17/01/10

Videodrome

Ogni volta che rivedo Videodrome rimango affascinato e turbato dalla visionarietà di Cronenberg, dalla sua lungimiranza di sguardo sul potere televisivo in grado di deformare la nostra percezione della realtà e la progressiva incapacità di discernimento tra vero e falso.
Film denso di sottotesti e spunti di riflessione che lo rendono un film precursore di sviluppi mediatici ben visibili oggigiorno, ma anche film politico in cui si avverte il senso critico professato da uno dei personaggi nei confronti della debolezza di spirito della nazione, perpetrata attraverso un consumo massiccio di pornografia e di appagamento senza limiti di bisogni e pulsioni che la società e la morale ci impongono di contenere.
Non si legga in ciò una considerazione conservatrice da parte del regista, ma sicuramente un messaggio interessante sul potere deviante di certe immagini e sull'estremizzazione delle stesse al punto da virare nello snuff movie, quale ultima frontiera che unisce la porneia con thanatos.
Così Max Renn (James Woods) novello redento, grazie alla sua riprogrammazione mentale attraverso la fisicità dello strumento videocassetta, che trasforma la sua carne in un contenitore/videoregistratore, nonché ricettacolo sessuale di simboli fallici come la pistola utilizzata dallo stesso Max come organo sessuale di morte, in quanto la stessa, come nella migliore estetica cyberpunk forma un tutt'uno con la carne umana, quindi propalazione fallica di un uomo che sul porno aveva basato la propria fortuna e idea di televisione, diviene egli stesso macchina, strumento foriero di morte e portavoce di una nuova visione immaginifica.
Cronenberg ci rammenta sin dalle prime immagini l'importanza della televisione nella vita del suo protagonista, come se i suoi contatti umani dovessero essere filtrati attraverso uno schermo ed è così che progressivamente, attraverso tale medium, Max entra in contatto con i personaggi intorno ai quali ruota il mistero di Videodrome, programma ultraviolento che pare provocare potenti allucinazioni in lui, ma da cui pare dipendere sempre più subdolamente.
Cronenberg ancora una volta subodora la teoria del complotto, della propagazione infettiva di un morbo o di una mutazione quale quella delle menti degli spettatori attraverso Videodrome, cui si contrappone il reverendo O'Blivion (Jack Creley), corpo egli stesso mediatico e parcellizzato attraverso migliaia di videocassette conservate dalla figlia Bianca (Sonja Smits), anch'ella portatrice di un messaggio di cancellazione ma in senso migliorativo (forse) rispetto a quello del controllo di Videodrome.
Il regista canadese non rinuncia alle proprie riflessioni sul potere mutante e mutogeno della carne e della macchina raggiungendo vette notevolissime che ancora oggi costituiscono parte fondante dell'immaginario cinematografico e televisivo, sino ad un finale che sottolinea un percorso cristologico da parte del suo protagonista, con una voluta incertezza lasciata allo spettatore, solo di fronte allo schermo televisivo privo di segnale in cui tutto si fa oblio. Lunga vita alla nuova carne.

Nessun commento: