30/03/11

The Burning Plain - Il confine della solitudine

L'esordio alla regia di Guillermo Arriaga, fedele sceneggiatore di Alejandro González Iñárritu, dimostra come il suo stile abbia influito molto nelle scelte narrative del regista messicano, anche se qui i piani temporali e spaziali sembrano evidenziare subito con chiarezza il tipo di vicenda, consentendo allo spettatore di comprendere ed immaginare lo sviluppo della storia, senza eccessi decostruttivi come in 21 grammi.
The Burning Plain evidenzia subito il senso di drammaticità e dolore di cui è gravata la protagonista e che lo sfondo della città di Portman nonché la fotografia stessa dedicata al luogo della vicenda, sembrano accentuare e caricare di una tensione che necessita di uno sfogo inevitabile.
Drammaturgia che progressivamente si sposta nelle terre assolate del Messico, per costruire, come il regista/sceneggiatore ci ha insegnato, le premesse di un racconto che ha più piani da considerare e che sono legati tra loro nonostante un'apparente iniziale distanza non solo geografica.
Arriaga non eccede nel formalismo, ma il film di per sé sembra caricarsi di aspettative e tensioni drammatiche che possono apparire forse leziose e forzate, che trasmettono sicuramente la dinamicità e il peso della sua scrittura, ma in maniera troppo evidente e palese, tant'è che l'ellissi narrativa (o il vuoto di scrittura?) anche se scelta stilistica, in questo caso può apparire non sempre riuscita nello spiegare tutti i dettagli del racconto e delle vite rappresentate, perché troppo concentrata la sul meccanismo narrativo che consentirà il riannodarsi dei nodi drammaturgici.
Si lascia comunque e come sempre allo spettatore il compito di seguire le vicende ivi narrate e di farsi o meno coinvolgere dal racconto e dalle sue deviazioni, sino ad un raccordo per immagini finale, che sembra quasi un ulteriore intento per Arriaga di smarcarsi dalle sue precedenti opere e aprirsi a nuovi orizzonti.
Attendiamo di vedere se la sua scrittura saprà anche trovare un equilibrio per immagini, che sembra esservi in nuce, ma non ancora del tutto definito o a fuoco come vorrebbe e dovrebbe, discorso che si è in parte già prospettato per il suo ex compagno di cinema.

29/03/11

Il gioiellino

Andrea Molaioli giunge alla sua opera seconda, facendo nuovamente affidamento all'attore italiano di riferimento di questi ultimi anni, ovvero Toni Servillo, che a ben vedere ricalca, seppur molto lontanamente, il personaggio de Le conseguenze dell'amore, nel senso della solitudine umana di cui si fa incarnazione la sua figura di professionista dei numeri e dei bilanci.
E' come se inevitabilmente per Molaioli, il suo cinema debba essere confrontato e ravvicinato a quello di Sorrentino per il semplice utilizzo dello stesso attore feticcio, nonostante divergenze stilistiche e di scrittura evidenti, ma è il prezzo da pagare nell'impiego di un attore di carattere e di razza come Servillo, sorta di garanzia per il cinema nostrano per garantirsi un minimo di attenzione e considerazione e anche di eventuale aura di autorialità.
Ad ogni modo Molaioli, come si diceva sopra, ha un suo stile e le considerazioni pregresse sono solo superficiali ed istantanee impressioni, quali riflessi di immagini che hanno ormai impressionato la nostra retina di spettatori e dovendo ragionare su Il gioiellino, ne emerge che esso è la storia in trasparenza del ben noto Crack Parmalat e ha il pregio di riuscire a raccontare e spiegare aspetti economicamente e fiscalmente complessi con la dovuta semplicità, ovvero riesce a rendere comprensibili numeri e azzardi finanziari che solitamente troverebbero spazio e spiegazioni sulle pagine economiche di quotidiani o libri del settore. Questo grazie ad un lavoro di scrittura basato sull'umanità di cui è composta prima di tutto un'azienda, facendone emergere gli aspetti meschini e deteriori.
Quello che interessa e si apprezza è l'evoluzione appunto umana dei protagonisti della vicenda, il modo in cui emergono con il procedere del racconto, aspetti che riescono a farne risaltare una maggiore personalità, non appiattita su un puro e semplice macchiettismo, al punto da riconsiderarne le motivazioni di fondo e le apparenze iniziali dei vari personaggi della vicenda, sino ad un finale di una certa amarezza e rimpianto per il suo, forse vero, protagonista.
L'ambientazione provinciale nella città piemontese di Acqui Terme e guarda caso nella sede dell'ex tribunale della città stessa, costituiscono scelte appropriate nel rendere, da una parte l'idea della provincia e del provincialismo, con i suoi sogni di gloria che si tramutano in meschine aspirazioni di potere e decoro cittadino, dall'altro il luogo deputato all'amministrazione della giustizia, quale sede, paradossalmente, di un'ingiustizia finanziaria ed economica per coloro che ne hanno subito le conseguenze, attraverso ribaltamenti di fronte e voltafaccia da parte di quei poteri che avrebbero inizialmente sostenuto l'operazione industriale.
I riferimenti alla realtà politica nazionale sono evidenti e spesso smaccati, ma aiutano a riconoscere ed immedesimarsi in una vicenda dai colori oscuri, a differenza del candore della materia prima che aveva sostenuto una delle nostre principali industrie e che ora sembra inevitabilmente destinata ad un'ulteriore scalata finanziaria, come per tante altre nostre compagini nazionali e operazioni finanziarie in agguato per noi meno accorti ed esperti risparmiatori.

23/03/11

Kill Me Please

Molto probabilmente mi attirerò gli strali della critica cinematografica on line che ha premiato con il Mouse d'Oro il film di Olias Barco, vincitore anche del Marc'Aurelio d'Oro alla Festa del Cinema di Roma, ma sinceramente non l'ho trovato così riuscito e irriverente come avrebbe voluto essere, questo film che deride la morte e il suicidio.
Le aspettative di sarcasmo c'erano tutte per un film che avrebbe dovuto e voluto affrontare un tema tabù in maniera scorretta e sarcastica, ma alla fine la visione del film che sfrutta un bianco e nero volto ad accentuare l'alienazione di fondo che dovrebbe permeare e trasparire dalla vicenda narrata, non è così riuscita come ci si aspettava e come si è percepito dalle impressioni e dalle opinioni imperanti.
Kill Me Please è un film costantemente caracollante, sempre sul punto di precipitare in un cattivo gusto che non diverte e che alla fine non riesce a far ridere dei suoi personaggi e delle situazioni paradossali di cui si dovrebbero fare portatori, sino ad un delirio e deliquio finale a tratti disturbante come la scena, altrettanto tale, del tentato stupro, proprio per quella resa involutamente drammatica, giocata su spunti ironici, che questa volta non ho saputo individuare.
Kill Me Please è una continua contraddizione di scrittura e di messa in scena del racconto, con raccordi non sempre cristallini e con una rappresentazione dei principi di fondo sul tema della morte e del suicidio che fanno pensare più che ad un messaggio positivo, piuttosto ad una banalizzazione del contesto generale.
Barco vorrebbe dirci che per quanto si desideri la morte, lo spirito di sopravvivenza alla fine prevale, ma lo esprime in maniera confusa, eccessiva, smaccatamente saccente e controproducente al suo film. Il tema è serio e avrebbe potuto essere oggetto di derisione e ironia, ma non in questa maniera, non con questo grottesco malriuscito che sfocia nel cattivo gusto e nelle cattive intenzioni ed eventuali cattive interpretazioni.
Un film che può essere appunto letto negativamente sia da coloro che sono contrari a questo tipo di cliniche, cui si presume si rivolgano persone con problematiche serie ed effettive, sia da coloro che credono nell'operato delle suddette strutture. Insomma, un modo per scontentare tutti, non si sa se e quanto consapevolmente da parte del regista, ma che sicuramente non ha convinto il sottoscritto, che in fatto di film sarcastici e grotteschi nonché cinici è il primo ad apprezzarne il valore politicamente scorretto, quando ben mirato e rappresentato, ma in questo caso non siamo proprio dalle parti di quel cinema intelligentemente controcorrente.

21/03/11

π - Il teorema del delirio

Noto in italia come π - Il teorema del delirio, è forse il film più interessante del regista Darren Aronofsky, noto per titoli più recenti candidati e vincitori di Oscar come The Wrestler e Il cigno nero, in quanto rappresenta un'opera ardita, sperimentale e lisergica, ritmata da una colonna sonora adeguata a trasmettere i deliri e le pulsioni maniacali del suo protagonista, uno studioso di matematica alla ricerca di uno schema matematico legato indissolubilmente al noto π.
Fotografato in un bianco e nero tipico di quelle opere indipendenti e disturbanti, amate dai registi americani alle prime armi o quasi, nonostante questa patina volutamente ammiccante, risulta essere un film intrigante nelle sue atmosfere di paranoia ed autismo, in cui si intrecciano potenziali complotti capitalisti, studi cabalistici sino ad un crescendo di tensione e pulsioni di morte e dolore che disturbano e inquietano, a dimostrazione di una regia ed un montaggio adeguati nel rendere i deliri progressivi del suo protagonista, spinto verso una ricerca e delle risposte che inevitabilmente prenderanno pieghe mistiche e metafisiche.
Una sorta di summa concettuale degli studi sui teoremi matematici di base sino alle implicazioni religiose della mistica ebraica. Un delirio matematico e mentale che non può non affascinare ed incuriosire e al tempo stesso disturbare per la sua concitazione e la sottolineatura del delirio in cui pare scendere progressivamente il protagonista in un annullamento di se stesso, sino ad un finale che potrebbe non essere quello che si crede, ma che sicuramente lascerà lo spettatore incuriosito e affascinato dal mondo della matematica pura e dei suoi teoremi.

19/03/11

Cube - Il cubo

Cube è un interessante thriller fantascientifico con spunti metafisici, che sfrutta un'idea e una scenografia molto semplici, ma funzionali.
Il tema della prigione asettica, misteriosa, in cui si ritrovano persone tra loro ignote e senza memoria apparente, costituisce una base di partenza stimolante per il racconto e per stuzzicare lo spettatore. Il film pare sfruttare adeguatamente tutti gli elementi tipici del genere claustrofobico e paranoide, insinuando ipotesi sulle origini del cubo e della sua funzione, ma lasciando nel finale allo spettatore le potenziali risposte.
Il successo del film, in quanto non eccessivamente costoso come realizzazione e di produzione canadese, che gli restituisce una patina fotografica adeguata a trasmettere il senso di precarietà dell'intera struttura ed esistenza dei suoi protagonisti, ha generato un sequel ed un prequel, costituendo così una trilogia diretta da vari registi che hanno dovuto fornire, per necessità di sceneggiatura, le motivazioni della trappola in cui ritroviamo i protagonisti delle varie vicende fantascientifiche.
Mentre forse il pregio principale di quest'opera, risiede proprio nel non detto, nelle potenziali aperture interrogative che esso lascia allo spettatore e costituendo uno di quei film amati e amabili dai cultori del cinema del complotto, anche se sarebbe riduttivo includerlo in tale categoria, perché esso potrebbe benissimo essere incluso anche nel filone di cinema matematico-geometrico, in quanto i numeri e il cubo stesso come solido geometrico costituiscono le potenziali chiavi risolutive delle iperboli meccaniche che costituiscono la prigione in cui si ritrovano rinchiusi i protagonisti.
Dopo un inizio che sfrutta l'effetto sorpresa delle varie trappole disseminate lungo il percorso, successivamente il film tenta di concentrarsi sulla natura umana ed esistenziale dei prigionieri, facendone emergere la natura più o meno nascosta, le paure e le idiosincrasie, il tutto agevolato dallo spazio angusto in cui vengono a ritrovarsi, sino all'esito finale, in cui trovata un'apparente soluzione, sorgono i dubbi su ciò che li aspetta al di fuori di una realtà così concentrazionaria al punto da ingenerare il timore verso la libertà tanto inizialmente agognata.
Il film costituisce un prodotto interessante, nonostante una certa ripetitività dello schema, inevitabile in se stessa, ma ha la capacità di tenere lo spettatore concentrato sugli sviluppi e gli esiti delle azioni dei suoi protagonisti, decisi a sopravvivere, ma a rischio collasso psichico e fisico con il procedere sempre più difficile tra sequenze numeriche tra un cubo e l'altro e tentativi di interpretazione delle stesse.
La visione dei successivi episodi potrebbe costituire un interessante esercizio cognitivo e un modo per trovare maggiori certezze e risposte rispetto a quelle lasciate in sospeso del primo capitolo, ma con il rischio di usurare presto il piacere o meno della visione di questo piccolo, ma curioso film.

18/03/11

Il rito

Il cinema fondato sul genere "esorcismo" difficilmente può trovare spunti di originalità e differenziazione forti rispetto al film per eccellenza di Friedkin, tant'è che solo attraverso la parodia del capostipite stesso è stato sinora possibile affrontare un discorso originale e con risultati concreti.
Si pensi al parodiatore per eccellenza Leslie Nielsen in Riposseduta e al nostrano L'Esorciccio per gli amanti del genere di serie B.
Esistono poi epigoni successivi, che hanno tentato di rinverdire il tema dicendosi basati su vicende più o meno vere e anche quest'ultimo lavoro si fonderebbe, almeno come ispirazione, a fatti accaduti nella realtà, ma giusto come ispirazione, quindi sulla verità o meno degli stessi i dubbi e le risposte rimangono.
Il rito tenta di contrapporre, come nello schema classico originale, il contrasto di fede tra due religiosi anagraficamente distanti, anche se  in questo contesto lo scetticismo non è limitato al rituale ma alla religione stessa, poiché il giovane protagonista pare non avvertire la vocazione per cui aveva deciso di prendere i voti e per raggiungere tale anelito viene sottoposto al trattamento di forza, che solo in questi casi potrebbe convincere anche il più dubbioso degli individui.
Ebbene, senza eccedere in effetti speciali, ma puntando sulla recitazione del cast e sulle atmosfere adottate dal regista, il racconto ci introduce insistentemente nel tema del male, della sua esistenza e manifestazione, su cui, come già detto, il giovane aspirante prete dubita alquanto, perché maggiormente convinto della necessità e potenzialità della scienza medica come panacea ai casi sottopostigli.
Il film però non riesce a costituire nulla di particolarmente originale o significativo, aggiungendosi come ulteriore tassello del filone, ma almeno ha il merito di evitare scivoloni eccessivi nel ridicolo involontario, grazie ad un Hopkins questa volta misurato e credibile, ben lontano dalla maschera attoriale in cui lo si era visto nel suo ultimo ruolo in chiave horror.

12/03/11

Another Year

Il nuovo film di Mike Leigh dimostra ancora una volta, come se vi fossero dubbi in merito, come il regista inglese sia un ottimo scrittore di cinema nonché direttore di attori. La sua capacità narrativa sta tutta nei dialoghi e nelle situazioni della vita che riesce a trasporre per immagini, creando una sorta di filo conduttore comune in quasi tutti i suoi lavori, in cui le esistenze dei suoi protagonisti sono attraversate da una malinconia ed un'amarezza di fondo che non sono quasi mai fini a se stesse, ma anzitutto costituiscono una raffigurazione fedele dell'esistenza stessa e della quotidianità, consentendo un'immedesimazione e una compartecipazione rare nel cinema d'autore.
Leigh non rinuncia a descrivere personaggi bizzarri e sbandati, che paiono essere un archetipo imprescindibile del suo cinema, che ancora una volta e in questo caso particolare si fa ancor più intimista e riflessivo sullo scorrere del tempo, come il titolo stesso evoca chiaramente, costruendo un film corale in cui il referente principale è una coppia felice, attorno alla quale ruotano una serie di figure emblematiche e rappresentative della commedia umana del regista inglese.
La scelta stessa della musica, i dialoghi mai artefatti e le figure che compongono il quadro generale, sono elementi fondanti e fondamentali del suo cinema, che può anche annoiare e distanziare lo spettatore, ma innegabile è la sua capacità di descrivere mai senza ambiguità, seppur alludendo ma intelligentemente e in maniera intelligibile a drammi e condizioni umane sottese nei rapporti che legano i vari protagonisti.
Leigh ama recuperare anche attori di sue precedenti opere per insinuarli nel suo racconto, come Imelda Stauton, che appare in un cammeo, che incuriosisce e crea i presupposti per una storia di sofferenza e disagio, tipiche del suo cinema, ma che volutamente evita di approfondire, forse perché il suo stesso personaggio racchiude già in sé un dramma che non può trovare uno sfogo liberatorio, ma neppure la protagonista sottesa, ma non troppo, della vicenda qui narrata pare poter trovare una risposta alla propria inquietudine, non certamente rifugiandosi o cercando una valvola di sfogo nelle visite ai suoi amici e Leigh questo ci aiuta a comprenderlo con il passare delle stagioni e con l'evolversi della vicenda, offrendoci ancora una volta spunti di riflessione, di sorrisi, seppur amari, ma con la consapevolezza di aver ancora una volta vissuto un momento di vita reale e plausibile. 
Aspetti che forse porranno domande sulla necessità di simile visione e fruizione, ma di fronte a tale scrittura viene spontaneo avvicinarsi, almeno per riflettervi un attimo e chissà magari trarvi anche qualche spunto positivo nonostante quel retrogusto amarognolo che il suo cinema è ancora in grado di regalarci, ma senza voler essere compiaciuto e compiacente.

02/03/11

Biutiful

Iñárritu post Arriaga, così si potrebbe inquadrare quest'ultima opera del regista messicano senza il suo sceneggiatore di fiducia, anch'esso passato alla regia, che mette in atto un tentativo di cinema meno costruito e articolato di altre sue precedenti opere, alla ricerca di una linearità che non disdegna comunque una sua geometria, per quanto semplice che è quella del cerchio, con i pregi e difetti che essa racchiude nonostante l'idea di perfezione intrinseca di tale forma.
Il regista scava nel dolore del suo protagonista e di una città vista dai suoi margini, dalle sue periferie, cinema rischioso quello che si addentra in tali meandri, che potrebbe incappare nell'immagine da cartolina dall'inferno e forse così potrebbe sembrare per certi versi, anche se Bardem è attore efficace, volto che sa portare su di sé i segni del dolore e della sofferenza, figura dolente destinata a vagare apparentemente senza meta in una Barcellona quasi irriconoscibile.
Pare rinunciare come si diceva a certi giochi di montaggio come in altre sue opere precedenti, ma mantiene comunque il suo stile attento nel descrivere storie parallele destinate ad incrociarsi, che qui evidenziano subito la loro codipendenza e il loro legame specifico, senza giochi o scherzi del destino, tentando di rappresentare la vita nella sua fluidità e nei suoi incroci e connessioni umane, seppur un certo simbolismo, una certa propensione di sguardo verso la morte sia inevitabile e onnipresente nel suo cinema.
Film che disturba e che ferisce, che tende all'accumulazione di elementi, di fattori, di storie e di dolori, che questa volta sembrano trovare un catalizzatore unico nel protagonista Bardem, un fantasma vivente cosciente del proprio destino e incapace di accettarlo per il senso di amore paterno che lo lega ai suoi cari.
Inàrritu non esita quindi a rappresentarci e raccontarci tutto questo, non si nasconde, nonostante certi formalismi più o meno apprezzabili, ma che denotano forse un compiacimento che c'è sempre stato nel suo cinema allora più di adesso, ma comunque presente e che andrebbe levigato o prosciugato come la storia stessa, che tende ad eccedere e debordare in una lunghezza funzionale forse all'autore ad esprimere il dolore dei suoi protagonisti e a costringere lo spettatore a confrontarsi con esso, ma quanto consapevolmente?
I vezzi autoriali sono trappole di senso che sembrano difficili da eliminare e che possono costituire un limite del suo cinema, seppur apparentemente accantonati insieme al suo ex sceneggiatore Arriaga, ma che fanno ancora capolino nel suo stile di regia e di narrazione e allora si dovrà capire se dopo quest'opera Inàrritu saprà dirci qualcosa di più con maggiore icasticità, anche senza un attore debordante, ma in senso positivo per l'attore stesso, come Bardem.