29/03/10

Happy Family

Nonostante il richiamo del titolo, stile commedia americana, possa ricordare sarcasticamente un contesto familiare, quale quello italiano sempre in crisi di affetti e di comprensioni verso i figli adolescenti, abusato e strausato da autori nostrani con esiti negli ultimi anni decisamente discutibili, per fortuna Salvatores smentisce eventuali aspettative negative o facili stereotipi mucciniani, riuscendo a creare un prodotto che nonostante la sua origine teatrale, riesce ad essere una sorta di boccata d'aria fresca e leggera che, seppur nel suo meccanismo scoperto di rottura della quarta parete, risulta gradevole con lo scorrere del tempo e della storia, in cui dimostra di non nascondersi dietro a un dito e denuncia apertamente la propria ispirazione pirandelliana, strappando una risata divertita allo spettatore cosciente dell'espediente narrativo.
Salvatores sente l'esigenza di volersi allontanare dalla cupezza del suo ultimo lavoro per tornare nell'amata/odiata Milano, aiutandoci a viverla, anche nei suoi angoli più noti, attraverso un percorso ciclistico inusuale per una città nient'affatto a misura di ciclista, durante un'estate che corrisponde ad una apparente desertificazione di idee e sentimenti per il suo protagonista, ma il tutto con spirito leggiadro.
La scelta di raccontare una presunta vicenda di due famiglie a confronto, con il progressivo ingresso all'interno della stessa per il nostro aspirante autore, diviene un meccanismo che presto si fluidifica, perdendo la sua meccanicità troppo scoperta ed evidente che rischierebbe di renderlo troppo calcolato e farraginoso, per consentire al suo protagonista di affrontare forse quella realtà sinora rifuggita e legata come un novello Kaiser Soze dei sentimenti a dettagli del suo mondo chiuso e autoconcluso del suo studio di lavoro, che gli consentono di ricostruire un'idea di sogno e di amore che trova il suo culmine nel notturno chopiniano, in cui Salvatores dichiara il suo amore per la sua città per lasciare poi al finale aperto, come scelta preferita dal suo autore/attore, la possibilità di trasformare le storie raccontate o meglio la speranza di un amore in qualcosa di concreto, perché la vita seppur senza una trama, prima o poi deve essere vissuta.

27/03/10

Lebanon

La giuria di Venezia ha evidentemente voluto premiare opere cinematografiche che della forma hanno fatto il loro punto di forza narrativo più marcato rispetto ai contenuti e agli intenti anche critici, che sicuramente non sono venuti meno, finendo però con l'essere oppressi da tanta esibizione di formalismi.
Ebbene anche il Leone d'oro di Venezia non sfugge a difetti evidenti di impiego di quella grammatica cinematografica che si presta a rischi di leziosità come la soggettiva.
In questo caso scelta stilistica e narrativa apparentemente inevitabile stante la decisione del regista di raccontare l'inizio della guerra in Libano attraverso un carro armato e i suoi occupanti, mediante un ambiente claustrofobico e opprimente che in parte ottiene il suo scopo, ma che successivamente scade in una certa retorica dello sguardo eccessivamente aderente ai volti dei suoi protagonisti, ma ancor più evidentemente nello sguardo della m.d.p. attraverso il presunto obiettivo del carro armato per seguire le azioni di guerra.
Proprio grazie ad esso viene in evidenza tutta la retorica della visione di un regista che sente la sacrosanta esigenza di trasmetterci l'orrore del conflitto e delle sue vittime, ma tende a soffermarsi con troppo compiacimento sugli occhi delle stesse diretti in macchina, o nel ricordarci con una certa evidente facilità la cancellazione fisica ma non mentale de Le Torri Gemelle, sino a toccare un certo voyeurismo di guerra, che va a riguardare anche i momenti di attesa e di stallo del battaglione in movimento nel villaggio bombardato. Aspetto che denota un punto di vista non del tutto veritiero, o meglio sicuramente vero, ma eccessivamente pedante nella sua rappresentazione, perché tende a marcare quegli aspetti di smarrimento e ignoranza delle ragioni del conflitto tanto da ridurre troppo semplicisticamente i suoi protagonisti a facili pedine non solo degli ufficiali di cui si critica tanto l'operato, ma anche del regista stesso, troppo preso dalla propria idea di voler descrivere l'assurdità del conflitto da eccedere con un compiacimento narrativo che disvela tutti i difetti delle scelte di certo cinema contro la guerra.
E' un bene che vi siano opere che ci portino a riflettere su conflitti che spesso non consideriamo o di cui abbiamo spesso un'idea legata ad ideologie o semplicemente per mancanza di approfondimento storico e politico, ma non è con questo impiego di soggettive o di racconti circolari, di sguardi troppo insistiti, di soldati evidentemente spaesati e affranti che si può sfuggire alle critiche di coloro che invece sostengono le proprie ragioni di guerra, perché spesso le loro stesse motivazioni possono e potrebbero essere smontate con adeguate argomentazioni, senza per questo impiegare a contrario la loro stessa retorica disturbante e melliflua.

24/03/10

Donne senza uomini

Film d'esordio per la regista Shirin Neshat, videoartista dissidente che ha trasposto per immagini un discusso romanzo, per ovvii motivi politici, della scrittrice Shahrnush Parsipur, vincitore del Leone d'Argento a Venezia per la migliore regia.
Ebbene, devo dire che il film mi ha lasciato qualche perplessità proprio per quel formalismo che ne ha forse decretato la conquista di questo premio. Un merito che sento di dover attribuire a quest'opera è sicuramente la capacità di riuscire a parlare del presente e, senza per questo adottare uno sguardo eccessivamente asciutto che col tempo è divenuto maniera di una certa parte del cinema iraniano contemporaneo, nel raccontare la condizione delle donne e del loro paese. Effettivamente si avverte una presa di distanza dal neorealismo di certo cinema iraniano, ma senza alcuna volontà polemica da parte della regista, che si pone a sostegno proprio di quegli artisti rappresentativi di quella corrente, che sono impediti dall'attuale regime nel poter espatriare per presentare le proprie opere o di esprimere la loro opinione attraverso la propria arte.
Ciò che difetta in questo film, che nelle circolarità, come il film di Panahi, trova la sua chiave di lettura e punto critico come viziosità della storia e della condizione femminile, è l'eccedente formalismo surreale, che nel suo tentativo di proporre un discorso elegiaco, rischia di diventare decisamente affettato nella sua allegoria, pur facendoci comprendere un disagio evidente, senza per questo insistere coi silenzi tipici del cinema d'autore, ma lasciando che siano le immagini con i loro simboli a parlare allo spettatore in maniera preponderante.
Mi rimane l'impressione di un film forse sopravvalutato, premiato più per le intenzioni che per la resa stilistica, la cui regista sicuramente dovrà e potrà trovare un suo equilibrio, senza per questo cadere nelle trappole della stucchevolezza, e questo lo dico soprattutto per coloro che come la Neshat intendono sostenere la propria causa contro le oppressioni di un paese che non accetta il dialogo e il confronto.
Pertanto, suggerirei di ricercare in altre opere come Persepolis, spunti di riflessione più agili e resi in maniera spigliata in merito all'Iran e alla difficile condizione femminile, rispetto ad un'opera che rischia di essere vittima della sua stessa arte.

1997: Fuga da New York

Carpenter a suo tempo riuscì a regalare dopo Halloween un altro piccolo cult che virava questa volta verso una visione distopica del futuro, aderendo a quell'idea dominante di una società dedita alla violenza e al crimine, al punto da trasformare la stessa New York come città carceraria di massima sicurezza.
Una sorta di girone infernale, come già sicuramente poteva essere vista nell'immaginario dei più, andando con la mente al Bronx di quegli anni.
Kurt Russell è un antieroe muscolare e cinico, ex militare considerato personaggio noto al mondo del crimine per le sue peripezie, diviene l'uomo giusto al momento giusto per salvare il Presidente degli Stati Uniti d'America dal sequestro operato dagli abitanti dell'isola carcere a seguito di un dirottamento aereo.
Donald Pleasance, attore feticcio e caratterista di rilievo del cinema di quegli anni, insieme ad altri volti importantissimi come Lee Van Cleef o Ernest Borgnine, senza dimenticare altre facce cinematografiche meno note ai più ma non di minore levatura come Harry Dean Stanton, Isaac Hayes e Tom Atkins, incarna un pavido e sufficientemente isterico Presidente, il cui cinismo o meglio grettezza emergeranno con evidenza nel corso della vicenda e nel finale.
Carpenter riesce a costruire un film in cui a prevalere è sicuramente l'ambientazione notturna e spettrale, in cui la città di New York pare il set di un film horror e postapocalittico, i cui abitanti si muovono silenziosamente deambulando come zombie assetati di sangue.
Il personaggio di Russell, Jena Plissken nell'adattamento italiano, in quanto in originale è Snake, è uomo di poche parole, sprezzante e audace quanto basta per compiere una missione da cui dipende la sua stessa vita, come gli ricorda il timer legato al polso che scandisce il tempo restante al rilascio del veleno che lo ucciderà, se non riporterà per tempo il Presidente.
Aggirandosi per la notturna New York troverà alleati e vecchie conoscenze del suo passato che lo assisteranno nella sua missione impossibile, ritrovandosi alle prese con un microcosmo carcerario che riproduce il mondo reale o meglio la visione pessimistica di un mondo sull'orlo del baratro della guerra nucleare, in cui a farla da padrone è un criminale nero, giusto per rafforzare quell'immagine delinquenziale tipica del tempo, in cui elementi kitsch ne caratterizzano l'aspetto e il senso del potere.
Nonostante l'azione e la secchezza della vicenda in cui emergono in ogni caso la durezza e il fascino di Plissken, Carpenter non rinuncia a far trasparire un senso dell'onore e dell'amicizia, mai sbandierati, nel cinico Jena, il quale in un finale dai toni sarcastici e anticonvenzionali conferma la propria natura di uomo disinteressato e fatalista, ma dimostra anche il suo rispetto per coloro che nella sua battaglia per la sopravvivenza lo hanno sostenuto.
Questo film rappresenta un esempio di come a suo tempo una produttrice lungimirante come Debra Hill seppe alimentare una stagione cinematografica prolifica dal punto di vista delle idee all'interno del cinema d'azione, elevandolo a prodotto in grado di trasmettere anche messaggi sociali di non poco conto dietro l'apparenza della confezione, dando modo a registi come Carpenter di riuscire a realizzare film che ancora oggi fanno parte di un certo immaginario cinematografico.

15/03/10

I racconti del cuscino

Opera in cui Greenaway, prima di esasperare il proprio linguaggio visivo con il progetto interrotto de Le valigie di Tulse Luper e passare alla rielaborazione per immagini di opere d'arte della nostra storia con esiti di livello notevolissimo, dimostra di saper riuscire a catturare lo sguardo dello spettatore e ammaliarlo con una vicenda in cui l'erotismo assume venature morbose e affascinanti al tempo stesso.
La scrittura come arte erotica e specchio dell'anima del calligrafo e il corpo quale strumento stesso per la scrittura e di piacere, prima della giovane Nagiko (Vivian Wu), la quale rivive attraverso l'atto della scrittura praticato sul proprio corpo il gesto d'amore paterno esercitato a suo tempo dal genitore scrittore, vittima delle attenzioni sessuali del suo perverso e avido editore, in quanto oggetto su cui imprimere il proprio diario erotico ed esistenziale ricalcato sulle pagine dei racconti della cortigiana Shei Shonagon, elemento referenziale costante cui ispirarsi e che Greenaway non esita a rimembrarci attraverso l'impiego dello split screen.
Il passaggio successivo dal proprio corpo quale supprorto su cui scrivere e dispiegare il proprio desiderio a quello di un uomo su cui imprimere la propria calligrafia, rappresenta per Nagiko la scoperta dell'amore grazie al traduttore Jerome (un Ewan McGregor non ancora noto ai più), il quale diviene egli stesso, proprio per la sua veste di interprete dei segni, tramite e canale di comunicazione con il vecchio editore del padre di Nagiko.
Da qui scaturisce il gioco di perversione che sfugge alle mani della giovane protagonista e allo stesso Jerome sino ad una conclusione tragica, in cui il corpo assurge a ruolo di feticcio da desiderare come oggetto-libro e come oggetto sessuale, tant'è che innescherà in Nagiko l'urgenza della vendetta e la proiezione attraverso nuovi corpi in cui la sua parola troverà il proprio dispiegamento e medium ideale, sino a toccare momenti di censura e cancellazione stessa del verbo per dispiegare, infine, il proprio desiderio di morte e distruzione fino alla riscoperta dell'amore attraverso una nuova esistenza.
Film che affascina nella sua analisi e rappresentazione dell'ideogramma giapponese, della calligrafia come arte e dell'erotismo insito in pratiche che sanno riscoprire il corpo e la sensualità dei gesti senza apparire mai affettatti, ma quasi disturbanti come la storia stessa narrataci, che Greenaway riesce a costruire con formale eleganza pittorica e registica senza per questo essere ancora la maniera di se stesso.

Dolls

Forse uno degli ultimi capolavori del maestro Kitano insieme al successivo Zatoichi, Dolls attraverso la raffigurazione del teatro bunraku, di cui ce ne offre un esempio ad inizio film quasi a voler introdurre la prima storia che costituirà il filo conduttore delle altre vicende in esso rappresentate, è un film fortemente pittorico e simbolico, in cui lo sguardo si perde insieme all'animo.
Difficile non rimanere turbati dall'intensità dei sentimenti messi in scena attraverso una essenzialità e un impiego formale dell'ellissi visiva che rendono questo film doloroso nel suo declinare l'amore nelle sue sfaccetature, come forza assoluta e suprema dell'esistenza, contro cui non si può lottare e per cui è facile morire, dedicandosi, letteralmente sacrificandosi ad esso, lasciando alla fine quel senso di mancanza, di assenza anche qualora si sia apparentemente raggiunto un appagamento temporaneo di esso.
Kitano amplifica lo sguardo e quasi annulla la parola come nel suo precedente Silenzio sul mare, per lasciare a semplici gesti il compito di descrivere ciò che i suoi protagonisti percepiscono e sentono, senza per questo rinunciare a spunti ironici che fanno sorridere ma al tempo stesso commuovere chi li guarda.
Il rosso è il colore dominante nella sua evidenza e con esso le sue sfumature, con inevitabili implicazioni metaforiche che denotano con maggiore vigore il tema di fondo ed il percorso dei suoi protagonisti, teso ad un vagabondare senza meta, come figure fantasmatiche ree di non aver saputo seguire fino in fondo l'amore sin dall'inizio, seppur uno dei protagonisti insegua costantemente tale sentimento, ma senza per questo non subirne le conseguenze nefaste.
Non si pensi che Kitano voglia rinnegare l'amore, per quello ci pensiamo quotidianamente noi stessi, rifuggendo ogni sentimento per rifugiarci in facili sentimentalismi che costituiscono maschere semplicistiche che siamo ormai abituati ad indossare per poi svestirle al primo disappunto o ostacolo. Sicuramente questo film potrebbe aiutarci invece a ricordare l'importanza di questa forza superiore ed incontrollabile e come si possa cercare nel nostro quotidiano di recuperare attimi o momenti non solo per noi stessi, ma anche per l'altro o gli altri.
Un film difficile da affrontare e da visionare, che potrà scoraggiare i più, ma che sicuramente potrà far breccia nei cuori di coloro che vorranno lasciarsi guidare in questo percorso di dolore per poi rinascere forse un po' più coscienti e autoriflessivi.

12/03/10

Francesca

Solitamente film come questo che passano attraverso festival cinematografici rischiano di non essere visti se non in poche limitate e dedicate sale, ma nel suo caso si può parlare anche di boicottaggio politico a causa di alcune opinioni espresse da uno dei protagonisti nei confronti dell'onorevole Alessandra Mussolini e il sindaco di Verona Flavio Tosi. Opinioni la cui estrapolazione al di fuori del contesto narrativo si trasformano in gratuite offese ai diretti interessati, invece di essere ricondotte al discorso narrativo in cui sono inserite, ma questo solitamente alla stampa non interessa, l'importante è che lo scandalo e la polemica siano sempre in agguato, seppur senza alcun giovamento per la distribuzione del film, che una volta tanto sarebbe stata gradita e necessaria.
Anzi il film è stato inizialmente bloccato e solo ora si rende visibile nelle sale e a suo modo costituisce un altro esempio di come la cinematografia rumena stia offrendo un interessante sguardo non solo sul suo passato comunista e dittatoriale, ma anche sul suo presente di nazione con i suoi pregiudizi e timori nei confronti dell'Italia, a dimostrazione del fatto che non siamo solo noi ad avere dei timori verso i rumeni, anzi il pensiero negativo è reciproco ed è questo l'aspetto che a prima vista salta agli occhi, come se la realtà fosse ribaltata, ma in verità è proprio questa, solo che è più facile pensare che siamo solo noi ad avere diritto di lamentarci e dimenticare ciò che siamo e negare che gli altri abbiano ragioni o dubbi da avanzare nei nostri confronti con inevitabili insulti a causa di uscite discutibili di alcuni rappresentanti politici nostrani.
Paunescu, attraverso una regia che sfrutta il piano sequenza statico, costruisce quadri molto semplici, ma efficaci da cui emerge un sostrato sociale e politico difficile in cui Francesca come ogni altra persona del suo paese si ritrova a dover convivere, in cui l'allusione sessuale, la morbosità, la sottomissione femminile sono elementi suggeriti e sottesi con cui una donna piacente e giovane come lei deve fare i conti, quasi con naturalezza e indifferenza, proiettando le sue aspettative, seppur non così certe, verso quel paese l'Italia, verso il quale molti cercano fortuna.
Sono prevalentemente gli uomini a tentare di disilluderla, a invitarla a non partire, a rinunciare, attraverso modi e discorsi che al di là dei pregiudizi verso il nostro paese, giustificati o meno che si voglia pensare, denotano un problema di confronto culturale che ancora adesso fatichiamo a superare e quasi una sorta di desiderio di possessione sessuale malcelata verso la figura femminile in genere, quale soggetto da sottomettere.
Accanto alla storia di Francesca, in cui si insinua il dubbio sul suo futuro lavoro come badante, alla luce dei rischi che corrono le giovani ragazze che arrivano in Italia con speranze di lavoro oneste, Paunescu ci racconta quella del suo ragazzo, alle prese con un debito con alcuni malviventi locali che accresce la tensione del racconto e che s'inserisce come una spina nel fianco nella già non facile scelta che la protagonista deve operare, ignorando i pericoli che potrebbero giungerle proprio dall'ambiente così rassicurante ed onesto descrittogli dagli amici e parenti che la vorrebbero ancora nel suo paese.
Un film che nella sua statica semplicità offre uno sguardo capovolto della realtà e aiuta a riflettere su aspetti che spesso ignoriamo o tendiamo a dimenticare per la nostra rassicurante serenità.

09/03/10

Due o tre cose che penso di lei...

Solitamente questo è un semplice blog di recensioni, ma in questa occasione ho sentito l'urgenza di fare uno strappo alla regola, perché una volta tanto il mio snobismo cinefilo ha trovato incredibilmente un sostegno e una conferma negli Oscar di quest'anno.
Vedere la Bigelow trionfare con il suo The Hurt Locker nei confronti dell'ex marito è una vittoria che ha il sapore della vendetta servita fredda contro questo apparentemente nuovo cinema, che ci viene servito come la panacea alla crisi di un'arte che seppur giovane lamenta difficoltà continue e disaffezione verso di essa per colpa della rete, della pirateria e dell'home video come forma di fruizione ormai imperante del medium stesso o di qualsiasi altra causa che si voglia trovare.
Ebbene il 3D ha perso contro il 2D, ma in realtà ha perso un tipo di impiego del 3D fine a se stesso quale semplice fantasmagoria degli occhi e della visione che in sé non è un male, perché sicuramente si possono realizzare nuovi mondi in cui lasciarci trasportare e continuare a sognare, ma il cinema può farci sognare anche con molto meno, ci aiuta in questa attività e a riflettere se vi sono delle storie che sostengono quei mondi di cartapesta o virtuali che siano.
Avatar, da quello che si evince dalle recensioni intellettualmente più oneste, come storia in sé non aggiunge nulla di nuovo e neppure spicca per originalità e forza narrativa tale da inchiodarti alla poltrona, anzi dopo un po' ti viene anche a noia, nonostante la bellezza delle immagini che ti avvolgono, almeno così credo e deduco, perché sinceramente non l'ho visto, non mi interessava.
Ok, mi si dirà che critico per partito preso, ebbene, penso una volta tanto presuntuosamente di poter dire che forse l'intuito non m'inganna e quanto detto sopra si può perfettamente adattare a questo ultimo lavoro di Cameron e la premiazione agli Oscar mi aiuta a sostenere questa mia tesi.
Invece, il 3D che conta, quello che ha saputo fregiarsi di un Oscar è proprio quello che una storia di fondo ce l'aveva eccome e che con la sua animazione ha saputo fare breccia nel cuore di molti spettatori e critici e mi riferisco ad Up della Pixar. Quindi, il 3D non è un male, se utilizzato in maniera adeguata ed intelligente come ogni effetto speciale che si rispetti.
Grazie allora alla giuria che ha saputo riconoscere il valore di una donna che sa il fatto suo nell'ambito cinematografico, che ha portato sulla scena una storia scomoda e una realtà che forse la nuova politica americana non finge più di disconoscere. Chissà, forse sarà un modo per tenere a bada l'animo dei pacifisti o forse una conferma di come sia necessario e possibile cambiare qualcosa.
La vittoria del film della Bigelow non deve essere vista come una vittoria di "cinema retrogrado" versus "cinema del futuro", perché il cinema è sempre se stesso ed è cinema quando ha qualcosa da raccontare e non mi stancherò mai di dirlo, quindi stavolta a Cameron non gli è riuscito il giochetto di rifilare agli Oscar una storia che vacilla per dare sfogo alle sue visioni e portarsi a casa quante più statuette possibili. Ci sono eccome registi visionari che hanno saputo ammaliarci e stupirci, ma almeno hanno anche delle sovrastrutture su cui poggiare le storie da loro stessi rappresentate per immagini.
Un ultimo sassolino me lo devo togliere invece nei confronti dei giornalisti di spettacolo nostrani, che alla solita maniera patriottica di facciata e decisamente provinciale si sono ricordati di categorie che solitamente agli Oscar non considera nessuno, ma se vinte da Italiani emigrati allora divengono nuovamente importanti e sembrano avere il valore di una rivalsa per quella mancata candidatura per un film trappola come Baaria, cui stavolta l'Academy ha saputo giustamente dire NO, mentre poi si dimenticano o si lasciano in sordina premi di rilievo come quello a Christoph Waltz quale migliore attore non protagonista in un film grandioso come Inglorious Basterds, interprete magistrale che sinora non sembrava aver goduto di molta considerazione nel mondo del cinema che conta, ma che grazie ad un uomo come Tarantino è riuscito ad avere il suo riscatto, non altrettanto agli occhi dei nostri giornalisti tv, i quali gongoleranno per qualche giorno se non per qualche ora per la vittoria italiana, salvo poi dimenticarsi e dimenticarci degli appena premiati artisti "nostrani", per poi forse riesumarne il nome alla prossima cerimonia. Good Night and Good Luck...

06/03/10

gerry

Un film assolutamente anomalo, alieno al panorama commerciale del cinema e come tale destinato all'invisibilità, all'impossibilità di fruizione se non piratata, furtiva e limitata nel suo supporto, poiché esso è stato pensato per il cinema in sé e lì andrebbe fruito per comprenderne appieno il fascino disturbante nel suo minimalismo, come la partitura musicale di Arvo Pärt ci dimostra, dispiegandosi lungo l'arco del racconto.
La sequenza iniziale stessa, immaginifica proiezione di viaggio, in cui lo sguardo è volto all'inseguimento di un'auto che percorre una strada verso un dove imprecisato, ignoto, sulle note di Spiegel im Spiegel, in cui la m.d.p. cadenza i suoi movimenti e i suoi spazi all'interno dei piani sequenza con cui ci rammostra il percorso automobilistico dei due protagonisti, rappresenta una delle sequenze più belle e significative del cinema contemporaneo e ai più sconosciuta.
Una storia semplice, lineare, che spiazza per la sua icasticità tanto da divenire racconto esistenziale, si potrebbe dire quasi beckettiano, stante il fatto che presumiamo chi dei due protagonisti sia "Gerry" (Matt Damon), ma dell'altro ragazzo (Casey Affleck) non ci è dato sapere come si chiami, scelta simbolica da parte dei tre autori della sceneggiatura (Damon, Affleck e Van Sant), sappiamo solo che sono amici, che hanno deciso di intraprendere, un po' sprovvedutamente un percorso escursionistico in cui si perdono inevitabilmente, ritrovandosi a vagare a vuoto alla ricerca di un punto di riferimento, la strada, verso cui fare ritorno e salvarsi.
Film che fruisce dello spazio e della natura in maniera totale e funzionale al racconto stesso, al punto tale da acuire il senso di smarrimento dei suoi protagonisti, realizzando una storia che si pone al di là dello spazio e quasi del tempo, in cui sorge il sospetto che forse sia un sogno o un miraggio desertico e in fondo permane in parte quel dubbio, forse perché l'amarezza del finale porta lo spettatore a sperare che tutto ciò non sia frutto del reale, che vi sia una speranza, insita nella nostra natura di individui coscienti.
Così al termine della visione non rimane che perdersi con lo sguardo sulle note minimali del pianoforte di Arvo Pärt, attraverso paesaggi da cui lasciarsi cullare dolcemente smarriti e colpevoli per quel senso di ineluttabilità che questa visione ci ha lasciato, se mai essa sarà possibile o desiderabile.