09/02/12

Mission Impossible - Protocollo Fantasma

Il cinema di spionaggio d'azione sembra vertere sempre più verso un'umanizzazione dei suoi protagonisti, non più visti come semplici uomini duri e puri, irreprensibili ed impermeabili a qualsiasi sentimento, ma individui con emozioni e dubbi con cui fare i conti e situazioni di rischio in cui mettere in gioco se stessi e il proprio lavoro.
Per quanto il tentativo di mantenere in auge la saga di Mission Impossible venga ora sostenuta dal genietto J. J. Abrams, autore del terzo capitolo della saga che instaurava questa nuova piega narrativa, il film di Bird, avvezzo al cinema d'animazione, tenta di proseguire quel discorso, inserendovi anche della sana ironia che in parte riesce a rendere il film meno serioso e supponente e a rendere l'azione interessante per una parte del film, ma successivamente non riesce a mantenere desta l'attenzione e la tensione come ci si aspetterebbe. E' come se Mission Impossible avesse raggiunto il proprio culmine narrativo e visivo con il secondo capitolo della serie, in cui tutto veniva parossisticamente esagerato e portato alle estreme conseguenze e dopo di esso il deserto.
Non vi è nulla di sbagliato nel tentare di virare il discorso verso territori meno fracassoni e più pensati ed infatti la sequenza al Cremlino dimostra di aver appreso la lezione di temsione narrativa offertaci dall'autoriale De Palma, che nei suoi vezzi citazionistici non aveva comunque saputo rinunciare all'azione anche fine a se stessa.
Viene allora spontaneo chiedersi se questo Mission Impossible non sia piuttosto ormai il fantasma di se stesso, di un prodotto televisivo del passato in cui elemento ritornante è il suo protagonista Ethan Hunt (Tom Cruise) più umano e sensibile di quanto non lo fosse in precedenza, in lotta con nemici sempre più astuti e difficili da battere, ma forse anche ripetitivo ormai nella sua velleità di rielaborazione di situazioni limite in cui calare i propri personaggi.

03/02/12

Shame

In questa immagine riempita dall'assenza dei corpi giaciutivi, la cui presenza passata è tangibile attraverso gli umori e le pieghe delle lenzuola di un talamo consunto, in cui non a caso il nostro protagonista viene ritratto all'inizio del film, quale corpo inerme, in attesa e successivamente figura nuda ripresa in una reiteratività di movimenti circolari che ne denotano la monotonia e atarassia affettiva, dimostrata dal disinteressamento verso i messaggi lasciatigli in segreteria da una voce femminile desiderante, è racchiuso il senso di un film opprimente nel descrivere le aberrazioni affettive del protagonista.
La vergogna che dà titolo al film è quella che lo stesso Brandon (Michale Fassbender) progressivamente vive nel confronto con se stesso e con coloro che intorno a lui sembrano cercare legami, che  costantemente e consapevolmente rifugge, spaventato forse da ciò che essi potrebbero rappresentare per se stesso.
Anche il rapporto con la sorella minore, figura femminile tormentata nella propria fragilità affettiva, di cui il regista non intende rivelarci le ragioni, costituisce lo specchio dell'anima del protagonista, famelico nel soddisfare i propri appetiti sessuali, senza particolari difficoltà, stante la sua condizione di benestanza e di apparente normalità ed eleganza esteriore, che con il procedere della storia lo condurrà verso una spirale di esasperazione e disperazione che il regista dimostra di saper condurre con abilità, schiacciando il protagonista in una gabbia architettonica ed affettiva costantemente angosciante.
Il sesso viene rappresentato in maniera parcellizzata come i corpi con cui si accoppia Brandon, trasmettendo il disagio di una sessualità deeroticizzata, cui pare non esservi scampo per lo stesso, anche quando potrebbe finalmente trovare pace alle proprie pulsioni autodistruttive.
Fassbender non è solo un corpo agile e ammirevole, ma anche un attore vero e proprio, in grado di trasmettere il disagio di un uomo apparentemente appagato dal proprio lavoro e dal successo con l'altro sesso, che Mcqueen dimostra di saper inquadrare e seguire attraverso immagini che ne amplificano la solitudine in una New York anonimizzante.

02/02/12

The Artist

Innegabile il piacere tratto dalla visione di questo film, ma subito al termine della sua fruizione, inevitabilmente ho dovuto constatare quanto sia nostalgico e fuori tempo massimo questo film. Forse sta in questo suo essere retrò e diciamolo pure, utilizziamo un termine così di moda e abusato come vintage, ad averne decretato il successo. 
The Artist è come una copertina di Linus che ci protegge dal rumore e dal fracasso contemporaneo di un cinema che non sembra essere più in grado di emozionare, in cui spesso si assiste ad un arrancamento costante nel tentativo di ringiovanimento di questa forma d'arte e non sempre con i risultati sperati. 
Vedi il tanto strombazzato 3D, di cui già ho detto e scritto su questo blog e che ribadisco stancamente non essere altro che una tecnologia del passato, riesumata come una novità per nascondere smagliature evidenti, soprattutto in quello star system che è quello hollywoodiano. Tant'è che quest'ultima forma di linguaggio non è quella rivoluzione copernicana qual'è stata l'avvento del cinema sonoro di cui parla The Artist. A ben vedere il tema stesso del film non è altro che un modo di declinare un argomento già trattato da un classico dei classici come Cantando sotto la pioggia, film sonoro, che di quel passaggio epocale ne é la più evidente manifestazione e rappresentazione. 
Eppure The Artist appare come qualcosa di maledettamente nuovo, una forma di rivisitazione del muto secondo gli stilemi e i gusti di noi pubblico contemporaneo e non è poi un male così deprecabile, perché il film emoziona e affascina, ma quello che mi fa riflettere è proprio questa nostalgia imperante che pervade le nostre esistenze e i nostri gusti, tema di fondo proprio dell'ultimo lavoro di Woody Allen, inspiegabilmente candidato all'Oscar e ancor più dimostrazione di come il cinema si stia rifugiando in territori rassicuranti, mentre il cinema di qualità esiste ancora, ma rimane retaggio di pochi eletti festivalieri.
Ben venga comunque The Artist, che ci aiuta a riscoprire e riassaporare un cinema dimenticato, ma non troppo, come dimostra il Festival del cinema ritrovato, ma quel tipo di cinema non è The Artist, sia tecnicamente che visivamente, nonché come coscienza di sé. 
The Artist è prima di tutto un film metacinematografico duro e puro, gioia e piacere per i linguisti e i critici tesi ad analizzare e scomporre questo film, che merita il successo ricevuto, ma se questa è la strada per ottenere e mantenerlo, per ravvivare il cinema in generale, allora preferisco un cinema più ignorante e fracassone, forse anch'esso maledettamente rassicurante nella sua schematicità, ma almeno non ripiegato su un'idealizzazione del passato per rifuggire un presente che spesso e volentieri ci piace sempre meno.