29/10/11

Cowboys & Aliens

Un film che viene presentato negli annunci pubblicitari come realizzato "dallo stesso regista di Iron Man", nelle intenzioni dei distributori dovrebbe rappresentare un ottimo specchietto per le allodole, perché è evidente il target spettatoriale di riferimento, quindi  azione e divertimento assicurato, ma se già il secondo capitolo della saga dell'uomo di ferro mostrava i suoi limiti narrativi, questo Cowboys & Aliens non è esente da difetti originari. 
Non risulta difficile immaginare come a tavolino abbiano ipotizzato l'effetto botteghino scaturente da un film che mischia, come nei migliori B-Movie, due elementi evidentemente antagonisti e inconciliabili tra loro, ma di potenziale richiamo e attrazione se conditi con la presenza del novello 007 Daniel Craig, affiancato ad un veterano della fantascienza e dell'azione avventurosa al limite del paradosso temporale come Harrison Ford, infarcendo il tutto con la bellezza del momento Olivia Wilde, reduce da Tron Legacy.
Ebbene, il risultato è decisamente scialbo, nonostante Craig come cavaliere solitario, immemore di quanto accadutogli in precedenza al suo risveglio, munito di un misterioso bracciale tecnologico, quale arma di distruzione e difesa contro i nemici alieni giunti dal cielo con finalità di conquista di una frontiera apparentemente agli sgoccioli e un Harrison Ford apparentemente il villain di turno, ma con un cuore di padre dietro la figura rude di militare in pensione e arricchito dal commercio di bestiame. 
Il nostro eroe si ritrova così a dover ricostruire la propria memoria e a dover sopravvivere in un territorio ostile, facendo uso delle proprie abilità di uomo d'azione, ma il passato con le sue pieghe oscure è in agguato, seppur il presente e il futuro possano essere riscritti e la misteriosa Olivia Wilde sembra sapere molto più di quanto si possa immaginare del nostro immemore eroe. Peccato rimanga l'impressione che la sua presenza per tutto l'arco del racconto sia quella di una mannequin messa in scena per abbellire un mondo prettamente maschile, in cui le figure femminili svolgono un ruolo solitamente di soccombenza, ma nonostante il compito, apparentemente fondamentale, dalla stessa rivestito alla fine del film non elimina l'impressione di cui sopra. 
Sembra che al film manchi quell'ironia di fondo che altrove in prodotti di questo genere era possibile intravedere, anche perché i limiti tecnici li rendevano di suo opere senza pretese autoriali, mentre in questo caso l'opera fracassona, frutto della mentalità capitalista hollywoodiana, mette in campo effetti speciali e visivi di un certo tenore, con intenti di successo e di serietà finalizzata ad un lucro che i loro predecessori non hanno saputo e potuto ottenere per evidenti limiti di fondo, ma alla fine il risultato non cambia (forse non economicamente) e si ha come l'impressione che si siano presi un po' troppo sul serio e la sensazione di aver sprecato del tempo per simile prodotto ci fa rimpiangere da una parte ancor più Daniel Craig nei panni di 007 e dall'altra una fantascienza collocata in un suo tempo ed in un suo spazio ben definiti, senza tentativi di commistione implausibili, tanto da renderlo un prodotto neppure accostabile al genere della fantascienza steampunk.
Cowboys & Aliens è un tentativo mal riuscito di mescolare il genere antonomastico del cinema americano per rinnovarlo attraverso un corpo estraneo, al fine di ottenere un esemplare di cinema postmoderno, che se in letteratura ha già dato i suoi frutti da tempo, nel caso del cinema o meglio di questo film in particolare non appare affatto riuscito, tant'è che si può ritrovare un migliore esito visivo e  citazionista proprio in chiave postmoderna nel video Knights of Cydonia di Joseph Kahn, decisamente più consapevole e ironico e anche meno lungo come minutaggio per la sua fruizione.

26/10/11

This Must Be The Place

Paolo Sorrentino è l'unico, ad oggi, regista italiano in grado di trasporre la sua immaginazione e i suoi virtuosismi registici anche oltreoceano, creando un'opera straniante e straniata come il suo protagonista, ispirato con forte evidenza a Robert Smith dei The Cure e alle movenze rallentate di Ozzie Osbourne, nonché al gruppo di Siouxie and The Banshees, in cui il primo aveva militato per qualche tempo come chitarrista, riuscendo a creare un nuovo tassello della propria storia d'autore capace di raccontare vicende, che in questo caso seppur non sembri avere spunti di particolare originalità di fondo, riesce comunque ad imprimervi una sua impronta personale che lo distanzia dal panorama nostrano.
Sorrentino si perde consapevolmente e piacevolmente negli spazi americani, meno propensi a costituire quelle gabbie architettoniche e formali che il suo cinema sinora è riuscito a rappresentare ed è questo l'aspetto forse apparentemente meno vincente del suo film, che rieccheggia volutamente e consapevolmente autori che nel grande continente hanno trasposto loro storie e narrazioni, primo tra tutti Wim Wenders, rischiando essi stessi di perdersi e disorientare i loro stessi affezionati spettatori.
Eppure Sorrentino costituisce ad oggi l'unico regista italiano con una poetica definita, con un'idea di cinema ben formata, per quanto alcuni suoi potenziali detrattori possano intravedervi un passo falso, una dimostrazione di una vacuità di fondo che inquadrature formalmente perfette non possono compensare sino alla fine, ma guardando indietro al suo cinema, sinora il regista ha dimostrato di avere qualcosa da dire e di saperlo fare con strumenti in possesso di tutti, ma non adeguatamente utilizzati da altri.
Storia di formazione, di ricerca, di viaggio fisico e a suo modo interiore, inevitabilmente, nonostante ironicamente il protagonista cerchi di smentire questo percorso.
This Must Be The Place potrà forse essere un film che a distanza di tempo inciderà di meno nell'immaginario creato dal regista per scelte che possono apparire più semplicistiche e scontate, proprio per il contesto in cui viene posto in essere, evocando stilemi di un cinema alla Jarmusch, ma che denota come Sorrentino sia in grado di emulare anche quel cinema americano indipendente con una certa maestria.
Non saprei dire se l'America è il posto ideale per il suo cinema, ma sicuramente è un luogo in cui ha saputo o almeno ha tentato di vagare per raccontare una storia secondo il suo modo di sentire e vedere il mondo che lo circonda, in attesa di nuovi viaggi e visioni sempre vive come la musica che accompagna i suoi itinerari visivi e visionari.

15/10/11

L'ultimo terrestre

Il cinema italiano spesso sembra non riuscire o non voler fotografare la propria realtà, che spunti di narrazione ne avrebbe da offrire, mentre il film di Gipi, noto fumettista al suo primo film, a suo modo in parte, riesce ad offrire un quadro, seppur personale, della nostra quotidianità, in cui i cosiddetti non luoghi e la solitudine sembrano una volta tanto riuscire ad andare a braccetto in maniera piuttosto grottesca e funzionale.
Pacinotti ci offre alcuni quadri fotografici, tipici di un genere, forse inflazionato della fotografia stessa, ma che riesce sempre a suo modo a stimolare e attrarre lo sguardo di chi scrive e non manca l'ironia grottesca a tratti quasi kaurimaskiana nel tratteggiare figure e situazioni decisamente sgradite e cattive, che il trailer visto in rete non riusciva a comunicare appieno.
La scelta di un'invasione aliena, quale aspettativa per un paese ormai appiattito e in crisi, dove i luoghi di transito per il nostro protagonista sono amplificazioni del suo malessere e di un'incapacità ad esprimere affetti e sentimenti in maniera completa e ordinaria, secondo il modo di vedere dei più, costituisce un elemento di attesa e di straniamento che diviene metafora del quotidiano incattivimento ed ingrigimento della popolazione della terra, ma in particolare dell'Italia.
Gli alieni stessi, nella loro iconografia piuttosto classica, costituiscono sorte di eoni in carne e ossa portatori di una speranza, seppur la paura sia strisciante tranne che per lo straniato protagonista, nonché giudici di un'umanità agli sgoccioli, in cui il nostro desolato antieroe si aggira, circondato da figure ancor più stranianti e grottesche di lui.
Il film di Gipi se nella prima parte sembra offrire spunti divertenti e riflessivi non del tutto banali, nella seconda parte più drammatica e quasi surreale, sembra perdere un po' del suo mordente iniziale e sceglie soluzioni più scontate, almeno per quanto riguarda il versante affettivo, ma in fondo risulta essere un film con qualcosa da dire.
Toccherà aspettare qualche tempo per capire se rimarrà qualche elemento significativo e pregnante di questa sua opera prima oppure un altro esempio di una meteora del nostro cinema, priva di quel mordente che a tratti è riuscita ad esprimere, ironizzando sulle nostre mancanze e abbruttimenti morali.

14/10/11

La pelle che abito

E' una questione di formalità o più semplicemente di forma con poca sostanza il nuovo film di Pedro Almodòvar, perché se già Gli abbracci spezzati mostrava una piega autoriflessiva e autocompiacente del e verso il proprio cinema, in questo caso il tema trattato, nella sua affascinante morbosità, diviene nelle mani del nostro amato un racconto tedioso, in cui la scelta di una non linearità, che in caso contrario forse avrebbe giovato maggiormente al film, non aiuta ad appassionarsi al tema trattato.
Almodòvar è come se avesse deciso di raggelare e raffreddare ogni istinto ribelle, nonostante un'apparenza, un accenno buttato lì ad un certo punto del racconto, per poi ripiegare su un dramma che sembra meno melò del solito e molto duro, quasi aspro nel suo voler rappresentare un dolore e una vendetta che hanno un seguito quasi scontato nel finale della vicenda.
Ancora una volta, come nel precedente suo lavoro, le agnizioni, i confronti al femminile, si dimostrano inefficaci nel dare forza al racconto che molto avrebbe e ha da dire per tutte le tematiche che vengono messe in gioco, ai ribaltamenti e alle pulsioni erotiche che il tema propone, grazie alla sua protagonista, oggetto da ammirare e spiare, come il cinema stesso c'insegna, ma il tutto si rivela troppo scopertamente cerebrale e la noia avanza, almeno per chi scrive.
Altri hanno ritrovato in questo lavoro del maestro spagnolo la dimostrazione della sua bravura, della sua capacità di affrontare tematiche affascinanti ed inquietanti, in cui le letture psicanalitiche si potrebbero sprecare, ma questa volta tutto ciò non è sufficiente ad appassionare, chi il cinema di Almodòvar sino ai tempi di Volver l'ha amato e apprezzato.

Carnage

La predisposizione al dramma da camera di Carnage avrebbe potuto restituirci un esempio di teatro filmato e pertanto un'opera incapace di andare oltre uno schematismo ed una programmaticità fin troppo evidenti come parrebbe suggerire il testo di partenza, ma Polanski dimostra di sapere governare mirabilmente la materia a propria disposizione equilibrando e distribuendo con sapienza i ritmi e le cadenze di un confronto che dovrebbe essere conciliante, come la cultura americana ci insegna, ma che col passare del tempo saprà sfoderare gli aspetti più deteriori della nostra società.
Perché, nonostante il film di Polanski non sembri occuparsi del mondo attuale esterno, risulta essere ad ogni modo e proprio per la sua apparente distanza dal reale contemporaneo un'opera invece ancor più presente al proprio tempo, mettendo in luce le sfaccettature della nostra quotidianità, della nostra civiltà, attraverso due modelli familiari, che a loro modo dovrebbero rappresentare fenotipi umani ben definiti, in grado di creare più o meno condivisioni o compartecipazioni da parte degli spettatori.
Gli equilibrismi dialettici e formali, col tempo vengono meno, degenerando e svelando le storture umane e sociali, racchiuse in un piano sequenza in campo lungo che apre e chiude il film e che suona beffardo rispetto ai tentativi di apparente rispetto reciproco di ristabilimento di un equilibrio, che pare non poter essere trovato in una società schiava di forme e idee che sembrano aver preso il sopravvento sulla sostanza.
Se da una parte Polanski firma ancora una volta un'opera critica e salace nei confronti dell'America, dall'altra dimostra uno sguardo che riesce, nonostante la gabbia profilmica in cui si è autorecluso, di riuscire a spaziare ben oltre lo spazio d'azione in cui la m.d.p. si aggira, raccontando della nostra realtà e del nostro tempo in maniera alquanto efficace e più incisiva di un saggio di sociologia.
Inutile ribadire, ma lo faccio lo stesso, la maggiore incisività che il trailer originale fa presagire rispetto a quello italiano visto nelle sale nostrane.

03/10/11

Drive

Drive non è semplicemente una coazione a ripetere di un cinema che ripropone se stesso ad uno spettatore in cerca di facili soluzioni cinematografiche e non può neppure liquidarsi come una visione nostalgica di un immaginario precedente, perché nella sua rievocazione di opere classiche del cinema americano che ne vanno a costituire la spina dorsale, dimostra di aver accumulato un immaginario significativo e significante che può essere intelligentemente rielaborato, pur strizzando l'occhio ad un'estetica anni '80, come dimostra la grafica stessa dei titoli di testa e l'abbigliamento evidentemente sgargiante e parossistico del suo protagonista.
Il titolo stesso, infatti, evoca volutamente, come nella stessa sequenza iniziale, Driver - L'imprendibile di Walter Hill, riuscendo ad incollare lo spettatore subito alla poltrona, attraverso una sequenza che non ha nulla di spettacolare. Pur mettendo in scena l'elemento macchina, quale strumento evocante motori rombanti e inseguimenti mozzafiato, Refn disinnesca, come saprà dimostrare anche in altri momenti, facili soluzioni di comodo, mediante l'impassibilità del suo protagonista, la sua lucida freddezza, apparentemente strafottente, ma con una sua precisa logica di fuga, che nel condurre in salvo i suoi clienti rapinatori, li condurrà attraverso le varie multiformi deviazioni della città degli angeli, tramite un'operazione di nascondimento che dimostra intelligenza e non semplice muscolarità.
Eppure l'elemento della rapina, nerbatura di Driver di Hill diviene presto anch'esso un detour narrativo, perché il nostro protagonista si ritroverà a dover fare i conti con elementi strutturali che hanno ben altra inclinazione ed ispirazione. Egli stesso nel suo apparire quale figura di individuo insonne, senza nome e sempre di passaggio tra la propria casa (completamente spoglia da elementi rappresentativi di una personalità definita) quasi fosse una stanza d'albergo e l'officina, dimostra di essere una figura quasi archetipica o mitologica, appartenente ad un mondo altro dal nostro. Il suo approccio all'esistenza e alle persone appare completamente asettico o quasi, tranne nel momento in cui Refn ci fa percepire l'attrazione del nostro eroe verso una figura femminile in grado di penetrare la sua impassibilità e in cui entrano in gioco gli sguardi, i silenzi e un utilizzo di una musica elettropop che riecheggia nuovamente quell'estetica anni '80 di cui si diceva, ma in maniera non così nostalgica come ci si aspetterebbe.
Refn sembra saper condurre bene il gioco e la sua regia non è mai affatto banale e lo dimostra attraverso un uso incredibilmente azzeccato della slow motion, che  forse dai tempi di Paranoid Park non si vedeva impiegare in maniera così efficace e fluente, funzionale a dilatare sensazioni ed emozioni, sia positive che negative, come nei momenti in cui la violenza nel suo esplodere non diviene mai fine a se stessa.
Il personaggio di Gosling non è solo la decalcomania aggiornata agli anni zero della figura di Driver, ma è anche il Cavaliere della valle solitaria o meglio ancora il Cavaliere pallido di Eastwood, se si pensa alla sequenza del duello finale, anch'esso giocato su sguardi affilati e flashforward, in cui saranno due ombre proiettate sull'asfalto rovente a raccontarci l'esito della contesa mortale e le conseguenze di essa.
Un western automobilistico, in cui la strada è presenza percepita attraverso il punto di vista circoncluso dell'abitacolo del mezzo che la percorre o attraverso l'officina meccanica come luogo non di rielaborazione della potenza motore, ma contesto di lavoro puro e semplice, un punto di passaggio tra i tanti in cui si troverà ad aggirarsi il nostro eroe, in cerca di una soluzione ai problemi che la sua amata rischia di dover affrontare.
Ryan Gosling dimostra in questo film di essere il tipo di attore che ci aiuta a comprendere la differenza che passa tra un interprete che sfrutta una recitazione fatta di sottrazioni e un attore inespressivo. Lui ovviamente appartiene alla prima categoria e Refn si rivela un regista che nel rielaborare il western come genere per eccellenza del cinema americano, non solo ha saputo apprendere la lezione dei classici, ma anche di possedere uno sguardo che riesce ad andare oltre alla sensazione di una stantia visione di comodo per lo spettatore nostalgico o cinefilo che dir si voglia.