodovar è stato un rappresentante della ripresa culturale e cinematografica.
Film che costituisce una premessa al suo cinema attuale, in cui si avvertono già alcuni spunti drammatici dei suoi lavori più maturi, ma quest'opera non può di certo sfigurare con i suoi lavori più recenti, dimostrando come un film alla Bigas Luna possa essere decisamente pregevole e ammirevole se calibrato e sviluppato con le giuste capacità registiche e di scrittura.

Departures

La retorica della morte è sempre in agguato anche nelle culture più sensibili e attente all'estetica di un evento così triste e inevitabile e seppur il film sia stato molto lodato e apprezzato, non mi è stato possibile non avvertire una certa ripetitività e scontatezza negli esiti di un racconto curioso e agli inizi anche affascinante, in cui si inserivano progressivamente elementi anche divertenti, atti a sdrammatizzare il peso di una storia che affronta l'ultima tappa dell'esistenza.
Affascina inizialmente il rituale di preparazione dei corpi prima della sepoltura, con spunti ironici che aiutano ad alleggerire il peso del dolore e del dramma, laddove altrove è poeticamente descritto ed esibito con la giusta misura e rispetto, ma con il passare del tempo il regista tende a creare una certa reiterazione narrativa che sfocia in immagini, come quella della locandina, che nel loro essere fuori contesto e forzatamente poetiche, risultano retoriche sino alla profusione di discorsi banalmente leziosi sul passaggio finale della vita e sul rapporto conflittuale e luttuoso negli affetti del protagonista con il padre scomparso.
Altro aspetto che non agevola la visione è il vizio persistente del doppiaggio italiano nel voler impiegare voci spesso abituate a doppiare personaggi degli anime, restituendo un effetto cartoonesco e fasitidioso ad alcuni protagonisti, come la moglie del tanatoesteta, mentre un personaggio interessante come il titolare dell'agenzia di preparazione delle salme, finisce anch'esso nell'essere risucchiato da cliché retorici sulla sua scelta di voler intraprendere un tipo di attività, che nella società giapponese viene vista come sconveniente e immonda.
Un taglio alla durata del racconto avrebbe sicuramente permesso al regista di non cadere nella leziosità stancante della parte restante del film, regalandoci un'opera sicuramente più interessante e riuscita di quanto la critica abbia voluto farci credere.

29/04/10

Cella 211

Il genere carcerario solitamente è pertinenza del cinema americano, che l'ha saputo declinare sotto varie sfumature, rendendolo uno specchio morale e sociale affascinante e conturbante, tant'è che Cella 211 sfrutta a piene mani il genere per introdurre un discorso che se da una parte è ben localizzato dal punto di vista politico, dall'altra diviene in ogni caso discorso universale sul potere e sulla meschinità umana.
Monzon sa sfruttare bene l'idea di introdurre un futuro secondino all'interno della cella in questione, vittima inconsapevole di una rivolta, e costringerlo a fingersi carcerato per necessità di sopravvivenza, tant'è che saprà scoprire aspetti della propria natura inaspettati, in cui il fascino del carismatico Malamadre (nomen omen) diverrà stimolo e spunto per una crescita e un percorso umano, con inevitabili conseguenze drammatiche.
Il regista opera anche un discorso metacinematografico e geografico del luogo "carcere" in cui la visione panottica viene celata, oscurata, dagli stessi carcerati che scelgono e optano essi stessi per ciò che deve essere visto dai loro carcerieri, in un crescendo di tensione e sospetti che portano la situazione sempre più in bilico e in cui i mezzi di informazione rappresentano il megafono esibito di una violenza, che non è solo interna, ma anche al di fuori delle mura.
Discorso apparentemente facile e semplicistico, che però riesce ad essere sfruttato adeguatamente, attraverso una crudezza di immagini e contenuti che restituiscono in maniera veritiera gli aspetti deteriori della vita carceraria e di coloro che la popolano.
Uno dei film più interessanti visti ultimamente e che merita di essere rivisto e studiato, con gli eventuali limiti che in esso vi si possano riscontrare, ma una dimostrazione di come vi sia un cinema europeo in grado di raccontare con realismo problematiche politiche e sociali, sapendo sfruttare elementi tipici di un genere in maniera non così apparentemente banale e semplicistica.

19/04/10

L'uomo nell'ombra

Ennesima, necessaria tirata d'orecchie ai titolisti italiani e all'adattamento dei dialoghi del film di Polanski, che conferma ancora una volta di essere riuscito a tornare ad atmosfere di stampo thriller con virate spionistiche, che riescono a rendere il film accattivante e misterioso al punto da intrigare quanto basta lo spettatore e a portarlo verso supposizioni e aspettative precise sulla risoluzione del mistero con cui si apre il film.
Riguardo l'adattamento di cui si diceva sopra, il titolo stesso non rispetta e non rispecchia l'originale che rimanda, come i più ormai sanno, a quella figura spesso nascosta dello scrittore fantasma, autore dei discorsi e delle biografie di politici o personaggi dello spettacolo e nel dialogo fondamentale in cui si celebra l'incontro tra i due uomini, McGregor si presenta come "the ghost" e non come semplice "ombra", adducendo in il proprio destino e la propria labilità esistenziale ed umana rispetto ad una vicenda torbida che prende spunti evidenti dalla realtà, come il romanzo stesso di partenza presuppone.
Storia che si dipana attraverso paesaggi in cui la pioggia battente scandisce il tempo e le atmosfere di una vicenda torbida, misteriosa, in cui la doppiezza dei personaggi coinvolti costituisce un meccanismo che rischia di stritolare l'incolpevole, ma sempre più curioso protagonista, volto a conoscere il segreto della morte del suo predecessore e a scoprire la natura ambigua dell'ex Primo Ministro Lang, ispirato a Tony Blair, a cui Brosnan conferisce la sua faccia da belloccio infido e fedifrago.
Film molto personale per Polanski, che reo di uno stupro commesso anni or sono negli Stati Uniti, si è ritrovato agli arresti domiciliari in Svizzera, in attesa di estradizione, tant'è che attraverso questo suo film non ha esitato nel sottolineare il mancato riconoscimento del suddetto paese nei confronti della Corte dell'Aja per i crimini di guerra e quindi la non estradabilità del ministro Lang, reo di aver autorizzato un'operazione segreta con conseguente tortura di alcuni presunti terroristi e morte di uno di essi.
Sorriso amaro nel constatare simile aspetto, ma sicuramente un film interessante e godibile nelle sue atmosfere di cinema classico, in grado di affascinare e intrigare sufficientemente lo spettatore e tenere desta la sua attenzione per tutta la durata del film.

12/04/10

Lourdes

Sicuramente il miglior film dell'ultima mostra cinematografica di Venezia sinora uscito nelle sale, quello che formalmente appare il più sobrio e al tempo stesso capace di colpire lo sguardo dello spettatore per i contenuti in esso distillati.
Un film che riesce a fotografare un ambiente che della sua sacralità ne ha fatto un simbolo nel mondo tanto da divenire luogo di pellegrinaggio e speranza per molti.
La Hausner tratteggia, attraverso efficaci piani sequenza, momenti significativi di un pellegrinaggio in cui la giovane paraplegica Christine (Sylvie Testud) riesce ad incarnare perfettamente una figura ormai provata nell'animo, ma senza per questo manifestarlo apertamente, se non attraverso un viso che dissimula il suo scetticismo, e che ricerca negli altri una condivisione apparente, una complicità degli affetti che sembra non esistere, in cui emergono progressivamente gli aspetti più umani e veri delle persone che lì vi si recano, per una speranza di guarigione. Speranza che riguarda quasi tutti, anche coloro che dovrebbero sostenere ed accompagnare coloro, che più di ogni altro vorrebbero un miracolo e che la Chiesa con la sua dottrina propina come soluzione non così facilmente ottenibile, perché quello che conta è prima di tutto la guarigione dell'anima, un'anima che i più sembrano non essere interessati a curare o guarire perché sono quelle membra malate, quei fisici provati dalla malattia il vero miracolo e la sola guarigione cui aspirare. Salvo poi accogliere passivamente le risposte evasive, o meglio dettate dal credo religioso di coloro che sono i ministri di un culto che fonda la sua forza sulla fede e che debbono giocoforza sostenere e convincere le persone a credere in tutto quello che le circonda.
Chi pare non credere più sono invece coloro che, quali volontari dell'Ordine di Malta, di fronte a tanta sofferenza, si ritrovano a seguire ormai con scetticismo tutta questa peregrinazione costante, questa smisurata preghiera, che la Hausner raffigura con un rigore figurativo che trova un contrappunto ironico nei momenti di umanità di quei volontari, che trascorrono il loro tempo a vivere la loro vita al di là dell'ambiente in cui si ritrovano a lavorare, spendendo anche barzellette che denotano il dubbio sulla volontà ultima di Nostro Signore.
La regista, infatti, pare volercelo ricordare abilmente attraverso una serie di sequenze che dimostrano tutta la fallacia di una fede che viene superata dall'invidia ed il rancore di coloro che assistono ad un potenziale miracolo, per poi dubitarne al primo accenno di ricaduta verso la malattia, invidia che la stessa Christine saprà ammettere solo nel momento della confessione con il religioso, mentre nei confronti degli altri saprà essere sorridente e in grado anche di sperare e confidare in un futuro che le sequenze finali, in un raggelante silenzio rotto dalle parole della canzone Felicità di Albano e Romina, suonano come una stridente beffa finale o forse una lettura disillusa e razionale o forse un dubbio rancoroso e pieno di dolore verso un'umanità, che anche di fronte al sacro non può rinnegare il proprio egoismo e allora "lunga vita alla nuova carne" verrebbe da dire vedendo il miracolato che, come un novello reverendo O'Blivion, si rivolge ai neopellegrini, manifestando i poteri taumaturgici delle acque di Lourdes, seppur il dubbio verso questa realtà immaginata e immaginifica permanga per alcuni di loro e chissà se permarrà anche per la dolce Christine.

10/04/10

je t'aime moi non plus

La scelta di passare alla regia per Gainsbourg ha il sapore di uno sberleffo, di una sfida ulteriore alle convenzioni, trasponendo per immagini il titolo della propria canzone scandalo, oggetto di censura come il suo stesso film, che vede la presenza della fascinosa Birkin e dell'atletico Dallessandro, corpo cinematografico dell'underground americano che costituisce un trait d'union tra quel cinema e quest'opera del cantautore francese, volutamente allusiva in ogni sua inquadratura come lo era stata la canzone omonima.
Gainsbourg sceglie volutamente un'ambientazione desolante e desolata in cui i rifiuti e le discariche sono il panorama umano e naturale per i protagonisti di una storia di omosessualità e di ambiguità sessuale, in cui il fascino femminile della Birkin suscita equivoci identificativi che mettono in crisi l'omosessualità del camionista Dalessandro, al punto da far ingelosire il proprio compagno di viaggio e amante, ma Krassky si rende conto di non poter possedere la bella Johnny (così chiamata per la sua androginia) se non analmente, quale esigenza fisica e sola modalità per vincere la sua mancata attrazione per le donne e per Johnny amare Krassky è un modo per sentirsi finalmente forse donna e liberarsi da un mondo desolante, anche se inizialmente accetta il compromesso sessuale, scoprendosi a vicenda sentimentalmente sempre più legati.
Il film non manca di ironia, nonostante il dramma di fondo e una certa ingenuità che fa sorridere, ma Gainsbourg dimostra di saper costruire inquadrature che non sembrano appartenere ad una mano inesperta e la storia stessa, sulle note accennate della canzone scandalo cui si rifà il film, nonostante certi simbolismi volutamente espliciti, si pone come un esempio di un cinema indipendente e d'autore vicino, come si diceva sopra, alla Factory warholiana e riesce comunque ad incidere per le scelte scenografiche e per una vicenda che riesce a trasmettere fascino erotico e anche passioni e pulsioni che troveranno un'inevitabile ma necessaria soluzione.

07/04/10

I guerrieri della notte

Un altro dei film rappresentativi di un florido periodo cinematografico che si ricollega al precedente felice esempio produttivo del film di Carpenter, ma che in questo caso aveva saputo fotografare un presente socialmente problematico ma senza voler per questo fare della sociologia spicciola, creando una sorta di immaginario urbano fedele nella sua raffigurazione di una geografia metropolitana con un suo fascino ancora forte e presente nella memoria dello spettatore che ebbe la possibilità di vedere in sala questo film di Walter Hill, ora reperibile in DVD.
Dire che sia un adattamento contemporaneo e innovativo dell'Anabasi di Senofonte non è un'affermazione peregrina da parte della critica, ma anzi una lettura decisamente azzeccata di una storia che ne rispecchia tutti i connotati, attraverso un percorso notturno di sopravvivenza attraverso la cosiddetta giungla metropolitana e la fauna che la popola, in cui i nostri Guerrieri faranno i conti con le proprie dinamiche interne e scopriranno anche, forse alcuni di loro, ma senza particolare retorica, potenziali aspirazioni verso una vita altra e diversa da quella del quartiere, in questo caso il periferico Coney Island.
Hill
riesce a trasporre per immagini una condizione urbana presente in quegli anni, in cui la formazione di bande giovanili che si spartivano i territori era un fenomeno sociale ben presente nel tessuto territoriale di New York. Il regista ricostruisce un'atmosfera e un mondo che affascinano e turbano al tempo stesso in cui l'azione ha il sapore del western metropolitano, ma anche dell'epica antica con il rispetto di schemi e regole narrative che ne fanno un piccolo gioiello di genere, che nonostante il passare degli anni sembra non aver perso la propria patina di fotografia fedele della New York del tempo, in cui i ritmi dell'azione, la tensione, la notte stessa costituiscono elementi di forza considerevoli in cui lasciarsi condurre dai suoi protagonisti e dalla mano felice e sicura di Hill.

Colpo di fulmine - Il mago della truffa

Questa volta i titolisti italiani hanno veramente toccato il fondo del senso logico e dell'adattamento dall'originale, dove si avverte anche il tentativo furbo, oppure per semplice smemoratezza, di giocare sulla traduzione del film di Ridley Scott (Il genio della truffa, in originale Matchstick Man), smarrendo per strada la sottile ambiguità anche politicamente scorretta per gli americani dell'accattivante I Love You Philip Morris.
A parte queste considerazioni che si potrebbero aggiungere ai trailer visti in sala prima dell'inizio del film, in cui ci si prospetta una primavera ed un'estate cinematografica piena di baracconate e riesumazioni di telefilm anni '80, in cui il 3D pare ancora vivere e vegetare per opere contenutisticamente discutibili, venendo al film in questione esso è ispirato ad una storia vera, ma quando si tratta di raccontare vicende di truffa e inganni, difficile riuscire a rappresentare per immagini qualcosa di nuovo, in maniera veramente originale, così quello che emerge con maggiore interesse è il lato umano di questi individui dediti all'inganno per professione e che dire, Carrey come commediante se la cava ancora egregiamente e pure McGregor come compagno di scena rende in maniera adeguata un'omosessuale (il Philip Morris del titolo), cui il divo americano non saprà rinunciare dopo vari tentativi di fuga dalle prigioni in cui verrà rinchiuso per le proprie abili capacità truffaldine, che lo aiuteranno anche a fuggire dalle stesse.
Il film è una commedia che si regge sulla prova attoriale dei due protagonisti, in cui naturalmente Carrey campeggia e primeggia come si può vedere dal manifesto stesso, in cui incarna un uomo che della menzogna ha fatto il suo stile di sopravvivenza e di vita, un modo di essere inevitabile, dapprima fingendo un'eterosessualità malcelata e poi anche nonostante l'omosessualità dichiarata, incapace di rendersi e proporsi per ciò che è veramente, continuando a rivestire ruoli e professioni che lo porteranno ad una lunga permanenza carceraria, anche a discapito del suo stesso amato, riuscendovi ad inserire anche momenti di apparente drammaticità, che non cadono nel patetico, grazie ad una scrittura che scarta certe trappole, ma alla fine non rimane un grande ricordo di questo film, se non perché Carrey e McGregor sono una coppia idealmente romantica e felice.