25/11/10

London River

Brenda Blethyn dopo Segreti e bugie di Mike Leigh è diventata forse una delle attrici britanniche più apprezzate e capaci di passare attraverso vari ruoli con apparente nonchalance e si cala in un ruolo e in una storia che avrebbe potuto comportare trappole retoriche inevitabili, ma si può dire che la vicenda rappresentata dal regista Bouchareb, grazie ad una semplicità ed asciuttezza dei dialoghi, in cui sono i piccoli gesti e gli sguardi a definire la vicenda, dimostra come due culture possano incontrarsi anche in un momento difficile e drammatico come quello degli attacchi terroristici del 2005 a Londra, già così lontani eppure così vicini nella memoria delle nostre paure.
L'apparente distanza culturale e quella fisicamente geografica dei protagonisti vengono colmate dalla ricerca comune dei figli scomparsi, presunte vittime dei suddetti attacchi, avvenuti proprio in una città multietnica come Londra, in cui le generazioni di immigrati sono già consolidate da tempo e questo rende ancor più inspiegabile l'esito nefasto che essi hanno avuto, sino a suscitare dubbi anche al protagonista maschile sulla natura umana di un figlio mai conosciuto, perché lasciato in tenera età ed una madre che come ogni madre, giustamente, si sente in dovere di sapere dove sua figlia possa essere.
L'amore sicuramente è il collante che supera le divergenze e anche il dolore della perdita, è ciò che può accomunare e aiutare a comprendere e forse comprendersi, anche se non sempre può sembrare o apparire così facile, come questo film vorrebbe dimostrarci, ma in fondo è giusto anche sperare e pensare che si possano superare con un po' di buon senso e intelligenza pregiudizi che appaiono ormai macchiette con cui oggigiorno dobbiamo ancora fare i conti, per nostra ignoranza più o meno incolpevole.

03/11/10

L'illusionista

In un tempo come il nostro, in cui il cinema che sia d'animazione o di personaggi reali in carne ed ossa appare sempre meno fantasioso e magico di una volta, L'illusionista di Chomet, autore del pregevole Appuntamento a Belleville, si presenta come un'inaspettata, forse poi non tanto, eccezione, tanto da non tradire e deludere le aspettative con questo suo nuovo lavoro, mirabile e necessario recupero di una sceneggiatura dimenticata e mai realizzata di Jacques Tati, che rivive con gli adattamenti del caso grazie al tratto delicato e oggigiorno fuori dal tempo, come il suo protagonista, dell'autore francese.
I maghi non esistono, come c'insegna l'illusionista e non è più tempo per trucchi di prestidigitazione, per quanto prodigiosi e rassicuranti essi possano apparire per chi li fruisce, ma Tatischeff impara col tempo e con il lento declino della sua arte e di coloro che come lui giocano su un'apparenza che non è fine a se stessa o ingannevole, ma un piacevole diletto che ci potrebbe donare un'ingenuità perduta, che è proprio a confronto con il mutare dei costumi e degli eventi, di un progresso inevitabile e necessario, il momento di comprendere la propria estraneità rispetto ai tempi moderni, come il Monsieur Hulot, alter ego di Tati che viene rievocato dai disegni dell'autore e anche in un cinema in cui lo stesso si rifugia.
L'illusionista è un'opera intrisa di malinconia, cui difficilmente si può rimanere insensibili, perché non vi è ricatto, ma rispetto per una figura emblematica come quella del suo autore primigenio, in grado di rappresentare le assurdità di una vita moderna, ipercinetica, in cui i silenzi, le goffaggini del suo protagonista erano un perfetto contraltare ironico a tutta questa apparente perfezione.
Chomet è rispettoso di questo aspetto e lo traspone, facendolo suo, come aveva saputo fare con il suo precedente lavoro, regalandoci una storia fuori moda, lontana dalle tecnologie vuote di senso e significato nella maggior parte dei casi, che si potrebbe consigliare più agli adulti che ai bambini, per riscoprire una magia, quella del cinema, che spesso pare perduta, imparando ad attendere la fine della storia e a guardare i silenzi di cui è intrisa sino alla conclusione dei titoli di coda per strapparci ancora per una volta un sorriso amaro.