13/12/09

Il mio amico Eric

Loach sentiva forse la necessità di prendere un attimo di respiro, di fermarsi un momento a riposare e dire che per questa volta il pessimismo e la lucida visione su questo mondo libero potevano dare spazio al sogno, per quanto banale, agiografico e leggero possa apparire, legato al mondo del calcio proletario e ad un'icona così amata in Inghilterra come Eric Cantona.
Ma stiamo sempre parlando di Loach, un regista, un uomo che ha fatto della critica sociale il suo segno di riconoscimento in tutto il suo cinema. Così anche questa volta non rinuncia a tracciare la linea per alcune riflessioni anche sul calcio e lo spirito che lo accompagna, riportandoci alla mente sue precedenti opere in cui la coralità del gruppo, lo spirito di amicizia erano forti collanti anche nei momenti più aspri. E Loach dimostra di avere ancora qualcosa da dire e di riuscire a tratteggiare momenti drammatici e anche romantici abbastanza significativi, nonostante il doppiaggio svilisca un po' il lavoro degli attori.
E che dire se non è in fondo una colpa piacevole e giustificabile, quella di apprezzare per una volta tanto uno sguardo sincero sul calcio e su un mondo, quello della working class, che nonostante le avversità può e sa trovare ancora qualche barlume di speranza, anche nell'amore, nonostante si sappia che il nostro amato regista ci convince maggiormente quando riesce a rappresentare con verità quello che è il mondo là fuori, libero sì, ma non così bello come a volte ci piacerebbe credere.

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