18/01/12

La talpa

Sarà che questo elogio dell'eleganza e della lentezza, questa magistralità riconosciuta da tutti a questo film di spionaggio mi lasciano alquanto perplesso, tant'è che non sono riuscito a ritrovare in questo film quel calore rappreso che si dovrebbe avvertire tra le pieghe di una storia e di un mondo che dai sentimenti dovrebbe e sembrerebbe scevro, come si confà allo spionaggio della Guerra Fredda, seppur Alfredson tenti di umanizzare i suoi protagonisti, tutti efficaci, a partire da un sempre ottimo Gary Oldman, introducendo elementi di modernità ben lontani da una rappresentazione maschilista dell'ambiente in cui i tradimenti sono prevalentemente negli affetti e dove le pulsioni sessuali non vengono sottaciute o non riconosciute come in altri contesti.
Eppure, seguendo lo sviluppo di un racconto, che volutamente insinua dubbi e sospetti, lacerazioni sottili dell'anima e dei sentimenti, nel suo incedere lento, si dimostra un film mentalmente ed intrinsecamente vecchio, nel senso di un'opera non in grado di permanere nella retina dello spettatore come altre che in questo campo si sono già espresse con esiti più interessanti.
L'urgenza di un rallentamento della narrazione, rispetto agli stilemi contemporanei e recenti del rinato 007, quale referente spionistico antitetico a La talpa, appare come un elogio forzato da parte di certa critica nel ricercare e avvalorare un'esigenza sempre più avvertita di una nostalgia che odora di stantio e in questi anni di ripiegamento su certi stili e modi appartenenti al passato, appare sempre più come un rifugio rassicurante cui anche questo film, non per sua volontà diretta e così evidente, sembra volersi rivolgere.
Alfredson costruisce un'atmosfera cupa, opprimente, in cui i luoghi d'azione sembrano somigliarsi tutti, trasmettendo quel senso di soffocamento e quasi depressione che pare ammantare la figura di Gary Oldman, chiamato a scoprire l'infiltrato all'interno del sistema spionistico inglese e con il passare del tempo ti viene da confidare nel fatto che la talpa sia proprio colui che vorresti fosse ripagato con la stessa moneta, con cui sinora ha agito nei confronti degli altri suoi compari.
Forse un tradimento più netto, più evidente all'opera di Le Carré avrebbe rappresentato una virata coraggiosa all'interno di un film di parola, la cui verbosità acuisce quell'afflizione che diviene quasi noia più che disagio d'atmosfera, in un film in cui il protagonista è portato a non potersi fidare di nessuno.
La talpa non è un film male realizzato o girato, non cerca l'azione fine a se stessa, perché è un'opera che vuole prendersi i suoi tempi, creare un clima di attesa, di sospetto e a tratti ci riesce, ma si adagia troppo su queste velleità, su queste scelte di stile, tant'è da risultare non sempre così avvincente come vorrebbe essere e ben lontano dall'essere quel roboante capolavoro che i giornali e la critica tendono a volerci offrire.

11/01/12

Il Gatto con gli stivali

Alla luce del successo ottenuto dal personaggio del Gatto con gli stivali all’interno della fortunata sagra di Shrek, il nostro beneamato felino, astuto, agile nonché mirabile spadaccino, pronto ad intenerire l’avversario con i suoi occhioni dolci, che ne hanno  costruito la fortuna cinematografica, diviene qui protagonista assoluto di un racconto che cerca di spiegarcene le origini, per quanto come nel caso di Shrek, lo spunto di partenza della favola venga stravolto per conferire allo stesso una lettura in chiave dissacrante e ironica.
Il Gatto con gli stivali rappresenta lo spin off della serie dell’orco Shrek, saga cinematografica in grado di offrire una rivisitazione postmoderna del mondo delle favole, spinta alle estreme conseguenze, mettendo in gioco un meccanismo citazionista di facile presa, ma anche piuttosto raffinato e divertente, regalando al pubblico un prodotto efficace e funzionale, ma che nel presente caso non sembra riuscire a ricalcare alla stessa maniera, almeno negli intenti dei produttori. Perché se Shrek, pur essendo un personaggio amabile e amato dai bambini, ma soprattutto pensato per un pubblico adulto, in quanto perfetto antieroe politicamente scorretto, attorniato da personaggi specchio di figure sociali ed umane riconoscibili, atte a far ridere e pensare il pubblico in sala, nonché antitesi del principe azzurro, quest’ultimo visto come personaggio vanesio e malvagio, il Gatto con gli stivali ne è invece una pallida imitazione, non del tutto riuscita almeno nel tentativo di dissacrare quel mondo fiabesco già messo in scena da Shrek
La verve picaresca del personaggio, che all’interno della saga dell’orco verde rivestiva un proprio ruolo dissacrante e dissacratorio, qui è avvertibile solo in alcuni spunti iniziali del film, dove vengono sottolineate le caratteristiche più buffe e malandrine del personaggio, quale amatore e ladro spadaccino in cerca di riscatto sociale, contrapposto a figure umane grette ed esteticamente poco accattivanti. Ma la Disney ci mette lo zampino, indirizzando progressivamente la storia verso una morale di fondo piuttosto sdolcinata, dimostrando come il racconto sia stato adattato per un pubblico prevalentemente infantile, aspetto che di per sé non sarebbe negativo, se non si avesse come riferimento il Gatto con gli stivali visto nei film di Shrek.
Il Gatto protagonista di questa vicenda è un felino dagli artigli spuntati, nient’affatto in grado di graffiare il pubblico come ci si aspetterebbe, riducendosi ad un eroe moralizzatore, spinto da ideali di lealtà e amicizia, che non si discutono per se stessi, ma per il modo in cui vengono rappresentati ovvero sminuendo la carica eversiva del personaggio, che avrebbe potuto offrire momenti di divertimento, anche qui politicamente scorretto e dissacrante, riuscendo comunque a far passare un messaggio positivo, ma il tutto appare piuttosto banale e nonostante la brevità del film sembra dilungarsi inutilmente, nonostante gli ammiccamenti iniziali del personaggio che parevano offrire buone speranze all’esito finale del prodotto. Anche il personaggio di Humpty Dumpty figura affascinante della letteratura inglese, ricorrente nell’immaginario comune, viene ridotto ad un personaggio poco incisivo per quanto importante per lo sviluppo del racconto, che perde ogni carica potenziale di personaggio ambiguo e affascinante, frutto di elucubrazioni per gli stessi linguisti, divenendo l’oggetto e strumento per  inculcare nel pubblico infantile il messaggio moralizzatore di fondo.
Un’occasione perduta per vedere all’opera gli autori di Shrek alle prese con un personaggio potenzialmente scorretto come quello dell’orco, che diventa un gattino mansueto, addomesticato per l’occasione e forse pronto a tornare nuovamente su questi schermi. Rimane comunque apprezzabile il fatto che Antonio Banderas, voce dell’originale Gatto con gli stivali si sia prestato a doppiare il film anche per il mercato italiano, conferendo almeno credibilità e veridicità all’accento spagnolo del personaggio animato, unica nota positiva in un contesto alla fine lievemente stonato.