10/07/10

eXistenZ

eXistenZ è una sorta di evoluzione del precedente e indispensabile Videodrome, in cui Cronenberg si confronta in maniera decisamente affascinante e perversa con la realtà virtuale, con esiti decisamente migliori di altre opere coeve anticipatrici cimentatesi nella suddetta tematica.
Cronenberg nel titolo stesso individua le coordinate cartesiane di una quarta dimensione che crea un loop visivo e percettivo in cui alla fine persiste il dubbio sulla distinzione tra la realtà presunta e quella virtuale, in un rimando infinito a mondi possibili, in cui le tematiche del regista sulla carne e le sue mutazioni attraverso innesti biomeccanici, strettamente collegate alle visioni ballardiane di Crash - riprese e assimilate dal nostro beneamato - vengono manifestate attraverso l'esplicitazione dell'oggetto cordone ombelicale, atto a rappresentarne la dipendenza e una forma di trascendenza necessaria per coloro che intendono rifuggire la propria scadente realtà.
Eppure non tutti sono contenti di questa possibilità e allora scaturisce la violenza, la reazione estremista dei sostenitori del realismo, della verità oggettiva e percettiva, ma quanto di essa, come ci ricorda Cronenberg, è effettivamente reale e vera? Tant'è che il regista crea continui ribaltamenti di fronte, in cui gioca con la morbosità e le devianze che le mutazioni e le cicatrici comportano sul nostro corpo, oggetto, gioco erotico da penetrare attraverso nuove ulteriori aperture e orifizi che faranno la gioia di molti estimatori e cultori di questo autore, che negli ultimi anni ha saputo evolversi nella propria poetica, ma di cui rimane il segno tangibile di un cinema corporeo da cui non si può prescindere per comprendere i nostri tempi.

Gli amori folli

Ho volutamente optato per la locandina originale perché credo possa esprimere il senso di surrealtà insito in un film e in un titolo che evoca l'imprevedibilità di cui si fa portatore Resnais, dimostrando come un uomo della sua età sappia rinnovare e scardinare quello che è il cinema contemporaneo, attraverso un racconto che difficilmente può dirsi lineare; in cui elementi di straniamento si inseriscono volutamente come gli artifizi scenografici tanto cari al regista, che ci regala uno dei suoi migliori lavori degli ultimi anni.
Molto più libero e rivoluzionario del suo precedente Cuori, Resnais recupera attori feticcio del suo cinema e regala allo spettatore amante del suo cinema una mirabilia visiva, che non è fine a se stessa o autocompiacentesi, ma in realtà un detour visivo e contenutistico che appaga e ripaga della sua visione, in cui l'amore non è mai banale o compiacente con il concetto romanticamente scontato che di esso si possa avere, anzi crea deviazioni imprevedibili, impennate e ricadute che dimostrano come solo maestri come lui possano permettersi simili peripezie e giochi narrativi, disinnescando il senso comune, ma senza per questo essere eccessivamente criptico, tutt'al più creando una sorta di cortocircuito e di rimessa in gioco di un racconto che potrebbe ricominciare da capo e lasciarci aperte nuove strade narrative in cui perdersi, lasciando che le erbe folli spuntino dal terreno improvvisamente come il suo cinema, in grado di insinuarsi quando meno te l'aspetti nel cuore spesso raggelato di uno spettatore stanco di certo cinema contemporaneo privo di vere emozioni e sagace ironia.

Il compleanno

Spesso e volentieri la critica nel giustificare un certo gusto barocco ed esteticamente stucchevole, si trincera dietro la categoria giustificatrice del Melò, come una sorta di clausola di garanzia che dovrebbe respingere ogni possibile critica o dissenso come quella del sottoscritto, che vedendo simili opere, incasellate nel suddetto genere, si domanda se abbia qualche problema o diffidenza verso il Melò, e forse è così, ma se penso ad altri autori che si sono fatti promotori e maestri del genere, mi rispondo che non è vero e che il Melò mi piace, quando riesce a trasmettermi delle emozioni che non mi facciano scattare quell'ironia e inevitabile sorriso critico, e anche un po' snob, di fronte a certi estetismi che rischiano di ridicolizzare o comunque di rovinare il buon lavoro fatto sino a quel momento.
Perché bisogna proprio dirlo, il film di Filiberti parte bene, ha un suo equilibrio, un suo brio, una capacità di rappresentazione del quotidiano credibile, che funziona e che trasmette la sensazione e l'idea di assistere finalmente ad una scrittura ed una recitazione che non sono posticce o fuori parte, ma poi con il procedere della vicenda Filiberti tende ad estetizzare, a voler citare Fassbinder e Visconti, ma evidenziandone il semplice lato estetico, non riuscendo a restituercene anche l'aspetto contenutitstico. E' sempre rischioso citare i maestri, perché scatta quell'operazione nostalgia che comporta la percezione di un'incapacità a sapersi davvero svincolare dal passato, pur avendone appreso l'ottima lezione, senza per questo rinnovarsi o dimostrarsi all'altezza delle proprie velleità.
Un'occasione mancata per una storia che ha il suo pregio nel raccontare una tematica, che comunque per il cinema italiano rimane spesso un tabù e che ci dimostra come Massimo Poggio sia attore bello e sensibile nella sua recitazione, in un ruolo non facile e per questo gli si deve dare atto della sua bravura, mentre dispiace constatare come la Medeiros risulti fastidiosamente lagnosa ed insopportabile, pur essendo attrice stimata e pure regista, ma inevitabilmente relegata a ruoli, che mi spingono a desiderarne ogni volta l'eliminazione sullo schermo cinematografico.

Salto nel buio

Salto nel buio appartiene alla serie di film frutto della collaborazione tra Steven Spielberg e Joe Dante, in cui il primo veste i panni del produttore e promotore del progetto mentre il secondo occupa la cabina di regia, dimostrando ancora una volta di trovarsi a proprio agio con la materia fantascientifica o fantastica in se stessa, con spruzzate di ironia sagace che distinguono i prodotti realizzati dalla coppia da altri similari del periodo.
Dante trasforma una storia potenzialmente drammatica, che richiama volutamente una fantascienza del passato – si pensi a Viaggio allucinante – rinnovandone lo stile e dimostrando come sia possibile rendere appetibile e divertente un genere che spesso ha assunto toni seriosi o drammatici.
Lo stile di Dante sta tutto nella capacità, come per Spielberg, di saper sognare e divertirsi; il cinema per loro è uno strumento in grado di regalare emozioni al pubblico e divertirlo con intelligenza, attraverso riferimenti letterari e cinematografici di tutto rispetto, che si inseriscono nel racconto in maniera funzionale, tant’è che ad uno spettatore più attento saltano facilmente all’occhio e la visione subisce un incremento di valore.
Salto nel buio dimostra come l’accoppiata Spielberg – Dante riuscisse a coinvolgere il proprio pubblico in maniera stimolante, mediante il puro divertimento o la paura e come fosse possibile realizzare opere che nella loro apparente leggerezza avessero un contenuto che non si fermava alla confezione e seguissero schemi e tematiche tipiche dei due autori, in cui il gioco, il pericolo, l’avventura, costituiscono aspetti della formazione umana ed esistenziale dei loro protagonisti.
In Salto nel buio abbiamo per protagonista un eroe assolutamente improbabile, scelto per caso, che si ritrova ad affrontare cattivi da fumetto cui Dante attribuisce, con una certa voluta evidenza, devianze erotico-sessuali che ne esaltano tutta la mostruosità non solo esteriore, ma anche interiore, attraverso la caricatura. Si pensi al killer Igor, più simile ad un automa alla Terminator con il suo braccio meccanico intercambiabile, che nel finale ricorda Maximilian il robot malvagio di Black Hole, film fantascientifico della Walt Disney (sicuramente non rivolto ad un pubblico di bambini), il quale è simbolo eminentemente fallico su cui Dante ironizza volutamente, come con il personaggio altrettanto parossistico e stupido del Cowboy, che ama fare sesso con gli stivali indosso e si presenta come sedicente trafficante di tecnologia.
Jack grazie all’aiuto dell’ex ufficiale Doug, pilota ubriacone e poco avvezzo alla disciplina, miniaturizzato nel suo corpo all’interno di una navicella, che richiama quella di Explorers (altro film fantascientifico e storia di formazione di Dante), si ritrova a vivere una vita che fino a quel momento appariva improbabile e improponibile ad un soggetto ipocondriaco, oggetto di studio quasi divertito da parte del proprio medico e capro espiatorio delle vicissitudini commerciali del supermercato in cui lavora, nonché ignorato dalla collega carina, ma sufficientemente svampita da denigrarlo e sbeffeggiarlo.
Jack compie un viaggio, un percorso di crescita e di acquisizione di una fiducia in se stesso che scoprirà essere in lui, indipendentemente dall’ausilio datogli dal militare Doug e imparerà a prendere in mano la propria vita e a rincorrere quell’avventura che il finale lascia presagire e che è un inno alla gioia e al divertimento che Dante, quale sognatore ancora tenace, rispetto a Spielberg, che pare aver preferito un altro modo di divertirsi, dimostra ancora di saper coltivare, persino nei suoi ultimi lav