21/05/10

Simon Konianski

Nuovo film sull'ebraismo in chiave tipicamente ironica com'è nello stile di questo popolo, che si fa apprezzare sufficientemente, seppur non aggiunga nulla di nuovo al tema se non per un protagonista controcorrente rispetto alle idee familiari, che pone domande scomode sulla questione palestinese, riuscendo a filtrare il tutto con sufficiente sarcasmo. Ed è proprio questo aspetto il punto di forza di un film che non racconta nulla di nuovo in merito agli Ebrei e che sa per certi aspetti di già visto, riuscendo a strappare sufficienti risate, ma con l'ingenerare nel suo prosieguo un meccanismo che pare ripetersi con una certa prevedibilità, senza essere eccessivamente retorico in merito alla Shoah e consentendo al protagonista un inevitabile e conseguente recupero delle proprie origini, quasi rinnegate, come si diceva, con il giusto equilibrio e rispetto del tema affrontato.
Opera godibile, che si aggiunge ad un filone ricco sul tema, dove l'aspetto on the road appare come elemento più debole e convenzionale rispetto alla prima parte, che non sfugge anch'essa a stereotipi e meccanismi narrativi tipici del genere, ma con una vena ironica forte e anticonvenzionale, che col tempo pare perdersi lungo l'arco del racconto.
Forse il problema di film come questo è l'impossibilità nel riuscire a declinare in maniera nuova tematiche che fanno parte del nostro patrimonio cinematografico, inteso in senso universale, e che un film forse definitivo come quello dei Coen sembrano aver reso ormai difficilmente rappresentabili in altra maniera, seppur i fratelli ebrei abbiano optato per uno stile e una iconografia ben distanti da quello spirito divertito e divertente sinora visto, e forse in questo sta la forza di un film che dimostra di essere un oggetto alieno rispetto al contesto generale e per questo ancor più prezioso e a rischio di fraintendimenti e incomprensioni, da parte degli spettatori avvezzi a storie, forse più convenzionali e riconoscibili, come quella di Simon Konianski.

20/05/10

Il profeta

Jacques Audiard dimostra di essere uno degli autori più interessanti di questi anni, i cui film andrebbero recuperati e rivisti per apprezzarne lo stile e la scrittura, in questo caso a più mani e di questo film si stima ancora una volta l'acutezza dello sguardo, il tocco registico e la scelta non banale dei suoi interpreti nonché l'intreccio narrativo, per quanto vi siano accenni onirici che potrebbero, nella loro astrazione, allontanare il racconto dalla crudezza e veridicità cui si appella.
Il profeta, in originale è utilizzato l'articolo indeterminativo di per sé più sfumato e meno qualificante della condizione umana e del ruolo rivestito dal protagonista, un franco-tunisino alle prese con la sua prima esperienza in un carcere adulto, in cui imparerà a sopravvivere e a crescere attraverso una mutazione progressiva datagli dallo studio e dagli incontri con la popolazione carceraria che lo popola, è un romanzo di formazione criminale intelligente e poco accondiscendente verso il sistema carcerario, tanto da disvelarne le ipocrisie e i gangli del sistema legale, abilmente raggirato da coloro che detengono il potere effettivo.
Film assai diverso dallo spagnolo Cella 211, che a suo modo palesa ulteriormente gli ingranaggi e i meccanismi del mondo carcere, andando a scavare nei giochi di potere interni di chi comanda nel contesto del sistema dei detenuti, gettando uno sguardo sulla questione Corsa e sulla contrapposizione culturale, di cui Malik (Tahar Rahim) costituisce un tramite linguistico e di mediazione che saprà sfruttare col tempo a suo vantaggio, in una progressione narrativa, in grado di rivelare attraverso sfumature del personaggio in costante mutazione, che tiene desta l'attenzione senza enfasi eccessive, lasciando sempre il dubbio sul destino per quanto tracciato del suo protagonista, in un'ascesa che non ha i tratti dell'epica, ma che si dispiega lentamente e gradualmente attraverso dubbi, incertezze e tensioni con cui il nostro antieroe dovrà confrontarsi straniero tra gli stranieri, anche nei confronti degli appartenenti alla sua stessa cultura, alla ricerca di un'identità che imparerà a riconoscere e riscoprire senza retorica, per questo dimostrando la propria intelligenza e capacità identificativa, imparando anche a riconoscere sentimenti che inizialmente sembrano non riguardarlo affatto.

06/05/10

Io sono l'amore


Il nuovo film di Guadagnino autore di quel Melissa P evitato debitamente come la peste, si presenta come opera che stilisticamente affonda le sue radici in un cinema autoriale del passato. Intento nobile ed apprezzabile che suscita una sorta di nostalgia, che per certi versi è scelta narrativa e formale meno risibile di altri nostri presunti autori e che dimostra una preferenza stilistica non facile e rischiosa, ma che evidenzia un'eleganza formale, che inizialmente attrae lo sguardo e lentamente ci guida attraverso le mura di una villa milanese, ai più ignota, le cui geometrie delineano il distacco spaziale e temporale del luogo e della famiglia che la abita.
Con il procedere del racconto questa eleganza, incarnata perfettamente dalla eterea e brava interprete Tilda Swinton diviene, col procedere della vicenda, eccessivamente formale e studiata, tant'è che la frattura interposta dal popolare Antonio (Edoardo Gabriellini) all'apparente rigidità sociale della famiglia ivi rappresentata diviene elemento che, per quanto non eccessivamente forzato e gridato, almeno agli inizi, rappresenta col tempo un elemento che di per sé sarebbe stato sufficiente a rompere un presunto equilibrio, che Guadagnino insinua attraverso anche altri elementi, che non sempre trovano un'adeguata rappresentazione, rischiando di accumulare troppi fattori.
Per quanto riguarda il suddetto Gabriellini, il fatto di voler passare per ligure con quell'indelebile accento toscano e una recitazione sempre uguale a se stessa, dimostra come egli sia uno di quei caratteristi destinati ad essere relegati a ruoli di macchietta, che altrove non possono essere inseriti o concepiti come in questo caso.
Dramma raggelante, che evoca inevitabilmente echi viscontiani e anche antonioniani per certi versi, con spunti fassbinderiani, come scritto da alcuni critici per le tensioni affettive e omosessuali che si avvertono sottotraccia, ma che se da una parte costituiscono un pregevole tentativo di allontanarsi da una rappresentazione urlata e stereotipata della famiglia italiana, come il cinema degli ultimi anni ci ha dimostrato, dall'altra rischia una freddezza fine a se stessa, in cui la forma perde di sostanza, rischiando una decalcomania tale da inculcare la noia o il ridicolo nel suo volgere verso un finale inevitabilmente drammatico e necessario.

03/05/10

Vendicami

Promette molto e lo mantiene maluccio questo ultimo film di Johnnie To, in cui gli echi melvilliani sono evidenti e il tocco europeo lo si avverte subito, non solo nell'impiego di Hallyday e nei riferimenti a uno dei padri del polar, ma proprio per certe atmosfere che lo stesso attore riesce a comunicare con il suo viso immobile e il suo trench nero ed elegante come solo un uomo del mistero come lui, che odora di morte, può trasmettere ad una vicenda che sulla vendetta fonda i suoi presupposti narrativi.
L'inizio ci introduce subito nella vicenda da cui scaturisce l'operato di Costello (Johnny Hallyday), che To scompone e procrastina, rinviando la ricostruzione dell'evento funereo per poi regalarci alcune sequenze di pura astrazione mortifera che costituiscono il punto forte della propria regia, che innesta il noir di matrice europea nel genere orientale, rendendolo meno esagitato ed esagerato, a parte qualche svolazzo che si concede l'autore, per poi venir meno nella scrittura del personaggio di Costello, vittima predestinata di una perdita di mermoria che lo renderà uomo incapace di comprendere ad un certo punto il senso della propria missione, per poi ritrovarlo attraverso un esercizio di preghiera che lo aiuterà a ricordare, forse, o più semplicemente a focalizzare il proprio obbiettivo.
E' in questa parte della vicenda, in questo eccessivo e repentino smarrimento da parte del protagonista, forse troppo, che il regista sembra sciupare una bella idea, che avrebbe potuto ergerla a condizione esistenziale totale, al punto da renderla implausibile e inadeguata, laddove sino a quel momento aveva saputo costruire una storia che aveva sapori e fascino tutti noir o western che dir si voglia, ma con quel tocco europeo che nobilita il tutto.
Un film a metà, in cui si avvertono spunti interessanti e potenzialità di recupero ed omaggio al genere notevoli, ma che sembrano poi perdersi nei detour cinefili di cui Jonnie To si fa promotore ed evidente conoscitore, ma senza riuscire ad innalzare del tutto o ancora il proprio lavoro di scrittura.

Green Zone

Ultimamente, sempre più spesso, mi ritrovo a domandarmi se ciò che vedo al cinema, quello che percepisco come immagini in movimento su uno schermo, corrisponda a quelle che sono le visioni dei critici affermati, che in un certo senso mi stimolano ulteriormente alla visione di film che di suo, vuoi per la trama, vuoi per certi aspetti percettivi o di sensazioni preconcette, mi portano a decidere di fruirlo aspettandomi uno spettacolo soddisfacente e appagante.
Green Zone di suo si presenta come un intrigante punto di vista su una realtà ben nota ormai a tutti, ma inevitabilmente sopita e dimenticata, ovvero quella dell'assenza delle fantomatiche armi di distruzione di massa, il tutto mescolato al cinema d'azione di cui Greengrass è un rappresentante meno fracassone e più intellettuale di altri suoi colleghi, come dimostra la saga dell'agente segreto Bourne, risollevata a partire dal secondo episodio, grazie al suo intervento in cabina di regia.
Il film ha come punto di partenza un libro inchiesta, che nella versione italiana ha ripreso il titolo e l'immagine della locandina per creare una continuità di riconoscimento tra i due medium, in modo da trainare il testo di partenza, quale non semplice romanzo, ma che con la stessa intensità narrativa riesce ad approfondire aspetti, che il film non considera per ovvie esigenze di adattamento.
Per quanto mi riguarda, Greengrass, a parte Bloody Sunday non mi ha mai esaltato con il suo stile frenetico di montaggio, in cui i corpi inseguentisi in velocità, per quanto futuristi possano sembrare mi restituiscono un'idea di caos e di confusione. Anche in questo film il regista opera un rimescolio di voci e rumori nella sequenza iniziale, che ha un suo realismo, ma che alla lunga disturba e infastidisce.
Forse non sono un fruitore sufficientemente attento e anche un po' passatista nel concepire il montaggio cinematografico, per quanto non disdegni affatto l'azione al cinema, ma lo stile Greengrass non riesce a coinvolgermi come vorrebbe e dovrebbe, tant'è che l'inseguimento finale, che ha una sua frenesia che inevitabilmente mi ha ricordato la sequenza del secondo episodio della saga di Bourne, anche perché regista e attore protagonista sono gli stessi, alla lunga ha un che di beffardo e ridicolo nella sua conclusione, anche se a suo modo serve a suggellare quella che è l'idea di fondo del regista, ovvero la democrazia non la si può imporre ed esportare come se fosse la Coca Cola, ma è una scelta che deve essere lasciata al popolo.
Infatti, il discorso di fondo del film, che preme sull'azione, è quella di uno scontro interno tra rappresentanti stessi della CIA e del Governo degli Stati Uniti, alla ricerca di un generale dell'esercito iraqueno, che per una fazione può essere una utile fonte di informazioni e di aiuto per la rinascita del paese, per l'altra solo una scomoda pedina da eliminare.
Da qui la caccia aperta per il militare interpretato da Matt Damon, che appare più umano del super agente interpretato in precedenza, ma l'iconografia cucitagli addosso permane inevitabilmente, a causa dell'ammiccamento operato dai produttori che hanno pensato di sfruttare questi elementi ricognitivi al fine di rendere più appetibile un film che dispiega verità più o meno scomode, seppur celate attraverso un cinema d'azione, che potrà sicuramente soddisfare la critica e i palati in cerca di cinema frenetico, ma che al momento mi ha lasciato abbastanza freddo e snobisticamente distaccato.