25/01/11

Vallanzasca - Gli angeli del male

Vien quasi voglia di difenderlo il nuovo film di Placido, perché frutto di polemiche a priori, da parte di soggetti che il film non l'hanno nemmeno voluto vedere, perché lontano dagli schemi e dagli schermi della produzione televisiva nostrana, che quasi irritano e dimostrano come il nostro sia un paese dedito allo scandalo e al falso dibattito perché fondato su basi spesso fittizie e gratuite.
Placido aderisce al suo personaggio completamente, restituendoci quello che era Vallanzasca secondo la rappresentazione immaginifica che ne è ricavabile da quegli anni, in cui è stato il nemico pubblico nr. 1 del nostro paese e forse per questo non gli viene perdonata l'incapacità o la non voluta analisi delle ragioni e della psicologia di un uomo che ha compiuto delle scelte, con conseguenze mortali per le sue vittime.
Assistiamo alla messa in scena di un uomo spavaldo, ironico, bello, astuto, affamato di potere come ogni gangster per eccellenza e questi sono aspetti del personaggio innegabili, evidenti, che potrebbero già da soli consolidare l'idea che sia stata giusta la lotta nei suoi confronti e ancor più giustificato il dolore di chi è stato colpito dalle sue azioni criminali, che in buona parte rinnega per attribuersene altre, seppur non in maniera così evidente.
Potrebbe definirsi un film partigiano? Forse sì, in parte per il ritratto aderente all'immagine iconica che regista e autori della sceneggiatura e dialoghi (tra cui lo stesso Kim Rossi Stuart) ne hanno tratto dai resoconti dell'epoca e dai testi di riferimento, in cui si annovera la stessa autobiografia di Vallanzasca; in parte per l'interpretazione di Kim Rossi Stuart che assorbe e ruba la scena, che trova un contraltare attoriale in Filippo Timi, figura tragica, che aiuta a far salire la tensione e a creare il giusto pathos nei momenti drammatici che contano, in una storia che ha il sapore di un cinema di genere effettivamente non prono al gusto imperante della televisione o del cinema adeguantesi agli stilemi dell'apatia spettatoriale.
Un film non perfetto per molti aspetti, alcuni già visti sopra, altri nel corso del racconto, nelle emozioni messe in scena in alcuni passaggi e in quella simpatia forse troppo marcata verso il personaggio, ma che in parte si imputa a quella prevalenza dell'icona sul messaggio e sull'immagine reale dell'uomo Vallanzasca.
Stona, infine, anche un po' il titolo con quell'idea di angeli del male, come se fossero caduti da un paradiso che già nell'infanzia trova forse i suoi retaggi di criminalità, come per i protagonisti di Romanzo Criminale e qui si assapora una sorta di richiamo ideale e immaginifico del regista Placido al suo stesso cinema e che dimostra come egli ami immergersi in storie scomode, seppur non sempre con risultati apprezzabili, ma non certamente  da imputarsi alla volontà di apologia, come ritenuto dai più, di un uomo che a suo tempo della scelleratezza ha fatto uno stile di vita e di cui lui e anche altri, ne hanno pagato care le conseguenze, ma semplicemente da ricercare in una scrittura che sembra poter trovare la sua giusta strada attraverso una ricreazione di "genere", che da tempo sembra smarrita qui da noi.

16/01/11

Tron Legacy

Tron Legacy è il tentativo, forse tardivo, rispetto a quello anticipatore del suo predecessore di parlare di una realtà, quella del mondo dei computer dal loro interno, che appare ormai sviscerata, appurata e declinata in ogni modo. 
Un modo sicuramente per attirare in parte il pubblico del passato che in Tron aveva trovato un oggetto di culto a suo tempo incompreso o non apprezzato come la Disney si sarebbe aspettata, anche perché lontano dai soliti canoni estetici del proprio cinema per famiglie, e in parte per attrarre una nuova generazione di spettatori appassionati di videogiochi e potenzialmente incuriosita dalla tecnologia 3D, che per fortuna non è eccessivamente fastidiosa alla visione.
Il risultato visivamente è ineccepibile, ma la storia, per quanto fruibile anche senza aver visto il precedente capitolo, non riesce a coinvolgere più di tanto, nonostante l'impegno profuso nei riferimenti culturali ad una contrapposizione di filosofie di pensiero e di visione di mondi, che per quanto altri, trovano una connessione anche con il nostro.
Sequenze come l'inseguimento delle moto virtuali immagine simbolo del primo Tron, in questo caso seppur riadattate e riviste secondo le esigenze e le tecnologie a disposizione dell'industria cinematografica, contenutisticamente non spostano più di tanto il discorso interno, perdendo forse per strada aspetti che nel precedente film apparivano figli del loro tempo e della visione fondante che rivestivano i creativi per i programmi informatici stessi. Questa volta il discorso sembra essere meno stringente e forte, seppur il percorso intrapreso dal nostro eroe rispecchi i canoni classici della fabula come la s'intende nel suo aspetto archetipico, al cui interno la contrapposizione tra bene e male, tra creatore e angelo caduto, dominatore di un mondo apparentemente perfetto, si contrappongono in una lotta che ha il sapore della notte dei tempi, ma nonostante l'interessante colonna sonora dei Daft Punk, il prodotto per quanto spettacolare, questa volta non riesce ad essere così innovativo e significativo come il suo capostipite.
Un prodotto fruibile dagli appassionati del genere, ma che non sembra al momento costituire un'opera anticipatrice o pietra angolare di un cinema a venire, ma questo solo il tempo saprà dircelo come per il suo precursore, cresciuto con il tempo e grazie ad un senso di nostalgia per una tecnologia oggigiorno sicuramente superata, ma che ha saputo vedere ben al di là delle nostre aspettative.

08/01/11

Mammuth

Sicuramente uno dei film più interessanti dell'anno passato, recuperato con notevole ritardo a causa di una distribuzione che l'ha reso tanto atteso quanto invisibile, visto il precedente e maggiore successo di Louise - Michel, che avrebbe dovuto garntirgli una maggiore visibilità, stante anche la presenza di un corpo cinematografico incommensurabile come quello di Depardieu.
Attore di razza, elemento imprescindibile e camaleontico del cinema francese, insieme ai registi dedica il film al figlio scomparso e ci regala un ruolo delicato, divertente e significativo come questo racconto che ha delle scomodità di fondo, in primis la forma stessa della sua narrazione, fatta di episodi e personaggi grotteschi ed una fotografia dimessa che denuncia forse i mezzi a disposizione limitati oppure una certa maniera.
Mammuth è un film sulla fine del lavoro, sul pensionamento e su un mondo del lavoro in cui la solidarietà sociale appare come un ideale obsoleto e contrario ai nuovi principi di una realtà in cui Mammuth (Gerard Depardieu) stesso è un essere che dovrebbe essere estinto, ma come la sua moto persevera nel suo percorso di ricerca e di scoperta, attraverso un passato non così roseo, di una volontà di vita possibile anche al di là della dedizione a quel lavoro che dovrebbe nobilitarci e farci riconoscere all'interno della società cui apparteniamo.
Film apparentemente meno mordace rispetto al precedente, nella sua raffigurazione scomoda della realtà, attraverso una deriva più sentimentale e malinconica, ma che non rinuncia a descrivere e criticare a suo modo con coscienza e ironia il mondo che ci appartiene e per questo si esce da questa visione con uno spirito rattristato e forse un po' affranto, più meditabondo del solito, coscienti di ciò che si è visto e fruito, consapevoli di una visione significativa, grazie a Depardieu che riempie veramente lo schermo e non si spaventa nel mostrarsi nel suo decadimento edonistico.
Film che spiazza e che disturba, diverte e impensierisce, ma che lascia comunque soddisfazioni a chi sa apprezzare e guardare al di là della superficie delle immagini e dello stile registico più o meno condivisibile, ma che al momento rappresenta una boccata d'aria fresca in questa stagione cinematografica con altri lavori e visioni da recuperare.

Hereafter

Clint Eastwood è un regista classico, la sua regia è caratterizzata da quello che si potrebbe definire il montaggio invisibile tipico di un cinema americano dei primordi, a differenza di quello successivo in cui gli stacchi e i virtuosismi erano e sono diventati una cifra stilistica spesso impiegata in maniera inadeguata, volta a coprire vuoti di senso e di significato di cui il cinema spesso si ritrova a soffrire, tant'è che il regista americano è diventato un campione inattaccabile per la critica mondiale, eppure questa volta non sono rimasto impressionato come in altri contesti affrontati dal nostro autore.
Sicuramente il tema di partenza e il modo di affrontarlo mi lasciavano perplesso ancor prima di affrontarne la visione, perché la morte è uno dei grandi tabù cinematografici, non perché m'infastidisca parlarne o vederla rappresentata per quanto possibile sullo schermo, ma perché non è facile affrontarla con argomenti che non rischino di prendere una piega più o meno di parte o banale.
La figura del sensitivo era sicuramente quella che più mi suscitava perplessità, anche se Matt Damon appare credibile nella sua sofferenza, nella sua dannazione eterna di visioni di morte che Eastwood non accentua come qualunque altro regista avrebbe fatto in maniera scontata, esaltando il lato soprannaturale delle sue percezioni extrasensoriali.
Il regista alterna tre vicende che toccano aspetti della nostra realtà significativi e determinativi, alternandole tra loro per poi dover trovare in ogni caso un punto di raccordo per le stesse e un afflato di speranza dopo tanta sofferenza, che non viene accentuata e caricata emotivamente in maniera eccessiva, perché Eastwood conosce il senso della misura, ma forse sono le storie in se stesse a non riuscire più di tanto ad andare oltre quella domanda che ad un certo punto è balzata nella testa di un mio amico: ma adesso Eastwood ci porterà a qualcosa? Ecco, è questa la sensazione che credo emerga dopo un certo lasso di tempo e che evidenzia l'aspetto teorico del regista, più o meno condivisibile, che crede in una possibilità oltre la vita, ma questo punto nodale che urge come domanda per la giornalista francese scampata allo tsunami, sembra una presa di posizione che non trova un vero confronto dialettico neppure con il suo compagno e che dimostra un'unilaterale opinione del regista, che giustamente dopo aver scelto di morire cinematograficamente come attore è come se si chiedesse come possa essere la vita a questo punto della sua tappa esistenziale e anche forse cinematografica.
Il tema della morte pare ricorrere inevitabilmente in autori contemporanei come Allen e Eastwood, seppur affrontata con toni diversi, come è nelle corde dei due registi, ma questa volta il secondo non ha convinto il sottoscritto come in altre sue precedenti opere e lo stesso non si pone fuori dal coro per vezzo o per essere controcorrente con la critica unanime ed osannante, ma semplicemente perché come spettatore e amante del regista, questa volta non si è ritrovato nel modo di affrontare un tema che nonostante l'età lo riguarda da vicino come tutti noi, più o meno coscientemente.