
Salto nel buio appartiene alla serie di film frutto della
collaborazione tra
Steven Spielberg e
Joe Dante, in cui il primo veste i panni del produttore e promotore del progetto mentre il secondo occupa la cabina di regia, dimostrando ancora una volta di trovarsi a proprio agio con la materia
fantascientifica o fantastica in se stessa, con spruzzate di ironia sagace che distinguono i prodotti realizzati dalla coppia da altri similari del periodo.
Dante trasforma una storia
potenzialmente drammatica, che richiama volutamente una
fantascienza del passato – si pensi a Viaggio allucinante –
rinnovandone lo stile e dimostrando come sia possibile rendere appetibile e divertente un genere che spesso ha assunto toni seriosi o drammatici.
Lo stile di Dante sta tutto nella capacità, come per
Spielberg, di saper sognare e divertirsi; il cinema per loro è uno strumento in grado di regalare emozioni al pubblico e divertirlo con
intelligenza, attraverso riferimenti letterari e
cinematografici di tutto rispetto, che si inseriscono nel racconto in maniera funzionale,
tant’è che ad uno spettatore più attento saltano facilmente all’occhio e la visione subisce un incremento di valore.
Salto nel buio dimostra come l’accoppiata
Spielberg – Dante riuscisse a coinvolgere il proprio pubblico in maniera stimolante, mediante il puro
divertimento o la paura e come fosse possibile realizzare opere che nella loro apparente leggerezza avessero un contenuto che non si fermava alla confezione e seguissero schemi e tematiche tipiche dei due autori, in cui il gioco, il pericolo, l’avventura,
costituiscono aspetti della formazione umana ed
esistenziale dei loro
protagonisti.
In Salto nel buio abbiamo per
protagonista un eroe
assolutamente improbabile, scelto per caso, che si ritrova ad affrontare cattivi da fumetto cui Dante attribuisce, con una certa voluta evidenza, devianze erotico-sessuali che ne esaltano tutta la mostruosità non solo esteriore, ma anche interiore, attraverso la caricatura. Si pensi al killer Igor, più simile ad un automa alla Terminator con il suo braccio meccanico
intercambiabile, che nel finale ricorda
Maximilian il robot malvagio di
Black Hole, film
fantascientifico della
Walt Disney (sicuramente non rivolto ad un pubblico di bambini), il quale è simbolo
eminentemente fallico su cui Dante ironizza volutamente, come con il personaggio altrettanto
parossistico e stupido del Cowboy, che ama fare sesso con gli stivali indosso e si presenta come sedicente trafficante di tecnologia.
Jack grazie all’aiuto dell’ex ufficiale
Doug, pilota ubriacone e poco avvezzo alla disciplina,
miniaturizzato nel suo corpo all’interno di una navicella, che richiama quella di
Explorers (altro film
fantascientifico e storia di formazione di Dante), si ritrova a vivere una vita che fino a quel momento appariva improbabile e
improponibile ad un soggetto
ipocondriaco, oggetto di studio quasi divertito da parte del proprio medico e capro espiatorio delle
vicissitudini commerciali del
supermercato in cui lavora, nonché ignorato dalla collega carina, ma
sufficientemente svampita da denigrarlo e
sbeffeggiarlo.
Jack compie un viaggio, un percorso di crescita e di
acquisizione di una fiducia in se stesso che scoprirà essere in lui,
indipendentemente dall’ausilio datogli dal militare
Doug e imparerà a prendere in mano la propria vita e a rincorrere quell’avventura che il finale lascia presagire e che è un inno alla gioia e al
divertimento che Dante, quale sognatore ancora tenace, rispetto a
Spielberg, che pare aver preferito un altro modo di divertirsi, dimostra ancora di saper coltivare, persino nei suoi ultimi
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