15/03/10

I racconti del cuscino

Opera in cui Greenaway, prima di esasperare il proprio linguaggio visivo con il progetto interrotto de Le valigie di Tulse Luper e passare alla rielaborazione per immagini di opere d'arte della nostra storia con esiti di livello notevolissimo, dimostra di saper riuscire a catturare lo sguardo dello spettatore e ammaliarlo con una vicenda in cui l'erotismo assume venature morbose e affascinanti al tempo stesso.
La scrittura come arte erotica e specchio dell'anima del calligrafo e il corpo quale strumento stesso per la scrittura e di piacere, prima della giovane Nagiko (Vivian Wu), la quale rivive attraverso l'atto della scrittura praticato sul proprio corpo il gesto d'amore paterno esercitato a suo tempo dal genitore scrittore, vittima delle attenzioni sessuali del suo perverso e avido editore, in quanto oggetto su cui imprimere il proprio diario erotico ed esistenziale ricalcato sulle pagine dei racconti della cortigiana Shei Shonagon, elemento referenziale costante cui ispirarsi e che Greenaway non esita a rimembrarci attraverso l'impiego dello split screen.
Il passaggio successivo dal proprio corpo quale supprorto su cui scrivere e dispiegare il proprio desiderio a quello di un uomo su cui imprimere la propria calligrafia, rappresenta per Nagiko la scoperta dell'amore grazie al traduttore Jerome (un Ewan McGregor non ancora noto ai più), il quale diviene egli stesso, proprio per la sua veste di interprete dei segni, tramite e canale di comunicazione con il vecchio editore del padre di Nagiko.
Da qui scaturisce il gioco di perversione che sfugge alle mani della giovane protagonista e allo stesso Jerome sino ad una conclusione tragica, in cui il corpo assurge a ruolo di feticcio da desiderare come oggetto-libro e come oggetto sessuale, tant'è che innescherà in Nagiko l'urgenza della vendetta e la proiezione attraverso nuovi corpi in cui la sua parola troverà il proprio dispiegamento e medium ideale, sino a toccare momenti di censura e cancellazione stessa del verbo per dispiegare, infine, il proprio desiderio di morte e distruzione fino alla riscoperta dell'amore attraverso una nuova esistenza.
Film che affascina nella sua analisi e rappresentazione dell'ideogramma giapponese, della calligrafia come arte e dell'erotismo insito in pratiche che sanno riscoprire il corpo e la sensualità dei gesti senza apparire mai affettatti, ma quasi disturbanti come la storia stessa narrataci, che Greenaway riesce a costruire con formale eleganza pittorica e registica senza per questo essere ancora la maniera di se stesso.

2 commenti:

Matteo Nicola Bottino ha detto...

zzz....Greenaway...zzzz...

Pereira ha detto...

;-)