martedì 17 novembre 2009

Gli abbracci spezzati

Dispiace dirlo, a rischio di passare per un insensibile spettatore di fronte alle passioni e ai moti dell'animo proposti dal nostro amato regista, ma stavolta Almodovar non mi ha convinto come nel suo precedente Volver.
Questo succede quando egli gioca la carta della citazione e dell'autoreferenzialità, ma soprattutto quando spinge sul piede del discorso metacinematografico. Terreno periglioso, assai arduo da percorrere, tanto da risultare cerebrale e artefatto e rischiare di sminuire la bellezza di certe scelte stilistiche formali sempre eleganti e appropriate, in cui il rigore geometrico è evidente insieme all'esaltazione cromatica che ne ha sempre contraddistinto il lavoro per immagini.
Eppure si avverte una certa cerebralità che rischia di apparire pretestuosa, fine a se stessa e gli stessi schemi di disvelamenteo, di agnizione e rivelazione di segreti insiti nel passato dei suoi protagonisti, questa volta appaiono particolarmente posticci, non così appropriati come altre volte.
Almodovar ci ha spesso abituato alle narrazioni esplicative dei suoi protagonisti per comprendere ciò che sino a quel momento ci era stato abilmente suggerito, ma stavolta sembra quasi inutile, tanto da appesantire il discorso delle passioni, che solo lui ancora riesce a trasmetterci sul grande schermo.
Quindi per fortuna che c'è Pedro, ma stavolta è necessario dire ciò che non sembra essere al posto giusto nel suo film ed evidenziare un passo falso della sua nuova cifra stilistica come già era era stato fatto da parte della critica per il precedente La mala educacion, in cui il discorso metafilmico era presente e le metafore o meglio le allegorie erano troppo marcate in un cinema che è sempre stato sopra le righe, ma con il giusto brio, tant'è che Tutto su mia madre o Parla con me sembravano aver trovato la giusta dose d'ingredienti, nonostante i rischi presi dallo stesso autore in certe scelte narrative.
Stavolta si ha un senso di ripetizione, di autoriferimento a se stesso che potrebbe rischiare di farci rimpiangere il suo cinema che fu, ma non credo vi sia il rischio di smettere di amare l'autore che è adesso, solo questa volta il nostro grande amore per lui, almeno per me, non ha trovato quel calore provato in precedenza, nonostante la sua Musa Penelope, che ancora una volta lo aiuta ad intessere trame in cui lasciarsi avviluppare, tant'è che si confida ancora una volta nel futuro e come sempre si spera che anche altri registi siano in grado e possano sperare di compiere passi falsi di questo genere nel cinema contemporaneo.

sabato 14 novembre 2009

Città amara - Fat City

Giustamente in molti hanno visto in questo racconto per immagini una trasposizione delle pagine di Hemingway, nel narrare un'America proletaria amara, come il titolo italiano intende evocare, nonostante quello originale richiami con la sua idea di opulenza, un'aspirazione inarrivabile per i suoi protagonisti.
Due storie di uomini che all'inizio s'incontrano, si perdono di vista e poi si ritrovano sino ad un nuovo cambio di prospettiva e alla resa dei conti con la vita stessa, con le sue sconfitte e apparenti vittorie temporanee.
Huston firma un'opera che sa fotografare con il giusto sguardo e ritmo esistenze ai margini, senza essere indulgente con esse, restituendoci interni sordidi e bar in cui ciondolare per poi farci assaporare anche lo squallore dei ring amatoriali e le aspirazioni deluse dei suoi giovani pugili, sino all'apparente riscatto per uno dei suoi protagonisti, anche se Huston insinua il vero motivo della vittoria e getta uno sguardo anche sull'organizzazione di certi tipi d'incontro.
C'è rimpianto e amarezza in questo suo film, mai compiaciuto o nostalgico, perché egli adotta una asciuttezza descrittiva nell'esprimere quel senso di sconfitta che alcuni individui si portano dentro ad oltranza e che niente pare riuscire a distogliere dalla loro anima.
Allora non resta che aspettare che un buon amico riemerga dal passato per prenderti ancora una volta per mano e accompagnarti, anche se per breve tempo, a consumare un caffè e tenerti compagnia per quel breve lasso di tempo che vi resta in una notte cittadina, memori di una vita che non si è mai riusciti a rendere migliore, forse per propria indolenza.

martedì 10 novembre 2009

L'uomo che fissa le capre

Esordio alla regia per lo sceneggiatore Grant Heslow che ironizza in maniera surreale sull'intero sistema americano ed in particolare sul suo esercito che lo rappresenta nella guerra al terrore, attraverso rimandi ad una mitologia cinematografica entrata nell'immaginario comune, quale quella di Guerre Stellari, in cui non a caso lo stesso McGregor si ritrova ad essere iniziato alla filosofia della Forza e dei Cavalieri Jedi.
Clooney memore della propria interpretazione nell'ultimo film dei fratelli Coen, dimostra la sua versatilità attoriale e soprattutto il suo spirito di commediante all'interno di una storia ricca di spunti satirici e surreali, che costituiscono un percorso iniziatico per il giovane giornalista che segue la propria strada per affermarsi come uomo e comprendere la necessità di trovare uno scopo nella propria vita.
Il regista gioca con le citazioni della saga di Lucas e con lo stereotipo dell'arruolamento alle armi, deridendo ancora una volta la politica di Bush, come altri film di questi ultimi anni ci hanno dimostrato con pervicace sagacia.
Opera brillante che vede un parterre di attori in forma, con particolare riguardo ad un Jeff Bridges sempre più a suo agio nei panni di Drugo coeniano sotto le armi e un Kevin Spacey, quale anima nera dell'esercito e della Forza, e ancora una volta perfetto cattivo mellifluo e infingardo nonché astuto. Storia adattata dall'omonimo libro inchiesta basato su una storia vera che supera la realtà stessa, che aiuta lo spettatore a rileggere sotto una nuova chiave di lettura la saga di Guerre Stellari, ma che ci dimostra anche come tale vicenda costituisca un perfetto archetipo narrativo cui trarre ispirazione per rilfessioni non banali, soprattutto se gestite con la dovuta e calibrata ironia come ci dimostra questo film.
Peccato che queste riflessioni non siano state operate a suo tempo, al momento della sua presentazione al Festival di Venezia, per essere sommerso dai soliti inutili pettegolezzi sulla vita privata di Clooney, ennesimo esempio di come si possano disinnescare in partenza opere intelligenti e ironiche nella loro impostazione critica, facendoci dimenticare il messaggio di fondo del film stesso, ma per fortuna esiste ancora il libero arbitrio di decidere cosa vedere e valutarlo come meglio si crede.

mercoledì 4 novembre 2009

Nel paese delle creature selvagge

Spike Jonze abbandona apparentemente gli intellettualismi dei suoi precedenti lavori per optare per un film solo in parvenza per bambini, ma in realtà per soli adulti per come viene rappresentato il percorso di crescita del suo protagonista Max (Max Records), un bambino evidentemente a disagio e in difficoltà per la separazione dei propri genitori, che vive con rabbia la propria solitudine e disagio, rifugiandosi in luoghi che evocano un ventre materno protettivo e rassicurante attraverso il quale esperire viaggi con la fantasia, che vengono espletati attraverso manufatti di mondi altri cui volgere lo sguardo come il mappamondo regalatogli dal padre.
Max avverte l'incomunicabilità con la parte femminile della propria famiglia, rappresentata da una sorella adolescente che tende ad ignorane le ricerche di attenzione e una madre che lo esclude dalla propria nuova vita sentimentale e che non riesce ad educarlo adeguatamente, incapace di contenerne e comprendere la rabbia e il disagio per i tentativi di sostituzione della propria figura paterna, così inizia la propria fuga verso una terra misteriosa, ignota, popolata da gigantesche figure di pezza, che costituiscono l'allegoria delle sfaccettature del proprio animo e occasione di comprensione del proprio disagio, delle proprie paure di solitudine, tristezza e abbandono.
Film che può allontanare gli adulti dalla sua visione per il tema trattato e che può fuorviare il pubblico infantile di fronte ad una rappresentazione così simbolica dell'animo di un bambino, con toni oscuri e a volte minacciosi che rischierebbero di essere fraintesi dai più.
Spike Jonze si rivolge ad un pubblico fedele al suo cinema, che sappia seguirlo in questo suo percorso intellettivo non semplice, che potrebbe spiazzare e deludere, ma che in fondo aiuta a riflettere e che svolge il suo compito non facile di adattamento di un libro per l'infanzia noto nel mondo anglosassone.

martedì 3 novembre 2009

La battaglia dei tre regni

Anche John Woo pare essersi adeguato al gusto imperante di un cinema orientale sempre più ripiegato sul passato e all'apparente recupero del genere cappa e spada in voga negli ultimi anni, ma a suo modo vira il discorso verso una narrazione più attenta all'epica e al confronto umano tra i suoi protagonisti, in cui le scene d'azione sono meno frenetiche o coregorafiche di quelle viste nei film di Zhang Yimou o Ang Lee.
Il regista di Honk Kong recupera un evento storico per rappresentarne le dinamiche belliche e strategiche e ribadire tematiche a lui care come il rispetto, l'onore e l'amicizia virile, il tutto però ormai annacquato da una retorica che emerge con sempre più evidenza, lasciando nel suo passato di cineasta la frenesia che ne aveva caratterizzato lo stile, per essere poi trasferito con esiti alterni in terra americana.
Effettivamente negli ultimi tempi si era avvertito un rallentamento narrativo da parte del regista, che pare aver consumato la propria inventiva in opere come Face/Off e Mission Impossible 2, in cui era possibile ravvisare gli elementi più caratteristici della sua regia, che ne avevano decretato il successo tra i cinefili amanti del suo cinema ipercinetico, ma denso di contenuti o almeno così sembrava.
Ora tutto appare conforme ad un classicismo che sa di maniera, privo della profondità di quel cinema d'oriente che ne aveva a suo tempo decretato la fortuna, adesso ridottosi ad uno sguardo rivolto ad un passato da risaltare in favore della Cina che tenta di affermare le proprie radici pur rivolgendosi all'occidente, e lo dimostra anche il fatto che il film nella sua versione originale è diviso in due parti, mentre per noi occidentali è fruibile in una versione concentrata, apparentemente più appetibile, che scorre via senza particolari sussulti ed emozioni e che ci fa rimpiangere gli afflati dinamici di quel cinema d'azione e d'autore che a suo tempo ci aveva portato ad invidiarne la capacità di realizzazione e scrittura.

martedì 27 ottobre 2009

Parnassus - L'uomo che voleva ingannare il diavolo

Gilliam ancora una volta, bisogna ammetterlo, si porta dietro un'aura di inevitabile maledettismo se non semplice scalogna, che avrebbe potuto minare anche questa sua nuova opera, che rischiava di non essere terminata o di passare in sordina, se non fosse che la morte del suo protagonista Heath Ledger ha rappresentato a suo modo un colpo di fortuna inaspettato, perché ha spinto attori del calibro di Depp, Law e Farrell a decidere di aiutare l'ex Monty Pithon a terminare il suo film e a godere di una pubblicità insperata.
Si potrebbe pensare ad un cannibalismo per immagini di un corpo fantasmatico che nell'attraversare lo specchio magico del Paese delle Meraviglie del dott. Parnassus rinasce attraverso nuove forme che ne rappresentano mirabilmente le varie e molteplici nature, accentuando ed insinuando la natura ambigua non solo dell'attore come figura rappresentativa dell'immaginario di cui esso stesso è protagonista, ma anche del personaggio che fa la sua comparsa sulla scena in maniera sinistramente anticipatrice di una morte prematura.
Se la prima parte sembra non riuscire a decollare, facendoci presagire le potenzialità del racconto, attraverso la potenza visionaria dell'autore e la propria capacità inventiva di storie che si ascoltano con piacere e quasi dispiace quando esse stesse vengono improvvisamente interrotte, per spingerci a voler sapere sempre di più, il film sembra avere una sua spinta ulteriore e una conferma nel momento in cui entrano in scena gli alter ego di Ledger, tra tutti in particolare Johnny Depp, cui si deve una delle frasi più rappresentative e profetiche del film, summa dell'idea stessa di divismo e dell'immortalità insita in tale iconografia.
Gilliam ama giocare con la fantasia e con i propri personaggi, regalando a Tom Waits il ruolo ideale di Diavolo, che sarebbe bello poter apprezzare in lingua originale con la propria voce accarezzata dal fumo di innumerevoli pacchetti di sigarette, riuscendo ad insegnare a noi e al suo dottor Parnassus che è possibile raggiungere la felicità anche inseguendo sogni più terreni e semplici di quelli proposti dal suo mirabile specchio magico, e che in fondo anche il Diavolo non è così cattivo come può sembrare e che anch'egli può aggiustare i torti di cui noi stessi siamo stati causa.