26/07/11

Captain America - Il primo vendicatore

Giunti all'ultimo Vendicatore, la prossima estate arriveranno The Avengers uniti per salvare il mondo e chissà se il film sarà all'altezza delle aspettative.
Captain America non è un brutto film e si pone decisamente anni luce dalla trasposizione cinematografica del Thor di Branagh, perché opera una ricostruzione accurata degli anni del Secondo conflitto Mondiale e riesce a fotografare un'epoca con le sue aspettative e la sua retorica propagandistica, di cui il protagonista rappresenta un ideale strumento di propalazione di tali messaggi antinazisti, ma alla lunga la storia pare non avvincere del tutto, forse per la mia idiosincrasia nei confronti di un personaggio così smodatamente patriottico e diciamolo pure, decisamente bamboccione.
Anche se in fondo l'idea è quella di rappresentare un eterno ragazzo, impacciato e convinto della propria necessità di aiutare la propria patria in guerra contro il nazismo, ma ancor più contro un nemico ben più pericoloso come il Teschio Rosso, emblema della bramosia di potere che deforma e deumanizza chi lo vuole detenere e sottile, ma non troppo, metafora non solo del Nazismo, ma anche, un po' forzatamente per via del colore, del Comunismo, quale futuro nemico  durante la Guerra Fredda. Insomma, un nemico per tutte le stagioni.
La presenza di Hugo Weaving è un felice contraltare di follia fumettistica, reduce dalla saga di Matrix e protagonista sacrificato dietro la maschera beffarda di V per Vendetta, che si contrappone all'ingenuità del buon Capitano, che da strumento della retorica americana, diviene successivamente eroe in carne ed ossa e uomo d'azione a tutti gli effetti.
Forse, una maggiore contrapposizione, anche diretta tra i due avversari, avrebbe giovato allo sviluppo della storia, che perde un attore di razza come Stanley Tucci e ci guadagna con il sempre ottimo Tommy Lee Jones, ma non altrettanto con il suo protagonista super rinforzato e lontano dalla comunque meno esagerata muscolarità della Torcia Umana, che in fatto di espressività non sembra aver ottenuto giovamento.
Un film che visivamente dimostra accuratezza scenografica e storica, nonché acume di sguardo nel delineare gli animi contrapposti dei due fronti, ma che non sa sfruttare adeguatamente sino in fondo, come si diceva prima, le potenzialità offerte dal confronto diretto tra i due antagonisti, perdendo un po' per strada le aspettative di un film in cui bene e male si affrontano e si studiano prima del conflitto finale.
Un consiglio agli spettatori, aspettate pazientemente sino alla fine dei titoli di coda, a volte gli stessi, come in questi casi, riservano sempre un ulteriore finale, nonché un ammiccante aggancio narrativo al prossimo capitolo della saga dei supereroi Marvel.

19/07/11

Thor

Il non portare a termine la visione di un film appare sempre come una sorta di sconfitta percettiva, perché permane il dubbio di un'improvvisa impazienza ed intolleranza, che porta a chiedersi se sia colpa del film stesso o di chi, come il sottoscritto, nel guardare simile opera, non sia riuscito a coglierne gli aspetti positivi o comunque negativi sino alla fine.
Ebbene, la visione di questo film dopo ben 45 minuti dello stesso, mi ha costretto ad interromperne la fruizione.
Da una parte, le immagini del mondo degli dei nordici, rappresentato con una pomposità e una retorica che in Branagh sono sostenibili, forse, nella trasposizione di un'opera scespiriana, ma in questo caso risultano pedanti e barocchi, oltre ad una recitazione che imbarazza chi assiste a tale messa in scena, dall'altra quelle del mondo terreno in cui si avverte il tentativo non riuscito di un'ironia che non aiuta a sorridere delle battute proposte dai suoi personaggi, quale tentativo di sminuire quel contrasto magniloquente e pomposo del mondo ultraterreno in cui vive il nostro eroe.
Nonostante il collegamento con il finale del secondo capitolo di Iron Man, il film sembra da una parte prendersi troppo sul serio ed abbonda di immagini e scenografie che appesantiscono un'opera che dovrebbe risultare una trasposizione d'autore di uno dei tanti fumetti Marvel e aggiungersi al capitolo de I vendicatori, cui farà seguito Capitan America, ma il disappunto provato per un'opera così priva di interesse e di resa scenica è stato il moto d'animo, che mi ha spinto all'interruzione della sua visione e non saprei dire se avrò il tempo e la voglia di riprenderlo con più calma e minore senso di delusione. Un'occasione mancata per Branagh e per me come spettatore.

16/07/11

Babel

Procedendo a ritroso nella scoperta o riscoperta del cinema di Iñárritu permane l'impressione di un cinema che narrativamente e tecnicamente non aggiunge nulla di nuovo al cinema contemporaneo, dove le storie ad incastro, accomunate tutte da un fulcro di partenza comune, che subodora le teorie del caos che tanto affascinano e coinvolgono i loro sostenitori, hanno il sapore stantio di un cinema incapace di emozionare veramente.
Emozioni ne trasmette, o prova a trasmetterle ed in parte vi riesce, ma l'artificio narrativo di cui sono fatte, la patina levigata che le costituisce, dimostra come una certa idea narrativa di derivazione altmaniana/carveriana, sia stata purtroppo sfruttata ed usurata troppo presto.
La coppia Arriaga-Iñárritu rivela, risalendo la corrente delle loro opere e collaborazioni, come vi sia dietro un'idea di cinema intellettualmente stancante e autocompiaciuta, ma che riesce a funzionare e trovare riscontro di premi, nonostante chi come il sottoscritto, con il passare del tempo si ritrovi a guardare con sospetto opere che forse in passato lo avrebbero incuriosito ed affascinato, ma che con uno sguardo meno disilluso appaiono a distanza di anni per quello che sono, artifizi narrativi ormai bolsi e privi di quella profondità e apparente disvelamento delle coscienze degli spettatori appannate dalla confusione in cui viviamo, che questo tipo di cinema solo superficialmente sembra ridestare, per poi lasciarle giacere nuovamente nell'oblio visivo.

12/07/11

Corpo celeste

Un inevitabile senso di fastidio mi ha pervaso alla fine della visione dell'esordio al lungometraggio di Alice Rohrwacher, sorella della ben più nota Alba, per quel trasudamento radical chic di cui è pervaso il film in questione.
Per quanto interessante possa sembrare il tentativo di sguardo sulla realtà calabra e il suo rapporto con la Chiesa, la critica di fondo del film evidenzia uno sguardo politicamente schierato, ma in maniera falsamente ironica e distaccata, da cui si evince una facile e semplicistica presa di posizione nell'additare la Chiesa e la politica come elementi conniventi all'interno di una comunità cittadina, offrendo da una parte una nuova, ennesima denuncia nei confronti di un degrado anche umano e sociale, ma che dall'altra appare troppo smaccato, con un intento di quasi superiorità da parte di chi, estraneo a quel contesto, si sente in diritto di giudicare. Perché si avverte lo sguardo della regista, per quanto filtrato dalla bravissima Yle-Vianello, volto a sancire e spartire giudizi di una certa facilità, che rischiano di svilire il tentativo di un cinema attento a realtà diverse da quelle solitamente viste al cinema d'oggi.
Se veramente si vuole cercare uno spunto di riflessione e di critica interessante alla Chiesa, allora sarebbe meglio rivolgersi altrove ed in particolare a Lourdes, film che forte di una lucidità di sguardo maturo, dimostra come si possa affrontare simile argomento di denuncia con maggiore e migliore accortezza, senza palesare facilmente e troppo la propria ideologia, che nel caso della Rohrwacher non è esente da critiche.
Ho rilevato, a mio modo di vedere, una certa sopravvalutazione di quest'opera prima, accolta come una felice scoperta, che però come dicevo sopra, non è priva di difetti e presta il fianco a facili attacchi da chi la pensa diversamente dalla giovane regista.
Non so se ci troveremo di fronte ad un fenomeno di Rohrwacher-pensiero e ad una loro consacrazione a priori per tutto ciò che ci propongono e ci proporranno, sino al momento in cui si avvertiranno i primi ripensamenti e segni di stanchezza nei confronti di un cinema così facilmente ed ingenuamente ideologico, ma essendo un'opera prima, ci si aspetta un miglioramento di scrittura ed uno sguardo, che per quanto lontano dalle secche del cinema televisivo, dovrà dimostrarci di saper continuare sui binari di un'attenzione critica alla nostra realtà, ma con meno smaccate cadute di stile e di macchiette.

08/07/11

Il ragazzo con la bicicletta

Il nuovo film dei Dardenne sembra porsi come una sorta di prosecuzione del loro precedente nel tempo L'enfant, in cui il giovane padre allora incerto ed indeciso nei confronti del proprio ruolo di genitore, qui ripudia definitivamente quel figlio cresciuto, che tanto vorrebbe ricevere le sue attenzioni, ma invano.
I Dardenne non esitano ad introdurci repentinamente nel dramma e nell'urgenza necessitante affetto del loro giovane protagonista, la cui cinetica non può che rimandare ad altri loro precedenti protagonisti di storie sempre lucide e attente nel fotografare le screpolature di una realtà, che non si finisce mai di conoscere.
Ancora una volta, come nel finale de Il matrimonio di Lorna aggiungono una speranza di vita nuova, questa volta più esplicita, che potrebbe apparire come un tradimento alla loro fedeltà al dramma puro, sinora messo in scena con sapiente maestria, ma non si pensi che il percorso intrapreso dal loro giovane protagonista sia semplice e non privo di sbandate e di cadute. Anzi, sembrerebbe nel finale che il diavolo probabilmente ci possa mettere lo zampino, grazie a quella fedeltà e a quella capacità dei registi belgi di far emergere le meschinità insite nella paura dell'animo umano, che porta a compiere azioni spregevoli, che ribaltano il quadro prospettico dei torti e delle ragioni.
Questa volta però non vi è una punizione della provvidenza o del caso, ma una volontà di appagamento e di svolta ulteriore verso rapporti umani, che per quanto tormentati nel cinema dei Dardenne, questa volta, forse sapranno trovare un loro giusto equilibrio e soddisfazione, per tentare di sperare e pensare che anche un pizzico di serenità e di amore possa essere rinvenuto nel loro cinema, senza per forza dover soffrire troppo e a lungo, rischiando di cadere in una sorta di rete autolesionista e vezzosa, che avrebbe potuto nuocere al loro cinema, rigorosamente etico e necessario ai giorni nostri, che sta forse tentando, sempre di più, di non apparire la maniera di se stesso.

03/07/11

I guardiani del destino

Si avverte, ultimamente, in alcune produzioni hollywoodiane, l'evidente influenza estetica di una serie televisiva di successo come Mad Men, ambientata a cavallo tra gli anni '50 e '60, periodo fiorente della pubblicità e di coloro che ne concepiscono i meccanismi e i messaggi da proporre al potenziale acquirente.
La serie, di pregevole fattura estetica, ha riportato in auge uno stile che ha acuito inevitabilmente quel desiderio di ritorno nostalgico al passato che si riverbera, come si diceva sopra, anche nel cinema contemporaneo, creando un falsopiano temporale che sembra atemporalizzare opere come questa di Nolfi, seppur sia evincibile con un minimo ed evidente scrupolo di attenzione, la contemporaneità della sua rappresentazione.
La presenza di uno dei protagonisti della serie sopra citata, come anche nel caso di X Men - L'inizio, che in questo caso è volutamente collocato in un preciso periodo storico ed in maniera ammiccante usufruisce anch'esso di una delle figure principali di Mad Men, connota subito i rimandi ad un prodotto televisivo ben definito, che costituisce un richiamo voluto ad un tentativo, forse, di rassicurante visione dell'insieme narrativo.
Al di là di queste influenze, che potrebbero costituire solo un unicum casuale, come ci insegna il film stesso, tratto da un racconto di Dick, in cui tutto pare predeterminato, quando non è il caso a metterci lo zampino, il film non sembra aggiungere nulla di nuovo al tema dell'esistenza o meno del libero arbitrio umano, inserendovi esplicitamente delle figure precise che intervengono attivamente e massivamente nelle esistenze umane ed in particolare in quelle dei due protagonisti, votati ad un sicuro successo, ma legati da un amore che pare vincere ogni piano predefinito da un'entità superiore ed invisibile, le cui emanazioni sono figure dallo stile retrò.
Eppure, il film di Nolfi riesce ad imprimere un'estetica interessante che fotografa la città di New York in maniera quasi opprimente ed oppressiva nei confronti dell'individuo, che lotta contro un sistema preimpostato contro la sua volontà, riuscendo comunque a far appassionare lo spettatore ad una vicenda d'amore, che ha nella sua drammaticità un punto di forza e di attaccamento alle vicende dei suoi protagonisti.
Sembra quasi che il Matt Damon, visto nell'ultimo film di Eastwood, tenti questa volta di reagire e lottare più intensamente e pervicacemente, di quanto non avesse fatto in allora in Hereafter per vincere la propria solitudine autoimposta.
Qui la solitudine del protagonista viene combattuta attraverso l'appagamento e il riconoscimento del suo bacino elettorale, che lo riconosce e lo ama, ma senza avere quello scambio di affettività e riscontro che lo stesso sembra ricercare e che trova casualmente nell'incontro casuale con l'amore della sua vita, ma destinato a non trovare un suo appagamento, come gli rammenta in maniera molto semplice il redivivo "angelo" pasoliniano Terence Stamp.
Un dramma romantico, che potrebbe deludere i cultori di Dick e interessare gli amanti delle storie d'amore, i quali si troveranno lievemente spiazzati da questa rappresentazione in chiave "fantascientifica", ma non troppo, grazie ad un'umanizzazione ed un'estetica precisa che rimanda, come sopra detto, ad un referente culturale e visivo ben preciso ed elegantemente affascinante, nonché desiderabile.