27/03/10

Lebanon

La giuria di Venezia ha evidentemente voluto premiare opere cinematografiche che della forma hanno fatto il loro punto di forza narrativo più marcato rispetto ai contenuti e agli intenti anche critici, che sicuramente non sono venuti meno, finendo però con l'essere oppressi da tanta esibizione di formalismi.
Ebbene anche il Leone d'oro di Venezia non sfugge a difetti evidenti di impiego di quella grammatica cinematografica che si presta a rischi di leziosità come la soggettiva.
In questo caso scelta stilistica e narrativa apparentemente inevitabile stante la decisione del regista di raccontare l'inizio della guerra in Libano attraverso un carro armato e i suoi occupanti, mediante un ambiente claustrofobico e opprimente che in parte ottiene il suo scopo, ma che successivamente scade in una certa retorica dello sguardo eccessivamente aderente ai volti dei suoi protagonisti, ma ancor più evidentemente nello sguardo della m.d.p. attraverso il presunto obiettivo del carro armato per seguire le azioni di guerra.
Proprio grazie ad esso viene in evidenza tutta la retorica della visione di un regista che sente la sacrosanta esigenza di trasmetterci l'orrore del conflitto e delle sue vittime, ma tende a soffermarsi con troppo compiacimento sugli occhi delle stesse diretti in macchina, o nel ricordarci con una certa evidente facilità la cancellazione fisica ma non mentale de Le Torri Gemelle, sino a toccare un certo voyeurismo di guerra, che va a riguardare anche i momenti di attesa e di stallo del battaglione in movimento nel villaggio bombardato. Aspetto che denota un punto di vista non del tutto veritiero, o meglio sicuramente vero, ma eccessivamente pedante nella sua rappresentazione, perché tende a marcare quegli aspetti di smarrimento e ignoranza delle ragioni del conflitto tanto da ridurre troppo semplicisticamente i suoi protagonisti a facili pedine non solo degli ufficiali di cui si critica tanto l'operato, ma anche del regista stesso, troppo preso dalla propria idea di voler descrivere l'assurdità del conflitto da eccedere con un compiacimento narrativo che disvela tutti i difetti delle scelte di certo cinema contro la guerra.
E' un bene che vi siano opere che ci portino a riflettere su conflitti che spesso non consideriamo o di cui abbiamo spesso un'idea legata ad ideologie o semplicemente per mancanza di approfondimento storico e politico, ma non è con questo impiego di soggettive o di racconti circolari, di sguardi troppo insistiti, di soldati evidentemente spaesati e affranti che si può sfuggire alle critiche di coloro che invece sostengono le proprie ragioni di guerra, perché spesso le loro stesse motivazioni possono e potrebbero essere smontate con adeguate argomentazioni, senza per questo impiegare a contrario la loro stessa retorica disturbante e melliflua.

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